Dietro le quinte

E ora che accade? Sappiamo bene che con Berlusconi le sorprese sono sempre all’ordine del giorno, ma questa volta è difficile che lo scenario tracciato possa essere stravolto da nuovi e improvvisi ripensamenti. Le parole usate dal Cavaliere presentano una decisione che dovrebbe essere definitiva: alle prossime elezioni non si candiderà per la premiership e saranno le primarie, il 16 dicembre, a decidere sul nome del suo successore. Al di là delle parole comunque contano i fatti. E i fatti ci dicono che la “rinuncia” era ormai una scelta obbligata. La preannunciata implosione del Pdl appariva come una conclusione sempre più vicina. Da tempo, il suo leader carismatico girava a vuoto. Sommando una sconfitta dietro l’altra, raccogliendo sondaggi sempre più crudeli, tra lo stupore e la disaffezione crescente dei suoi fedelissimi. Un  orizzonte sempre più oscuro che condannava ogni speranza di rilancio e rendeva velleitari i tentativi di restare sulla scena, magari con un nuovo partito, che avrebbe rilevato il marchio originario di Forza Italia, riproponendo la “svolta” del ’94.
La “rinuncia” del Cavaliere, quindi, è una caduta rovinosa, che si tenta in qualche modo di mascherare. Il padre-padrone cade senza nemmeno poter indicare il nome del suo successore. Deve affidarsi alle primarie. Lo strumento più distante dalla storia di un partito nato come emanazione del suo capo, al cui interno il dibattito, il confronto delle idee sono cose del tutto ignote, mentre ha trovato spazio, ultimamente, col declino del leader, una miserevole guerra per bande. Questo non  vuol dire, però, che Berlusconi lasci la politica. Rinuncia a stare in primo piano, si mette dietro le quinte. Ma vuole ancora contare. Ed è sui prossimi sviluppi che bisogna cominciare a riflettere.

In linea teorica, l’uscita di scena del Cavaliere potrebbe determinare le condizioni per riaggregare le forze del centrodestra, ricomponendo una coalizione che, quando si è presentata unita, ha vinto le elezioni. Ma sarebbe un miracolo se tutti i pezzi sparsi si ricomponessero all’improvviso. Molti analisti ricordano lo spettro del ’94, quando la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto si scontrò rovinosamente con l’alleanza, da Bossi a Fini, messa in  piedi da Berlusconi. Il clima nel Paese per certi versi ricorda quel tempo, con gli scandali che dilagano e gli elettori che chiedono radicali cambiamenti. Ma la ricerca di un nuovo leader del centrodestra, capace di ripetere l’exploit del ’94, appare assai problematica. Questa figura non si intravede. Ed è ben difficile che le primarie promesse dal Cavaliere possano essere lo strumento per individuarla. Altra considerazione: allora c’era una legge elettorale maggioritaria, il Mattarellum, che indirizzava la competizione politica verso due poli, uno di centrodestra, l’altro di centrosinistra. Lo strumento elettorale al quale si pensa oggi, se mai si riuscirà a cancellare l’indegno Porcellum, è nella sostanza un proporzionale corretto, che non favorisce certo accorpamenti di questo segno, ma piuttosto la frammentazione. Su questa scelta, d’altra parte, sono irremovibili i centristi dell’Udc che non hanno alcun interesse a farsi attrarre verso uno dei due schieramenti alternativi. E, infatti, Casini ha manifestato un certo distacco verso l’iniziativa di Berlusconi.

C’è, a questo punto, un altro aspetto delle parole del Cavaliere che va tenuto nella debita considerazione: là dove, annunciando la sua rinuncia, ha fatto il pubblico elogio di Monti. Molte indiscrezioni dicono che Berlusconi, quando ha deciso di passare la mano, ha messo al primo punto della sua agenda il Monti-bis. Insomma, l’attuale premier “a capo di uno schieramento dei moderati”, per sbarrare la strada all’eterno nemico, rappresentato dalla sinistra. Non è un progetto semplice. E non si capirebbe perché centrodestra e centrosinistra dovrebbero affollare i gazebo delle primarie, ricercando le rispettive premiership, per passare poi la mano ad altri. Tuttavia, sarebbe questa la conclusione possibile se dalle urne, l’anno prossimo, a causa anche di una cattiva legge elettorale, non uscisse un sicuro vincitore e si dovesse puntare a un governo di larga coalizione. Il Cavaliere non vincerebbe, ma non sentirebbe neppure i morsi della sconfitta. Troverebbe un accogliente seggio al Senato per continuare a fare gli interessi delle sue aziende e difendersi dai processi. In una parola, resterebbero i peggiori residui del berlusconismo. Una politica inquinata. In un Paese condannato all’incertezza.

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