Alla sbarra con i boss

PROVATE a immaginare gli indagati di oggi se dovessero un giorno arrivare a processo, immaginatevi questi dodici uomini uno accanto all’altro in un’aula di Corte di Assise. Tutti insieme. Imputati di mafia e imputati di Stato. In mucchio, tutti in gruppo davanti ai giudici per rispondere di un’accusa infamante: proprio quella di stare insieme, di avere scelto di stare tutti dalla stessa parte. Per raccontare quanto sia deflagrante e sconvolgente quest’inchiesta sulla trattativa dovete ricordarvi prima delle stragi, dei cinquecento chili di tritolo di Capaci e poi dell’autobomba di via Mariano D’Amelio e infine rivedere in quell’aula di corte di assise Totò Riina chiuso nella sua gabbia con i vetri antiproiettili che guarda l’ex ministro siciliano Calogero Mannino, il piccolo Massimo Ciancimino che farfuglia una delle sue sciocchezze all’orecchio del generale Antonino Subranni o del generale Mario Mori, il sicario Leoluca Bagarella che scambia battute con Marcello Dell’Utri o con il vecchio Bernardo Provenzano. È LA prima volta, in Italia, che imputati così apparentemente lontani uno dall’altro figurano in un elenco di una richiesta di rinvio a giudizio di una procura della Repubblica. Ed è la prima volta che devono rispondere di «attentato a un corpo politico dello Stato». Minacce. Intimidazioni. Ricatti. Contro ministri e contro capi di governo. Se processo ci sarà, sarà un processo che non ha precedenti nella storia del nostro Paese.
Questa è la fine di una lunga inchiesta sul patto cercato da segmenti delle istituzioni con fazioni di Cosa Nostra ma – se mai cederà l’omertà di Stato – forse anche l’inizio di un percorso che ci può avvicinare a qualche altro frammento di verità intorno alle stragi siciliane del 1992 e alle bombe di Firenze e Roma e Milano della primavera del 1993. È una ricostruzione ancora parziale, originata da un’ipotesi lungamente inseguita dai procuratori di Palermo che hanno cominciato ad investigare dall’assassinio di Salvo Lima. Nel marzo di vent’anni fa, quando sarebbe cominciato tutto.
La trattativa parte da lì. Da alcuni uomini politici che avevano paura di fare la stessa fine di Lima, il «traditore» che non aveva rispettato gli accordi con i capi della Cupola e non era riuscito ad «aggiustare» il maxi processo istruito da Giovanni Falcone. Ras della Democrazia cristiana, come era allora il potente ministro siciliano Calogero Mannino, avrebbero così contattato i vertici di reparti speciali dell’Arma per agganciare Totò Riina. Mediatore Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo legato ai Corleonesi. È il primo passo della trattativa.
E dopo il primo passo le prime due stragi. Quella di Capaci e poi – con Borsellino che viene a conoscenza di questi contatti fra Stato e mafia – anche via D’Amelio. Ma non finisce lì. C’è chi si muove anche a Roma, fra l’amministrazione penitenziaria e i vertici del Viminale per cancellare il 41 bis – il carcere duro riservato
ai mafiosi – a centinaia e centinaia di boss deportati nelle carceri sulle isole di Pianosa e dell’Asinara. Sullo sfondo le reticenze di tanti uomini di Roma. Ministri dell’Interno come Nicola Mancino, ora indagato per falsa testimonianza. Ministri della Giustizia come Giovanni Conso, adesso indagato per false dichiarazioni ai pm. È un secondo passo della trattativa. L’obiettivo di tutti sarebbe stato sempre uno solo: neutralizzare i Corleonesi, fermare le stragi. Poi arriva il terzo passo della trattativa, quando esce di scena Vito Ciancimino (arrestato all’improvviso) e viene messo fuori gioco Totò Riina dopo 24 anni e 7 mesi di latitanza (con una cattura dai misteriosissimi contorni) ed entra in scena Marcello Dell’Utri, fedele amico fin dai primissimi Anni Settanta di uno sconosciuto e impudente impresario milanese che si chiama Silvio Berlusconi. Siamo già fra la fine del 1993 e l’inizio del 1994. E le stragi non sono state fermate. Morto il giudice Falcone. Morto il procuratore Paolo Borsellino. Morti cinque innocenti in via dei Georgofili a Firenze e morti cinque innocenti in via Palestro a Milano.
Non c’è più Totò Riina con i suoi veri o presunti «papelli» a dettare condizioni allo Stato ma il suo compaesano Bernardo Provenzano che ha ormai altri interlocutori. Uno soprattutto: Marcello Dell’Utri. Sarebbe lui, sempre secondo le tesi dei pubblici ministeri di Palermo, a trattare per conto proprio e per conto di chissà chi con la mafia siciliana. Fino a minacciare e a intimidire il presidente del Consiglio del tempo: il suo amico Silvio Berlusconi. È già il 1994.
Tutto questo è sintetizzato in nove pagine di un documento ufficiale dello Stato, la richiesta di rinvio a giudizio per i dodici personaggi coinvolti oggi nella trattativa.
Quello che accade dopo è fra le pieghe di un’inchiesta che non è ancora chiusa. C’è l’ultima trattativa che non è stata esplorata dall’indagine. La trattativa andata in porto, quella che effettivamente ha fermato le stragi. Ne sappiamo ancora poco, ma qualcosa la sappiamo. Ce l’ha raccontato il pentito Gaspare Spatuzza. È il gennaio del 1994 e a Roma, in via Veneto, al bar Doney, il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano gli dice: «Abbiamo ottenuto tutto grazie alla serietà di queste persone che non erano come quei quattro cornuti dei socialisti che ci avevano venduto nel 1988. E lì che (Giuseppe Graviano ndr) menziona la persona di Berlusconi. Io gli chiesi se era la persona di Canale 5 e lui me lo confermò e mi disse che c’era anche un suo compaesano, Marcello Dell’Utri». Ricorda ancora Spatuzza di quell’incontro: «Ci siamo seduti in un tavolino e abbiamo consumato qualcosa, poi Giuseppe Graviano mi ha detto ancora che “ci siamo messi il paese nelle mani grazie a queste persone ma che andava fatto l’attentato all’Olimpico per dare il colpo di grazia”…». L’attentato per uccidere «almeno 100 carabinieri» non si farà mai. Il congegno stranamente non funziona, la bomba non esplode. È l’inizio del 1994 e la mafia non fa più morti. All’improvviso fa pace con lo Stato italiano. Dopo avere seminato terrore per due anni i Corleonesi si placano. Forse hanno ottenuto quello che volevano. Forse hanno raggiunto l’accordo. Con chi? La risposta si cerca in 40 milioni di euro che sono transitati dalle tasche di Silvio Berlusconi a quelle di Marcello Dell’Utri. Seguendo quei soldi, prima o poi forse capiremo perché i boss di Cosa Nostra non hanno sparato più un colpo.

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