Il corpo e la coda del PD

Non ci sono scuse, è stato commesso un errore dai nostri timonieri. Un errore politico grave, che si trascina dietro molteplici responsabilità. E che nelle basi che frequento non vedo alcuna disponibilità a difendere o tanto meno “tollerare”.
Il punto è questo: chi e che cosa rappresenta davvero quel voto di astensione sulla proposta di legge riguardo all’abolizione delle Province?

C’è tutta l’impressione, dalle basi, che questo voto rappresenti davvero troppo pochi per essere politicamente valido. Sono convinto, cioè, che se si aprisse una consultazione adesso tra gli iscritti sulla posizione del PD in merito alle Province, ci sarebbe una percentuale pari all’ultimo referendum a pronunciarsi per la loro abolizione. Si passerebbe senza dubbio il 90% . Vogliamo provare? Si potrebbe inserire in quel caso anche la questione dei veri costi della politica, dai livelli regionali in sù, e si arriverebbe allora ad un totale plebiscito.

Dunque, torno a ripetere, chi o che cosa rappresenta il voto di astensione alla Camera sull’abolizione delle Province? Rappresenta una distonia e una mancanza di confronto. Rappresenta più semplicemente una distanza, una sordità. E’ un voto autoreferenziale che rappresenta poco più che la stessa classe dirigente che l’ha espresso. Questo è il punto. Una posizione che non rappresenta la stragrande maggioranza dei militanti e degli iscritti, che validità politica può mai avere? Su questo è d’obbligo interrogarci.

C’è un PD che è uscito nettamente rafforzato dai due ultimi appuntamenti cruciali delle amministrative più referendum. Che ha ricostruito la sua forza popolare attraverso l’esercizio coraggioso di autentici percorsi di democrazia partecipativa: primarie e consultazione referendaria in primis. C’è un PD che è riuscito a rompere gli argini dell’antipolitica e dei liberi fermenti della società civile (comitati e movimenti), ricevendo una grande fiducia per trasformare questa urgenza di partecipazione in proposte serie.
C’è un PD che è tornato ad essere popolare in un frangente in cui in troppi si accontentano di essere populisti. Questo è il PD che conosco io, a cui vanno con orgoglio le nostre energie migliori e la nostra solida passione. E a cui non siamo disposti per nessun motivo a rinunciare.
C’è poi un sbatter di coda in superficie, che PD non è più ma che si arrovella nel tentativo di spostare la direzione dell’intero corpo cui fa riferimento. Succede però che il corpo è diventato grande, si è irrobustito e adesso è pesante da trascinare con un semplice battito di coda. Troppo, per chiunque. Succede allora che il corpo se n’è accorto e da qui in avanti avanza la pretesa di decidere la direzione da prendere prima di muoversi. Altrimenti, come ha già dato dimostrazione in recenti occasioni, è disposto anche ad affondarla. La coda che sbatte in superficie.

Il voto di astensione alla Camera è stato esattamente un improvviso battito di coda per cercare di frenare la corsa di un corpo che con amministrative e referendum ha già deciso la rotta da prendere. L’ha gridato dall’interno delle stanze di partito fino alle piazze più insospettabili e periferiche, impossibile non aver sentito. Per tutto questo il voto di astensione alla Camera è stato un errore goffo ed ingenuo. Che, inevitabilmente (anche solo per un fatto di orgoglio), avrà l’effetto direzionale opposto.

Una nota sul merito della questione, tanto per chiarire per l’ennesima volta che quel PD che stiamo costruendo è semplicemente un PD popolare e non populista, come in tanti amano confondere.
La proposta di legge dell’Idv sulla soppressione delle province, che mirava a respingere il mantenimento del primo articolo del testo, quello che cancellava le parole «le province» dal Titolo V della Costituzione, era davvero una proposta di legge limitativa e inefficace? Secondo me sì. Perché, come tutti si sono giustificati, non può bastare togliere la parola “province” dalla Costituzione per risolvere il problema. E’ vero. E’ lo stesso discorso che si è fatto riguardo al Referendum sull’acqua. Una volta abolita l’attuale forma di gestione, ci vogliono già pronte sul tavolo le proposte alternative altrimenti siamo ancora entro i confini del populismo, ci mancherebbe. Ma siccome il nostro è davvero un partito serio, guarda caso le proposte per l’appunto ci sono (sia in merito alla gestione dell’acqua che riguardo al superamento dell’attuale forma delle Province, tanto per chiarire). Allora perché non tirarle fuori in occasione del voto, per esempio in forma di emendamenti?

Ci aspettavamo semplicemente questo dal nostro gruppo dirigente. Non che brandissero manifesti contro le Province (che in molti casi esprimono anzi amministrazioni e amministratori ottimi), ma che conducessero la partita dal terreno del populismo a quello della proposta popolare. I tempi sono ormai più che maturi per parlare di accorpamenti di Province, aree vaste, aree metropolitane, Circondari, gestioni associate, politiche di area. Volevamo sentire le nostre proposte trasformate in segnale politico forte e tangibile. Ciò che invece davvero non vogliamo sono dei dirigenti astensionisti. Non si può balbettare quando la lezione la si è studiata bene e si conoscono perfettamente le risposte da dare. Non ci si può permettere, perché c’è un corpo vasto a cui fare riferimento e che chiede di essere rappresentato con l’orgoglio e la determinazione che merita. Altrimenti il timone che i nostri dirigenti hanno l’onore di manovrare, non sarà più un timone. Ma una coda che sbatte.

* L’autore è segretario cittadino del PD di Certaldo e socio LeG

5 commenti

  • Ciao Juri, permettimi di fare alcune obiezioni al tuo ragionamento che peraltro è mosso da intenti sicuramente positivi ed in linea con quello che pensiamo anche dentro LeG riguardo alla necessità di una riforma della politica e di una più forte capacità dei partiti di rappresentare le istanze di rinnovamento provenienti dal mondo sociale.
    Non mi trova d’accordo la tua analisi sul significato dei voti recenti su amministrative e referendum e su quello che è stato nei contesti specifici come il recente voto in Parlamento il comportamento del PD ( in merito ti invito a leggere Diamanti di oggi su Repubblica, con il quale concordo pienamente).
    Oggi la classe dirigente del PD è spesso legata da un patto di ferro con gli iscritti per sigillare il consenso (peraltro sempre in calo) attraverso un legame che definirei ( specie in Toscana dove governiamo da sempre storicamente) un coacervo di fideismo, presente ancora nelle vecchie generazioni, opportunismo e clientelismo, legati soprattutto alla vasta rete di potere personale che i leader politici e amministrativi hanno tessuto sul territorio attraverso un’attenta distribuzione di incarichi politici cooptati ad ogni livello (istituzionale, sindacale, associativo, volontariato, società partecipate e dirigenza delle coop), attraverso il legame con il mondo delle professioni e dell’imprenditoria ( specie quella edilizia ) e attraverso (sigh) il sottile potere di ricatto occupazionale/carrieristico negli enti pubblici ed anche privati sotto il controllo della influenza politica. Spero e credo non sia così nella situazione in cui operi e che dirigi a Certaldo, ma non credo tu, con onestà intellettuale, non conosca certe situazioni ( come la nostra a Piombino o quella di Livorno solo per citarne alcune) e non possa non confermarmi questa cosa. In più che le classi dirigenti di molte realtà toscane del PD si muovano soprattutto per difendere, consolidare ed estendere il loro sistema di potere e gli indubbi vantaggi anche economici lo ha riportato anche l’articolo di Repubblica/Toscana di ieri domenica 11/7 quando cita i casi tristi e penosi di alcuni responsabili di settore del PD regionale toscano ( vedi Tortolini e Ruggeri per dirne alcuni) che continuano a mantenere doppi incarichi profumatamente pagati in Provincia, Comune e Regione. Manciulli, il segretario Toscano, che conosco bene, conosce perfettamente queste situazioni per averle lui stesso generate ( e non parlo di altre ancora più tristi) ed è perfettamente in linea con quella “casta” di dirigenti che poi, in Parlamento, si permettono di disattendere quanto scritto nei loro programi elettorali e quanto la gente al voto recentemente ha voluto decisamente affermare con la vittoria dei Referenum.
    Quindi, per concludere, distinguiamo per favore tra iscritti del PD ( senza naturalmente dimenticare che dentro il partito ci sono anche tanti giovani dirigenti locali e periferici (ma anche nazionali) e semplici iscritti che vorrebbero cambiare questo stato di cose, si stanno dannando perchè questo accada (soprattutto quelli della ex area marino) e sono anche stati spesso isolati per questo, ed il popolo degli elettori del PD e delle primarie. E’ qui dentro oggi che davvero viene sentita una distanza insopportabile con la forma partito ed i suoi dirigenti, con la loro indisponibilità di fatto a recepire il vento del cambiamento per tutelarsi e fare fronte compatto a difesa degli interessi precostituiti.
    Al netto di un po’ di rabbia e di sfiducia complessiva nella capacità dal vostro interno di cambiare, prendi questo mio contributo non come uno sfogo puro e semplice, ma come un tentativo ulteriore di far aprire gli occhi, spesso disabituati ad osservare ciò che sta accadendo nella società, nel voler porre con forza una “questione morale” di cui non bisogna far finta che non esista o metterci davanti troppi se e troppi ma e di offrire sempre una sponda per chi di questo contributo si vuol avvalere. Un saluto affettuoso.
    Dario

  • Purtroppo quando a spostare un corpo è solo la coda, succede questo e altro. Credo che nuovamente, su argomenti di primordiale importanza per l’identità di un partito, ci sia una inesistente discussione sulle linee guida da tenere e sostenere. Al di là della inopportunità politica che ha comportato la scelta di astenzione sulle province, quello che colpisce è come un grande partito come il PD, non riesca a far passare e quantomeno a far conoscere e sviluppare la sua posizione su un tema così delicato ed importante. Al di là dell’ultima proposta di legge del 21 giugno scorso, mi sono andato a rileggere il programma di Veltroni nelle 12 azioni di governo e lì è detto esplicitamente ” nelle aree metropolitane via le province e unine/fusione dei comuni piccolissimi”. Allora, anche quello che il sindaco Parrini ha detto sulla discussione dell’abolizione delle province, altro non è che lo viluppo di quanto contenuto nella sintetica dizione virgolettata sopra. Viene messo in evidenza sempre, lo scollegamento tra i maggiori partiti di opposizione ( PD e IdV )e quel che è peggio all’interno dello stesso partito PD.
    Visto che il corpo ingrossa….. lasciamo che continui a muoversi la coda ma cambiamo la testa.

  • Se si vuol far ripartire il paese , la spesa pubblica deve essere ridotta nel suo ammontare assoluto, cosa che si può ottenere solo con una razionalizzazione e ristrutturazione della pubblica amministrazione.
    Deve essere chiaro che il cosidetto federalismo non otterrà questo obbiettivo.Per ridurre il costo della pubblica amministrazione bisogna eliminare uno dei quattro livelli di gestione (comune-provincia-regione-stato) e ognuno di loro razionalizzato.
    Non cosi’ difficile se lo si vuol fare davvero :
    - a livello comunale : azzeramento circoscrizioni, comunità montane, etc; fusione obbligatoria dei piccoli comuni in comuni di almeno 15.000 abitanti; riduzione, privatizzazione,razionalizzazione delle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni;
    - province : abolizione delle province delle grandi città e costituzione delle “città metropolitane” come risultante dell’aggregazione amministrativa di comune e provincia di Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna,Firenze, Bari , Palermo, Genova.Se questo desse come risultante la nascita di qualche nuova provincia dei comuni limitrofi non è un problema, le province non fanno nessun danno e le piccole province funzionano molto bene in generale, costando molto poco : sono quelle collegate alle grandi città che non servono a nulla.
    - ABOLIZIONE REGIONI A STATUTO ORDINARIO E SPECIALE : questo è il punto fondamentale.
    le regioni oltre ad essere l’alibi di uno psuedofederalismo-regionalismo mal pensato e mai teorizzato, storicamente infondato e funzionalmente disastroso, sono la struttura più inefficace, incontrollata, produttrice di debito, di dipendenti pubblici inutili, di governatori e parlamentini inutili, costosi e corrotti.
    Deve essere ben chiaro che chi voglia tentare di far ripartire il paese deve buttare tutto quello che ha cercato di fare il centro destra, a partire dal ridicolo federalismo senza un progetto e azzerare tutto.Si deve riportare la pubblica amministrazione ad una dimensione che si sarebbe potuta ottenere con una robusta informatizzazione, quindi fortemente ridotta e senza il livello amministrativo regionale.So che molti preferirebbero un abolizione delle province : è un alternativa forse accettabile, ma io sono fortemente convinto che le province siano meno dannose delle regioni.Da uno che si vuol far chiamare governatore diffiderei comunque, a prescindere.
    Prima del 74-75 le regioni non c’erano e lo stato funzionava meglio di ora, nessuno ne sentiva la necessità: la loro nascita coincide con l’esplosione del debito pubblico, con l’implosione della pubblica amministrazione che perde la capacità gestionale di un governo centralizzato e non acquisterà mai la capacità operativa di una struttura federale,perchè l’italia non ha mai avuto una storia federalista. L’italia è un paese troppo piccolo e poco dinamico per potere sopportare una sovrastruttura federalista.
    Gli italiani cosi’ come non sono mai stati in grado di controllare l’attività e l’efficienza dei parlamentari nemmeno sono in grado di valutare quello che si fa nei capoluoghi di regione ( ed i partiti lo sanno benissimo ); invece per vecchia tradizionale comunale gli italiani sanno controllare i sindaci ed i presidenti delle province … che infatti – a parte le grandi città dove sono sostanzialmente inutili ed uno spreco – funzionano benino e con pochi soldi.
    Certo a patto di avere una forte e seria maggioranza.
    Visto il risultato penoso del berlusconismo, avere una forte maggioranza potrà essere anche possibile : che sia fatta da gente seria, competente e decisa…è tutto da vedere
    Con la soppressione delle regioni , a questo punto cadrebbe la logica del senato federale, quindi si potrebbe rinunciare ad bicameralismo perfetto ed avere solo una camera dei deputati.
    Provate a immaginare questo paese senza la sovrastruttura pesantissima ed inutile delle regioni e con una modalità di gestione logica della sanità ( che non ha affatto bisogno di una dimensione regionale, ma deve organizzarsi per distretti razionali di utenti e territori), di colpo vi sembrerà un paese più leggero e con qualche speranza.
    E’ chiaro che in questo modo dovranno andare a casa e possibilmente a lavorare i presiudenti di regione , i costosisssimi parlamentini regionali e naturalmente vanno a casa ed a lavorare i dipendenti delle regioni, in particolare i 100.000 siciliani che non fanno nulla alla regione sicilia : tenete presente che con il federalismo alla bossi la modalità di gestione della regione sicialia diventerà – INEVITABILMENTE E GIA’ SE NE VEDONO I PRIMI SEGNALI – il paradigma gestionale di tutte le regioni, nonostante i bla bla anche di gente seria come Ricolfi, la produttività efficienza delle regioni è zero e comunque inutile, le stesse cose le facevano prima, e meglio, stato e province.
    Ultima ma molto impostante: chi vuol far ripartire il paese sulla base di una serie di riforme vere efficaci e serie lo deve fare nei primi 100 giorni di governo, con una cura da cavallo e con il massimo impatto possibile, quindi i progetti si fanno prima e dal primo giorno si governa con approvazioni di legge a tambur battente, coni passaggi parlamentare previsti ma senza perdite di tempo: il momento di progettare è questo; una volta vinto si cambia il paese senza tentennamenti.

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