Da La Malfa a Monti

C’era una volta Ugo La Malfa. Fu segretario e leader del partito repubblicano (Pri) e più volte ministro: del Bilancio (1962-63), del Tesoro (governo Rumor, 1973-74) e poi vicepremier (governo Moro, 1974-76). Morì a 75 anni, il 26 marzo 1979 per  emorragia cerebrale.  Fu chiamato, con affettuosa ironia, ‘Cassandra’ (figura mitologica greca, dotata di preveggenza; per lo più profetizzava sventure!) del sistema politico ed economico italiano.
Ma perché ricordarlo ora? Chissà come avrebbe giudicato la spending review approvata con dl dal governo Monti, proprio lui che fu il primo in Italia a combattere gli sprechi nella spesa pubblica, la dilapidazione di ricchezza e il parassitismo.  I frequentatori di questo sito forse hanno letto la mia intervista con l’economista Fiorella Kostoris (27 giugno), realizzata dopo un lungo incontro e un’ampia conversazione sulla condizione finanziaria del paese, sulla crisi dell’euro e sull’ipotesi sciagurata di un ritorno alla lira. Ebbene, mentre Kostoris parlava e rispondeva alle domande, un barlume si è aperto nella mia mente: molte parole dell’economista romana le avevo già ascoltate, quasi identiche, anni e anni fa. Kostoris mi diceva: “Non vorrei essere pessimista…..ma l’Italia si trova in una profonda crisi strutturale da tanto tempo! Forse è già troppo tardi per invertire facilmente la rotta. Il decadimento di un Paese non avviene da un giorno all’altro, ci vuole tempo per iniziare un inarrestabile declino, poi…c’è un momento di non ritorno o meglio ci vogliono fasi lunghissime e sforzi pesanti e costanti per riemergere e riprendere a crescere”. E infine: “Quando si cade, non si sente subito il tonfo, ed è difficile risalire dal baratro”. Ho interrotto la Kostoris e quasi sottovoce le ho detto: “Ma lei parla come Ugo La Malfa  36 anni fa, nel 1976-77!”.
Il decadimento dell’Italia era la preoccupazione costante, ossessiva, di La Malfa in quegli anni.  Lo incontravo al ministero o a palazzo Chigi per lunghe interviste. Ai primi di gennaio 1976 La Malfa stava per dimettersi da vicepresidente del consiglio. Mi chiamò per dirmi, pessimista come al solito: ” Mai più andrò al governo. Si facciano avanti altri. Non c’è mai un’ora sicuramente decisiva in un paese. Una Nazione si giudica perché va avanti o va indietro: l’Italia ha avuto nel dopoguerra un primo periodo in cui andava sempre avanti, marciava verso lo sviluppo democratico. Ora va indietro. Ma alla retrocessione non c’è fine. Il fondo non si tocca mai, non illudiamoci” (settimanale Oggi n.3, 19 gennaio 1976, pg.9).
L’Italia aveva sopportato poco tempo prima i sacrifici causati dalla crisi energetica (1973-1975) con un pesante programma di austerità (circolazione a targhe alterne, divieto di auto la domenica, riduzione illuminazione stradale, fine anticipata trasmissioni Tv). La crisi economica si faceva sentire. Le Brigate rosse avevano cominciato a colpire, a rapire e uccidere (sequestro Sossi, 1974, omicidio procuratore Coco, 1976). Il clima sociale e politico nel paese era allora di grande preocupazione e timore.
Ancora nel 1976, a maggio, vigilia delle elezioni, incontrai di nuovo La Malfa:
“la caduta della nostra moneta rispetto al dollaro è il momento finale di una crisi profonda che risale ormai a molti anni fa. I tempi di decadenza di un paese sono lunghi di norma; ma quando la malattia investe anche la moneta i tempi diventano brevi e brevissimi, forse di settimane, prima del collasso….Bisogna incidere sulle cause profonde della crisi…”. La Malfa vedeva soprattutto due problemi: “L’eccessiva spesa pubblica corrente dello Stato, che ha raggiunto dimensioni non compatibili con un sano sviluppo economico; e la dinamica dei redditi che è sfuggita a qualsiasi razionalità”. Quindi “lotta agli sprechi e alla giungla dei redditi”. Voglio ricordare appena che negli anni ’70 il debito pubblico in rapporto al Pil era meno della metà di quello attuale (circa 60 per cento, contro 123 odierno). Senza misure severe, temeva La Malfa “la situazione ci porterà al punto di non avere più mezzi monetari per fronteggiare gli acquisti delle importazioni”.
Pochi mesi dopo, ad agosto, La Malfa batteva e insisteva sugli stessi tasti: “Il fenomeno più preoccupante è lo squilibrio crescente…il disavanzo del bilancio statale. In un quadro finanziario globale disastroso, non basta che la produzione industriale aumenti. Dobbiamo quindi usare la scure, come vado chiedendo da anni, per tagliare le spese statali, eliminare il parassitismo…”.
Per esempio: “Quando si costituirono le Regioni, anni fa” mi diceva La Malfa, “il Pri propose la soppressione delle Province, rilevando che la nuova istituzione poteva sostituire la vecchia. Non fui ascoltato. Il Pri propose anche una revisione di tutte le spese per l’assistenza e la sanità, osservando che venivano buttati miliardi nell’acquisto di medicinali inutili e nel ricovero in ospedale di malati immaginari.
Non fui ascoltato. Erano pazzie e oggi dovremo fare sforzi enormi per rientrare nella normalità”. Nihil sub sole novi, evidentemente, dopo 36 anni.
Capisco l’obiezione del lettore: eppure, nonostante tutto, l’Italia non è crollata,
esiste ancora e – direbbe B. – “i ristoranti sono pieni”. Però: non è così semplice trarre conclusioni ottimistiche. La Malfa rispondeva alle mie argomentazioni: “I sacrifici che si fanno tempestivamente costano molto meno dei sacrifici che si fanno in ritardo. L’Italia ha ormai perduto troppi anni. D’altronde ci sono diversi livelli di civiltà: si può essere come la Germania occidentale o la Francia, oppure come la Spagna o il Portogallo o l’Argentina. I modi di essere di un paese sono mille: io preferirei che l’Italia fosse più vicina alla Germania piuttosto che all’Argentina. Ho speso tutta la vita per questo”.
Come afferma anche  Kostoris, “il decadimento di un paese non avviene da un giorno all’altro”, ci vuole tempo, a volte decenni. Dopo La Malfa, le manovre lacrime e sangue diventarono usuali, annuali. Un solo esempio: nel 1992, con l’inflazione galoppante a due cifre e i tassi di interesse altissimi, a luglio e poi a settembre,  il governo Amato varò un intervento di 93 mila miliardi di lire (circa 45 miliardi di euro), in una notte prelevò in modo forzoso il 6 per mille dai conti correnti bancari e decise la riforma delle pensioni, per bloccare l’aumento incontrollato del deficit pubblico.
Insomma quando diciamo, pensando alla situazione italiana, che “la Grecia è vicina”, non dobbiamo credere che davvero si spalancherà di fronte a noi il famoso e temuto… “baratro” (siamo stati a “due dita” dal ciglio, secondo Franco Cordero).  Un paese sviluppato, ovviamente non…scompare dalla carta geografica quando è in crisi, né viene espulso dall’elenco delle Nazioni civili.  In realtà accadono eventi quotidiani drammatici: nella comunità in grave condizione economico-finanziaria, la disoccupazione aumenta, soprattutto quella giovanile (36,2 per cento), non c’è futuro per i nostri figli, il numero dei dipendenti pubblici si riduce, l’inflazione erode i risparmi, gli stipendi perdono potere d’acquisto, la richiesta di mutui crolla, il pagamento di tredicesime e liquidazioni viene rinviato (vedi Grecia),  la benzina costa sempre di più, la pressione fiscale aumenta, gli esercizi commerciali vanno in fallimento e chiudono, un certo giorno le banche limitano il prelievo di contanti al bancomat (esempio dell’Argentina del 2001, congelamento conti bancari per dodici mesi).
Per fortuna non siamo ancora a questa soglia di disperazione, anzi, con le decisioni di stanotte all’Eurogruppo, forse la crisi si avvia ad una fase meno acuta. Tuttavia i provvedimenti del governo Monti sono dolorosi, pesanti, per molti italiani rappresentano un sacrificio inimmaginabile fino a pochi mesi fa. Il 2 luglio scorso il premier ha spiegato: “Se per decenni s’indulge a un tirare a campare…può arrivare il momento in cui si affrontino finalmente i problemi!” e d’altronde, ha aggiunto Monti, “l’esecutivo non è in grado di riformare il paese dalle fondamenta in un anno e 4 mesi. Spero però che possa portarci fuori dalla crisi e su una strada di crescita”. Come dice anche Napolitano: “L’Italia deve farcela”. Ma  dobbiamo essere consapevoli che certa spesa pubblica incontrollata, certi benefici, certe agevolazioni, non ce le possiamo più permettere: le risorse non sono sufficienti.
Chiudo, ancora con un ricordo di La Malfa: nel 1979, il 22 febbraio egli riceve (primo non Dc) l’incarico di formare il governo dal presidente Pertini. Dopo le consultazioni di rito, il 28 febbraio, incontro con altri giornalisti La Malfa nel corridoio della Camera vicino al Transatlantico: gli chiediamo se intende sciogliere la riserva con cui ha accettato l’incarico dal Capo dello Stato. La Malfa ci risponde amaramente: ” Guardate che qui…si scioglie l’Italia”. Il tentativo fallisce, La Malfa muore un mese dopo.

1 commento

  • Siamo sempre lì: un conto è individuare correttamente i problemi, un conto è proporre delle soluzioni.
    Non ci è dato sapere in che modo Ugo La Malfa avrebbe usato la scure, se gli fosse stato concesso il potere di decidere; ci è dato invece sapere quali sono stati i provvedimenti che il Senatore Monti ha adottato per combattere la crisi italiana.
    Ho una certa difficoltà, tuttavia, ad immaginare un La Malfa che considera la concertazione come causa di tutti i mali del paese, invece di individuare la dissennata politica del Caf come generatore della massa del debito pubblico che oggi affligge il Paese. E se uno dei capi politici di quel periodo sciagurato ha terminato i suoi giorni come latitante protetto da un dittatore maghrebino, e un altro ha passato un congruo periodo di vita affidato ai Servizi Sociali, il terzo si gode la sua carica di Senatore a vita prescritto. E si viene a parlare di concertazione.
    Ugo La Malfa evocava la lotta ai privilegi per diminuire la spesa corrente dello Stato: io non so se un posto letto in ospedale possa essere considerato un privilegio, o se il Senatore Monti lo consideri tale; nemmeno mi è chiaro se la lotta ai privilegi consista nella decimazione degli impiegati dello Stato. Certo che qualche dubbio ce l’ho.
    Ma per quanto mi ricordo del leader repubblicano, ho molta difficoltà a pensare che avrebbe accettato di stornare delle risorse a qualche servizio pubblico, come l’Istruzione, per erogarle ad iniziative private che insistono sullo stesso campo, e ne ho ancor di più a pensare che quell’uomo avrebbe creato delle sacche di esenzione dall’imposizione fiscale.
    Io immagino quanto si potrebbe recuperare abolendo (tra l’altro, secondo il dettato costituzionale) il finanziamento pubblico alle scuole private, quanto si potrebbe recuperare eliminando le esenzioni al pagamento dell’Imu, di quanto si potrebbe diminuire l’imposizione sul lavoro attraverso una adeguata imposta sui patrimoni.
    C’è differenza, eccome, tra individuare i problemi e proporre delle soluzioni.

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