Un’Italia più povera

Un’Italia più povera con consumi e salari fermi, un dato impressionante di 1,8 milioni di disoccupati, è il quadro sconcertante che la scuola di Modena di LeG, nella due giorni dedicata al welfare e alla crisi, ci ha delineato.
Giovani e donne sono le categorie più penalizzate, un giovane su quattro non lavora né studia, nel mese di marzo del 2012 il tasso di disoccupazione giovanile ammontava al 36%, i giovani sono sempre meno indipendenti (il 42% vive ancora con i genitori); il lavoro temporaneo, i contratti determinati, la precarietà superano di gran lunga la stabilità lavorativa soprattutto nel sud del nostro paese.
Come siamo arrivati a questa situazione e come possiamo intravvedere una via di uscita?
Il professor Bosi ce lo riassume così: “La spesa pubblica italiana è oggi per la sua dimensione e struttura un ostacolo a uno scenario di ripresa ciclica dell’economia italiana. Se l’economia italiana fosse cresciuta negli ultimi quattro anni come era stato previsto nella primavera del 2008, avremmo già oggi il pareggio di bilancio e probabilmente un avanzo, staremmo cioè rimborsando il debito pubblico. Non è stato così. Se l’economia stesse muovendosi su un ragionevole, ancorché basso tasso di crescita, potremmo mettere la revisione della spesa a servizio di una maggiore produttività per il cittadino. Ma non è così e dobbiamo indirizzarci a mettere lo spending review (revisione della spesa pubblica) a servizio di una riduzione del prelievo fiscale, per alleviare le condizioni di vita dei soggetti in condizioni di difficoltà economica e con la speranza che l’idea di un avvio della riduzione del prelievo tributario possa segnalare all’economia l’avvicinarsi di una stagione meno grave”.
Grande attenzione durante la scuola è stata rivolta alla problematica delle pensioni: con la recente riforma Fornero che vede l’applicazione del sistema contributivo per tutti, si verificherà una progressiva abolizione delle pensioni di anzianità, un rapido aumento dell’età di pensionamento di vecchiaia (66 anni e 7 mesi nel 2018) e forti vincoli all’uscita anticipata, soprattutto per i più poveri che versando meno contributi non potranno usufruire della pensione anticipata. Il futuro che abbiamo davanti si prospetta con un forte aumento di lavoratori anziani (nel 2050 l’età media di pensionamento è prevista attorno ai 68/69 anni) e un progressivo aumento della già drammatica disoccupazione giovanile.
Anche il tema dell’immigrazione è stato discusso durante le lezioni, ricordando che la presenza di immigrati nel nostro paese è un dato di fatto degno di considerazione, dal momento che l’incidenza della popolazione straniera è aumentata costantemente a partire dal ’91, in particolare nelle province del Nord e Centro-Nord con la Lombardia in testa (26,6%) seguita da Emilia-Romagna (12,6%) e Veneto (12,1%).
Come i giovani e le donne, anche gli immigrati risentono maggiormente degli effetti della crisi ed appartengono alle categorie più deboli che andrebbero aiutate e sostenute. Le famiglie di immigrati presentano infatti problematiche maggiori di quelle autoctone: sono più povere, per lo più monoreddito, hanno più difficoltà ad accedere ai servizi, presentano ad esempio maggiori problemi di custodia dei bambini (tra le famiglie con bambini, quelle immigrate hanno più bambini e sono più numerose), dato che non dispongono di una rete di familiari di sostegno e rinunciano ad usufruire degli asili, a causa delle alte tasse di iscrizione.

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