Questo non è il tempo delle strategie

Devono essere impazziti, non c’è altra spiegazione. Perché aprire un caso Tremonti dopo aver superato a stento il caso Milanese e con un caso Romano alle porte è puro autolesionismo per la maggioranza. E che un caso Tremonti ci sia è indubbio: i giornali sono pieni degli sfoghi di Berlusconi contro il ministro dell’Economia, e anche se magari verranno smentiti restano i titoli dei quotidiani della real casa, da Libero a Il Giornale, a testimoniarlo. Ma dove approderà tanta virulenza?
Ragioniamo: se riuscissero a sbattere Tremonti fuori dalla porta, chi ne prenderebbe il posto? Napolitano non accetterebbe certo un signor Nessuno al timone dell’Economia proprio mentre infuria la tempesta perfetta. Nè si può pensare che un economista di rango, tipo Mario Monti per intenderci, accetterebbe di giocarsi la reputazione intruppandosi in un esercito allo sbando. L’interim a Berlusconi? Immaginatevi il fuggi fuggi ai vertici internazionali di banchieri centrali, capi di governo e ministri per non stringergli la mano o finire fotografato al suo fianco. Come disse Edward Luttvak, politologo della più rocciosa destra americana, in una puntata di Ballarò prima delle ferie estive, “chi si fa vedere con lui perde voti nel suo paese”. Se era vero allora, figuriamoci oggi.
E dunque a che serve sparare a Tremonti? A niente, tranne che a indebolire ulteriormente un governo già in stato comatoso. Lo spettacolo potrebbe perfino essere esilarante se non fosse che a farne le spese è l’Italia, e cioè noi tutti. Staccare la spina resta l’unica soluzione, ma a quanto pare nessuno in questa pseudo maggioranza è ancora pronto al passo fatale.
Non si vede l’alternativa, dicono. E bisogna ammettere che l’opposizione non brilla. È un mistero perché, ad esempio, nessuno dei leader sia intervenuto nel dibattito alla Camera su Milanese. Si capisce che il centro destra preferisse la sordina, ma non ha senso che la stessa scelta sia stata fatta da Pd e Udc. Era l’occasione, magari anche solo retorica, per galvanizzare la propria parte del campo. Averci rinunciato è inspiegabile. A meno che anche in questo caso non abbiano giocato le perduranti incertezze sul da farsi e le rivalità reciproche. Infatti le opposizioni sembrano da tempo impegnate in un defatigante surplace: ciascuno si lascia aperte diverse opzioni e scruta l’altro per scoprirne le mosse.
Casini ha in testa, e non da ora, di diventare il leader di un centro destra deberlusconizzato. Per arrivarci punta o ad irrobustire il suo centro per renderlo perno di una futura alleanza con la destra, o ad allearsi temporaneamente col centro sinistra se questo fosse necessario per liberarsi dell’attuale premier. Ma quest’ultima ipotesi deve essere maneggiata con le molle, perché se vuole sottrarre voti al Pdl non può inimicarsene gli elettori.
Bersani è strattonato dalla sua sinistra e dal suo centro, per cui se parla con Vendola provoca la rivolta di Fioroni e degli altri ex Dc, se guarda a Casini diventa bersaglio degli strali di Vendola e Di Pietro. Il risultato è la paralisi.
In realtà questo non è il tempo delle strategie. Se si aprisse oggi la crisi di governo non ci sarebbe tempo per altro che per un governo di emergenza. L’Italia non potrebbe sopportare quattro o cinque mesi di inerzia per aspettare nuove elezioni: l’economia richiede terapie immediate, e sicuramente il capo dello Stato, cui spetterebbe l’iniziativa, saprà regolarsi di conseguenza. Perciò le opposizioni farebbero bene a rimboccarsi le maniche e a mostrare al Quirinale la loro disponibilità a lavorare per salvare il paese. E’ probabile che già questo potrebbe offrire un approdo ai parlamentari che oggi si trovano nella maggioranza ma che sono consapevoli del disastro berlusconiano. E potrebbe allora verificarsi il miracolo della caduta di questo maleoodorante governo. Poi si vedrà. Perché solo dopo aver rianimato il paese arriverà il momento di disegnare la geografia politica del futuro.

2 commenti

  • Condivido pienamente.
    Patrizia Rettori, come sempre, ha fatto un’analisi e data l’unica indicazione possibile in modo lucido e sintetico.
    Perfino la Marcegallia, ultimamente, è diventata lucida e netta nelle sue prese di posizioni.
    Le opposizioni devono fare fronte comune per la salvezza di quello che resta della nostra povera Italia.
    L’alternativa è la rivoluzione della piazza, con conseguenze che possono essere anche più disastrose.
    Auspico la rivoluzione democratrica e partecipata; ma riconosco le contraddizioni evidenti nel mio auspicio.

  • Con il suo consueto realismo la Rettori puntualizza la condizione politica drammatica in cui si barcamena oggi sia chi ha in mano le chiavi della cassaforte dello stato italiano,sia chi vorrebbe subentrargli nel possesso di esse e nell’utilizzo del suo contenuto.
    Il problema è l’uso che si è fatto di detta cassa in questi vent’anni,discendendo da esso,a modesto mio avviso, la realtà odierna di un Paese giunto alla vigilia di una bancarotta pubblica. Perciò partiti e movimenti di opposizione,macerati altresì al loro interno da diatribe che si richiamano alle antiche e non del tutto superate ideologie e confessioni di provenienza,preferiscono affrontare il drammatico momento con i soliti tatticismi in cui eccellono,mentre i due contenitori riempiti di prestatori d’opera di lusso,siglati PdL e Lega,al servizio del miliardario Patonza e di un ministro straniero al suo fianco erogatore di ossigeno,fingono di fare gli strateghi,di fatto legiferando per evitare la galera al primo.

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