Le verità oscurate dalla crisi

MAN mano che si moltiplicano crisi e bancarotte degli Stati, crescono in Europa le rivolte degli indignati: in Grecia, Spagna, anche in Italia dove il tracollo è per ora solo temuto. I governi tendono a vedere il lato oscuro delle rivolte: il faticoso riconoscimento della realtà, la rabbia quasi cieca.

Ma la cecità spiega in piccola parte una ribellione che ha come bersaglio non solo i contenuti, ma le forme di comportamento (dunque l’etica) dei governi: l’abitudine a una vista sempre corta, abbarbicata al prossimo voto o sondaggio; la vocazione a nascondere conti squassati. A non dire la verità su immigrazione o deficit, ad accusare i giornali, le Banche centrali, l’Europa: tutti sospettati di spandere brutte notizie.

L’Italia in questo è all’avamposto. Da quando è tornato al governo, Berlusconi ripete lo stesso ritornello: lo squasso è nelle vostre teste disfattiste, noi ce la facciamo meglio di tanti paesi virtuosi. Lunedì ha detto d’un tratto, ai microfoni: “La crisi non è finita”. Non ne aveva mai annunciato l’inizio. Come si spiega l’allarme dei mercati sulla nostra economia e sulla paralisi governativa, se le cose andavano nel migliore dei modi? Il governo se lo spiega probabilmente con le gag del ministro Brunetta: se milioni di precari sono “l’Italia peggiore”, vuol dire che c’è del marcio in chi soffre la crisi invece di creare ricchezza.

Non dimentichiamo che una delle iniziative più trascinanti degli indignados spagnoli concerne l’informazione.

L’ha presa Antòn Losada, professore di Scienze politiche, e s’intitola “Sinpreguntasnocobertura” (senza domande niente copertura). Migliaia di giornalisti hanno aderito. Se una conferenza stampa non ammette quesiti scomodi sarà boicottata, e il potere resterà solo con i suoi barcollanti giuramenti. È segno che nelle rivolte c’è una domanda, possente, di verità e giustizia. Alla crisi non si risponde solo imponendo la cinghia più stretta, e instillando nel popolo paure incongrue. Si risponde con la trasparenza d’informazioni: sulle tasse che non si possono abbassare, sul calo demografico che solo l’immigrazione frenerà, sugli ingredienti della crescita che sono la giustizia, la legalità, il merito, il prezzo che possono pagare i più fortunati e ricchi.

Alle rivolte generate dalla crisi, i governanti italiani reagiscono con tagli che colpiscono tutti indiscriminatamente, e soprattutto con false promesse. Tremonti stesso, oggi considerato uomo del rigore, ha mal tollerato lungo gli anni i moniti della Banca d’Italia, permettendo che nella Lega e nella destra montasse l’irresponsabilità. In un editoriale di mercoledì sul giornale greco Kathimerini, il direttore Nikos Konstandaras parla del “fascino impossibile della solitudine”: è l’illusione che la crisi non scoppierà, se gli Stati chiudono gli occhi all’Europa, al mondo, ai mercati. Certo, i mercati sono strane bestie: possono scatenarsi istericamente – hanno sete di sangue – e in questo non sono molto diversi dai militanti leghisti che reclamano meno tasse e secessione (verso quale paese del balocchi, dove non ti chiedono nulla ed è sempre domenica?). Hanno la vista corta, ma non anticipano del tutto a casaccio le catastrofi: scattano foto istantanee di governi istantanei, e ne traggono conclusioni. Accanto all’urna elettorale, sono un nostro secondo tribunale. Saranno loro, se non lo fanno altri, ad “aprire la crisi”: quella vera, che screditerà Berlusconi, che sfiderà anche l’opposizione, e metterà a nudo la presente non-politica italiana.

Giacché non è politica nascondersi, fingersi Stati sovrani che decidono da soli, ignorare l’esistenza di uno spazio pubblico europeo verso cui siamo responsabili come verso la nazione. Esiste ormai una res publica che oltrepassa i nostri confini, che ha sue regole, e i cui dirigenti non sono emanazioni dei governi ma rispondono a geografie più vaste. Valga come esempio la nomina di Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea. Una scelta ineccepibile, ma fatta nella più sgangherata e vecchia delle maniere. In cambio della nomina, Sarkozy ha chiesto che venisse liberato un posto per Parigi nell’esecutivo Bce e Berlusconi gli ha dato la testa di Lorenzo Bini Smaghi, come se quest’ultimo fosse un suo uomo, non un dirigente dell’Unione. Il mandato di Bini Smaghi, prescelto nel 2005 per otto anni, scade il 31-5-2013 e non può esser revocato né da Stati né da accordi tra Stati. Non è uno schiaffo a lui, ma alle istituzioni europee verso cui va la sua lealtà. Il caso crea peraltro un precedente ominoso: ogni governo potrà decidere da ora in poi di sottrarre mandati e regole alla giurisdizione europea.

La reazione di Bini Smaghi è stata rigorosa, da questo punto di vista. In un discorso tenuto in Vaticano su etica e affari, il 16 giugno, ha spiegato la ferita alle istituzioni europee con parole chiare e vere: “Non è un caso che i banchieri centrali abbiano adottato come loro protettore San Tommaso Moro, che con la sua indipendenza di giudizio e la ferma convinzione nella supremazia dell’interesse pubblico riuscì a resistere alle pressioni del Re Enrico VIII, del quale era stato il più stretto consigliere (…) fino ad essere costretto alle dimissioni, incarcerato e condannato a morte”. Tommaso Moro volle servire Dio piuttosto che il re cui prima sottostava. L’interesse pubblico cui allude Bini Smaghi è quello, superiore agli Stati, dell’Unione: è solo quest’ultima a poterlo “dimettere”. La violazione del Trattato di Maastricht, giustificata con la presunta “regola non scritta tra gli Stati”, è palese. Anche Mario Monti, ex commissario europeo, ha mostrato irritazione: il governo, ha detto domenica a Lucia Annunziata, si è comportato in modo “dilettantesco” e “paradossale”, disponendo di Bini Smaghi come di una propria pedina (“Le decisioni spettano a Bini Smaghi e alla sua coscienza. È sbagliato aspettarsi giuridicamente e moralmente che avrebbe dato le dimissioni, se non si è parlato prima con lui di questo tema”).

Anche qui, sono mancati informazione trasparente e riconoscimento dello spazio pubblico europeo. Così come non c’è trasparenza sulle tasse che non si possono abbassare, sull’immigrazione di cui abbiamo bisogno, economicamente e demograficamente. È stato calcolato che i flussi migratori si eleveranno a 4,4 milioni nel 2011, che supereranno 8 milioni nel 2031 e 10 nel 2051: ” Il valore finale – scrive l’economista Nicola Sartor – è inferiore di 8 milioni a quanto necessario, secondo l’Onu, a compensare la flessione della popolazione nazionale in età attiva” (Invecchiamento, immigrazione, economia, Il Mulino 2010).

Gran parte degli equivoci sono imputabili all’Unione: all’inerzia dei suoi dirigenti, succubi degli Stati. Ancora una volta, è il parlar vero che manca: è per un eccesso di false cortesie e per l’assurda deferenza verso i grandi Paesi che l’Europa è giunta alle odierne bancarotte, scrive Monti in un illuminante articolo sul Financial Times di ieri. Sono tante le politiche su cui l’Unione potrebbe far valere la sua parola: a cominciare dalle missioni di guerra, abusivamente dette “di pace”. L’articolo 11 della nostra Costituzione, quello che ripudia la guerra, prevede limitazioni volontarie della sovranità nazionale e azioni congiunte con organi internazionali. Le guerre che sta consentendo andrebbero oggi ridiscusse dall’Europa, alla luce di una politica Usa che comincia a trattare unilateralmente con i talebani e a dubitare dell’utilità della Nato.

Una Commissione europea autonoma, conscia della propria autorità, reagirebbe a tutti questi eventi (caso Bini Smaghi, debiti sovrani, guerre) come ai tempi di Walter Hallstein. Il primo capo dell’esecutivo di Bruxelles non esitò a confutare De Gaulle, alla fine degli anni ’60, in nome della nascente res publica europea. Fu un “perdente designato”, scrive lo storico Corrado Malandrino in una bella biografia pubblicata dal Mulino: ma ci sono sconfitte che salvano, se le si vuol salvare, le istituzioni umiliate.

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1 commento

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    «Ma Letizia sapeva già tutto»
    Tabacci: subito una manovra
    o non c’è copertura per le spese

    L’ho già scritto e lo ripeto, dietro le cose serie si nasconde sempre il ridicolo. Tabacci, neo assessore al Bilancio del Comune di Milano, farà una manovrina per coprire lo scoperto di cassa lasciato dalla Moratti.
    Se fossi l’ottimo Tabacci (sono soltanto uno buono, io), denunzierei agli organi competenti (guardia di finanza e carabinieri) il falso in Bilancio perpetrato dalla Moratti per addebitarle i conti malamente truccati.
    Un dubbio però mi trattiene: ma il bilancio comunale, non si discute in seduta pubblica? Gli organi di stampa così solerti a pubblicare le telefonate fra Bisignani e Frattini, fra Bisignani e Miccichè, fra Bisignani e dio, perché non hanno sorvegliato la Moratti che bucava di 186 milioni di euro (360 miliardi di deprecate lire) il bilancio del Comune di Milano? Sodali o complici?
    Menomale che c’è Tabacci, come avrebbe fatto Pisapia senza di lui? E dire che Berlusconi avrebbe potuto sceglierselo come “Quintino Sella”, ministro delle Finanze, al posto dell’incompetente Tremonti, avremmo anche Casini nell’allegra brigata.
    Celestino Ferraro

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