Gae Aulenti, engagée discreta

Gae Aulenti architetto, designer ed elegante archistar ante litteram (in anticipo sui tempi che avrebbero visto questa parola diventare di uso comune, e prima tra gli italiani ad acquisire una fama davvero internazionale). Naturalmente, il suo volto pubblico più conosciuto e apprezzato. Ma c’era anche un suo ulteriore risvolto pubblico, meno immediato, eppure noto e visibile a chi si muove tra la politica e l’opinione pubblica (e che lei stessa considerava decisamente significativo). Ovvero, quello di Gae Aulenti intellettuale engagée e con un côté politico piuttosto marcato, mai strombazzato e reclamizzato e sempre – per quanto questo aggettivo possa attagliarsi a un ambito di sfera pubblica per antonomasia… – “discreto”.
Come si addiceva ai modi di una gran dama, e a quelli che contraddistinguono, in maniera quintessenziale, l’ambiente sofisticato e i salotti (che qui usiamo con un’accezione positiva, e non deteriore come piace dalle parti di certa destra…) della grande borghesia milanese illuminata e progressista à la Guido Rossi o, per citare due persone a lei vicine, à la Eva Cantarella e Rosellina Archinto. La progettista della magnifica conversione della Gare d’Orsay dal suo uso hard e ferroviario a quello immateriale di museo parigino dell’Ottocento ha conosciuto una gioventù libertaria i cui segni sono rimasti a caratterizzare tutta la dimensione civile della sua esistenza. Aulenti ha frequentato gli ambienti socialisti, quando la Milano del Psi era quella che incarnava anche un’idea di modernità. Non da “intellettuale organica” o da esponente del partito, ma in virtù innanzitutto del suo lungo rapporto con Carlo Ripa di Meana (non sembri un’indebita intrusione nella vita privata, poiché si trattò di una relazione alla luce del sole). E non ha mancato di segnalare il suo disagio nei confronti dello stereotipo della “Milano da bere”, rovinata da quello che ebbe modo di etichettare come «craxismo deleterio».
D’altronde, quella spettacolarità che seppe applicare ai suoi lavori di progettazione, non entrò mai nelle sue scelte politiche, rispetto alle quali fece le sue scelte di campo, e chiare, ma, giustappunto, mai in modo plateale, come ricorda Sandra Bonsanti, presidente dell’associazione Libertà e Giustizia, nella quale Aulenti ha militato dall’inizio, rivestendo il ruolo di garante. «L’ho conosciuta – ci dice Bonsanti – quale componente del nostro Comitato dei garanti, e mi ha sempre colpito per il suo essere una persona che ragionava con la propria testa, partendo sempre da una sua idea assolutamente personale e originale. Era l’anticonformismo fatto persona, a tal punto da poter persino apparire un po’ ingenua rispetto a certe pratiche e abitudini del mondo politico. Era per me il prototipo della donna libera e giusta, piena di curiosità e priva di saccenza; una persona assai schiva, che stava sempre in prima fila alle manifestazioni e alle iniziative, ma senza perseguire alcuna ribalta.
Conosceva davvero il significato della parola dialogo, e portava nel mondo degli intellettuali una visione estremamente preoccupata della distanza tra i cittadini e i partiti. Una grande donna, davvero; e dal momento che siamo circondati, troppo di frequente, dalla mediocrità, l’esempio di una persona di vera statura». La celebrata esponente di quel movimento neoliberty che lanciò nel mondo la nostra architettura degli anni Sessanta fu anche tra le prime firmatarie dell’appello “Se non ora quando?”, e si trovò spesso in prima fila nelle battaglie per la dignità femminile. Se vogliamo cercare una definizione – sapendo che la complessità e le sfumature delle persone vanno oltre i nostri tentativi di racchiuderle… – in Gae Aulenti possiamo ritrovare una perfetta espressione del progressismo laico e borghese e dell’élite neo-illuminista cui appartengono certi esponenti di rilievo delle professioni liberali. Quel pezzo di progressismo che dispone di grande forza e fascinazione intellettuale, ma, in Italia, soffre (a causa di alcune caratteristiche congenite e ben note del nostro sistema Paese e della sua strutturazione in special modo lungo l’ultimo secolo e mezzo) di una tremenda esiguità numerica. Figure elevate e personalità di spicco che non ci tengono affatto a restare in una torre eburnea, ma vogliono essere attori e attrici di un pensiero di cambiamento della società e di un’idea di riformismo serio e autentico, senza personalismi né vezzi radical-chic. Precisamente quello che ci induce a tessere l’elogio di queste minoranze che, sfortunatamente, in questa nostra nazione risultano molto minoritarie. Ma senza il cui incontro virtuoso con le culture politiche dei partiti che furono popolari e di massa, il progressismo italiano rischia di rivelarsi piuttosto monco…

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