Capitalismo, la lezione di Amartya Sen

Non si può sintetizzare rapidamente l’intervento di Amartya Sen tenuto all’apertura del Festival dell’Economia di Trento di quest’anno. La ricchezza della sua lezione, nonostante la traduzione istantanea, appare ancora non del tutto colta. Si devono ascoltare e riascoltare le sue parole per rendersi conto dell’organicità di quel contenuto e il coraggio intellettuale mostrato in quei temi. Nella sua lezione Amartya Sen infatti pone dei quesiti fondamentali sul capitalismo che definisce come una ideologia che ha esaurito il suo tempo. Le lunghe citazioni dedicate ad Adam Smith e a Karl Marx, più i riferimenti a Bentham, Mill e Von Hayek fanno di quella lezione tenuta al Teatro Sociale una sorta di provocatorio manifesto contro la povertà, con uno sguardo anche sull’India, che trova solo nello stato il suo naturale difensore dai mercati senza regole e limiti. Una lezione che deve essere necessariamente ripresa, analizzata e discussa di cui qui presento i miei appunti di ascoltatore.

L’età dell’oro del capitalismo

Il capitalismo negli ultimi decenni, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta sembrava trionfare. Le imprese erano quanto mai fiorenti sia nelle vecchie economie capitalistiche dell’occidente che nei nuovi centri industriali in Cina e nell’Asia orientale, prima di tutto in Giappone.

I nemici dell’ideologia capitalistica erano stati umiliati e perfino il welfare statale era presentato come un eufemismo per dire spesa dissoluta. I burocrati di governo venivano accusati di sprecare il lavoro duramente guadagnato e risparmiato dai contribuenti e dai consumatori. Il benessere e l’efficienza raggiunte dall’economia di mercato erano sufficienti a stabilirne la predominanza, sebbene le economie americana e europea avessero avuti diversi problemi nella prima metà del ventesimo secolo, inclusa l’esperienza della grande depressione degli anni Trenta. Nel secondo dopoguerra l’economia di mercato divenne pertanto eccezionalmente dinamica e negli ultimi sessant’anni ha generato un’espansione senza precedenti per l’economia globale. Tutto sembrava indicare che l’economia di mercato fosse lanciata in una corsa destinata al successo. Ma ultimamente le cose sono cambiate. Il 2008 è stato infatti un anno di fortissima crisi economica che impone una riflessione. Non è stato il è primo, sicuramente se ne sono visti altri nei decenni scorsi, ma sicuramente è classificabile come uno di quelli in cui la crisi è stata più evidente a causa di una sequenza che ha visto in pochi mesi verificarsi prima di tutto una crisi alimentare, seguita subito dopo da una crisi petrolifera con il petrolio 147$ durante l’estate e infine nell’autunno da una crisi finanziaria internazionale con la nazionalizzazione della banca inglese Northern Rock, il fallimento della americana Lehmann Brothers e il salvataggio di istituti finanziari come Aig, Bear&Stearns, Freddi Mac e Fannie Mae, Wachowia, Merrill Linch, Morgan Stanley, che è sfociata in una gigantesca recessione.

A quel punto si registrò un drammatico calo nella fiducia dei consumatori. Per arrestare questa caduta libera si è ricorsi a quello che era considerato il vecchio nemico del capitalismo; lo stato. Si è reso necessario un impegno quanto mai consistente da parte dei governi un impegno assunto su scala gigantesca per proteggere le economie dei paesi più duramente colpiti come ad esempio l’Inghilterra o il governo degli Stati Uniti, che nella prima settimana di ottobre approvò in Senato il TARP, il Troubled Asset Relief Program che rilevava gli asset illiquidi immobiliari di proprietà delle istituzione finanziarie. La caduta libera si è così arrestata grazie ai forti interventi di salvataggio e l’intervento dei più grandi stati del mondo che non volevano che al crisi degenerasse nella più grande depressione. La svolta a livello globale è avvenuta più precisamente nell’aprile dl 2009, durante la riunione del G20 a Londra.

Oggi nel 2011 i segni della crisi rimangono ancora evidenti: la disoccupazione rimane ancora alta in Europa e negli Usa, mentre stati come la Grecia, il Portogallo, e l’Irlanda necessitavano di manovre di salvataggio del debito nazionale.

Le responsabilità del fallimento del capitalismo

La crisi principalmente fu frutto dell’azione irresponsabile dell’imprese finanziarie, soprattutto americane, che favorite dal denaro a basso costo hanno cercato di massificare i profitti sulla scia dell’espansione internazionale dei mercati finanziari. Queste istituzioni finanziarie sono conosciuto perché “brillano” per la loro presunta ricchezza. Lo sviluppo di queste imprese è stato favorito dalle liberalizzazioni avvenute a partire dai primi anni Ottanta con il presidente degli Sati Uniti Ronald Reagan, fase di ritiro dall’economia dello stato a cui poi hanno aderito anche i presidenti successivi, compresi quelli democratici come Clinton, fino a W. Bush. Le imprese finanziarie hanno goduto di una libertà senza freni anche quando queste mettevano a repentaglio la ricchezza dei loro clientela, in un’ultima battuta le stesse imprese.

Ora alla luce di questi avvenimenti ci sono sostanzialmente alcune domande da porsi sul rapporto tra le esigenze del mercato e quelle della libertà economica:

a)      Di quali riforme ha bisogno il capitalismo? Avremo bisogno di sviluppare un nuovo capitalismo più forte, più regolato, più robusto, più equo, più efficiente?

b)      La libertà economica deve essere sottoposta a dei limiti al fine di garantire l’efficienza e l’equità del mondo dell’economia?

Ma nonostante appaiano quesiti sensati e corretti la scienza economica c’impone di formularli in modo corretto e vanno approfondite come ad esempio: possiamo pensare di cercare qualche altro modello di mercato? Una delle difficoltà che emergono quando si parla del neo-capitalismo è infatti quella che non è del tutto chiaro quali requisiti debbano essere rispettati perché una economia venga considerata capitalistica. La trasformazione del vecchio capitalismo in un nuovo capitalismo a quali caratteristiche dovrebbe rispondere? O meglio quali sono i requisiti per cui si può considerare un sistema capitalistico?

Il fatto di basarsi nelle transazioni e negli schemi degli scambi sulle leggi di mercato è di per sé una elemento fondamentale che caratterizza il capitalismo. Un secondo requisito è quindi quello che l’economia dipenda dall’utile e dal profitto. Possiamo allora dare per esaurita l’economia di mercato?

Esaurimento del capitalismo?

Mercato e profitto sono quindi gli archetipi del modello capitalistico. Alla luce di questo gli Sati Uniti e gli stati europei sono effettivamente capitalistici? La Cina comunista è uno stato capitalistico? Siamo quindi giunti ben oltre la massificazione dell’utile che rappresenta il capitalismo come la tensione del panettiere e del macellaio descritti da Adam Smith. Per rispondere al quesito ci si deve rifare ancora al suo testo Sulla ricchezza delle Nazioni dove nel 1776, dove Smith fece una diagnosi illuminante su un tema che stava allora emergendo, dove definì per la prima volta in modo solido il sistema del mercato. Ci furono poi critici come Carl Marx che pensarono di censurare il capitalismo. Ma anche Adam Smtih si rendeva conto che non era l’egoismo l’unico principio a rendere il mercato efficiente e efficace. Il sistema di Smith si fondava anche sulla fiducia nel non dubitare che quelle cambiali appena firmate saranno rispettate. Ma in certi periodi storici e in certe circostanze la fiducia sociale scompare. Psicologia della paura e la sfiducia sono i principali ostacoli per rientrare anche dalla crisi attuale.

In questo senso la forza dello stato, dello stare insieme della società, della cooperazione rimane forte, come qui in Trentino. Se l’egoismo ha un ruolo nel singolo, lo stato lo ha come quello della collettività a cu si contrappone. Adam Smtih è infatti sempre preoccupato dei poveri. Difendendo il ruolo dello stato nelle lotte contro la povertà di fatto si pone contro l’economia di mercato. Secondo Adam Smith ogni intervento dello stato a favore dei poveri è sempre giusto, mentre lo stato sbaglia quando interviene a favore dei ricchi. Per cui potremmo dire che aver esaltato il ruolo dell’egoismo è un poco come aver sovrastimato o processi di mercato.

Questi limiti che sono evidenti oggi furono colti da Adam Smith quindi alle origini stesse del capitalismo. Adam Smith viene pertanto citato in modo erroneo come un sostenitore del capitalismo e del mercato ma la sua analisi andava ben oltre cercando di prevenire l’ingiustizia economica. Lasciare al mercato, con i tassi bassi dell’ultimo decennio, il pieno controllo del credito era sbagliato. Tra Ricardo, Mill e Bentham, quest’ultimo si limita ad una visione troppo utilitaristica.

A questo punto quale forma di capitalismo ci deve interessare? Quale tipo di equilibrio va stabilito tra stato e mercato?

La libertà economica

Nella libertà economica la vita delle persone a che fare con la ricchezza e la povertà. Una concezione abbastanza ampia della giustizia è ancora assente e soprattutto si conta su determinati diritti che però passano in due stati. Tutti infatti godono dei diritti di avere una vita sociale libera. Ma non è sufficiente. L’individuo è veramente libero quando può realizzare i suoi progetti di vita. E’ bello pensare che lo stato non possa impedire a chiunque di andare ad Acapulco o a Capri. Ma di fatto i poveri non ci possono andare. La libertà in potenza non è quindi sufficiente. Si deve anche poter esser liberi di seguire e coltivare le proprie inclinazioni personali.

Lo stato pertanto deve ragionare su come agevolare la libertà economica degli individui in modo che tutti possano realizzare i loro desideri. Fondamentale in questo il ruolo della libertà individuale e della comunità. Libertà quindi di essere istruiti, libertà di essere formati, libertà di essere sani.

La conseguenza è quindi quella che la libertà economica implichi dei limiti agli stessi prezzi dei mercati, dei trasporti, degli studi, della sanità. Ogni essere umano deve essere libero di costruirsi e costituirsi come individuo. La qualità che caratterizza questo stato di libertà è quindi quello della “capacità” che dipende dall’opportunità che rende liberi effettivamente di scegliere l’università dove andare a studiare, il luogo dove poter vivere e lavorare.

Libertà di scegliere.

L’egoismo del capitalismo senza confini pertanto impedisce questa libertà. Essere effettivamente libero quindi non solo come libertà generica, non solo come “tutto ti è permesso” ma poi non puoi realizzare. Il mercato alza barriere che il diritto alla libertà invece deve eliminare. Fu Karl Marx nell’Ideologia Tedesca per primo a parlare di questa libertà. Ma in questa direzione si collocano anche le opere di Mill, Hayek e Fridmann che si possono considerare come degli anti-utilitaristi.

La libertà economica e la libertà di scelta secondo Marx devono liberare dall’idea di una libertà che rimane “imposta” entro determinati schemi, nel quadro di una esistenza che viene considerata come semplice permesso. La libertà vera invece non deve scontrarsi, essere compressa dai prezzi del mercato, ed espandersi in una libertà collettiva che vale per tutti gli individui.

3 commenti

  • L’UOVO DI COLOMBO O LA QUADRA?
    Entrambe le cose. L’uovo di Colombo è l’espediente facilissimo cui però nessuno aveva pensato prima (o mi sbaglio?); e la “Quadra” è il modo di dire del “Senatur patano” che comunica la sua soluzione quando riesce a CONIUGARE diavolo e acquasanta.
    Mi riferisco alla difficile stagione della nostra economia, pressata da un lato dalla necessità di quadrare i conti oberati da un “Debito Pubblico” di 1890,6 miliardi di euro, e dall’altra dalla necessità di dare lavoro e salario a quella massa di gioventù esclusa dai processi produttivi della nostra economia anchilosata (con danni enormi su tutto l’apparato industriale del Paese).
    Premetto che non è come avere botte piena e moglie ubriaca, qua si tratta di sacrifici misurati che potrebbero contribuire a risolvere il problema occupazionale dei nostri “precari”.

    Veniamo al dunque: la giornata lavorativa è di 8 ore quotidiane, sindacalmente retribuite e gravate di quei tributi che lo Stato percepisce per fornirsi di mezzi con i quali provvedere alle necessità di tutti (semplificando il sistema fiscale).
    Cominciamo a dividere in due turni, di 4 ore, la giornata lavorativa e obblighiamo i datori di lavoro ad assumere in eguale percentuale i lavoratori del primo turno e quelli del secondo: a parità di salario e stipendi che verranno sgravati da ogni fiscalità che oggi incide sul costo del lavoro. Su un salario di 1000 euro mensili almeno il 50% di imposte gravano sul lavoratore e il datore di lavoro che funge da sostituto d’imposta. L’età pensionabile verrebbe spostata in avanti di 5 anni per dar modo all’INPS di raccogliere risorse necessarie a finanziare i turni di lavoro sgravati da qualsiasi tributo.
    La pressione fiscale resterebbe immutata, saranno i mancati introiti assistenziali e fiscali quelli che generosamente apporteranno benefici alla nostra economia.
    L’occupazione lavorativa, divisa in due turni, offrirà a tantissimi giovani in cerca di salario la certezza per il loro futuro, contribuendo così alla produzione industriale che crescerà a pieno sviluppo.
    La produzione si avvarrà di tutte le giornate lavorative, sospendendo i dì festivi che incidono sulla mancata produzione e qualsiasi tipo di sciopero. Natale e Pasqua e via ogni ponte da weekend. Almeno per i primi 5 anni. Dovranno allestirsi i dopolavori con quelle strutture necessarie a sostenere il tempo libero di masse sgravate del lavoro. Un impiego accorto in queste strutture comporterà l’assunzione di tanta mano d’opera necessaria al tempo libero.
    Lo Stato perderà le entrate relative ai salari detassati, compensato da quella decurtazione fiscale che non si farà più perché assorbita dalle migliori necessità che la detassazione offrirà alle masse disoccupate. La torta va divisa fra gli aventi diritto, specialmente per noi, italiani, che nel Art. 1, primo comma, della Costituzione, sanciamo che: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

    Difficile? Impossibile? Non so, spero soltanto che nel mio suggerimento ci sia qualcosa di positivo da poter applicare alla nostra economia stagnane. Anche la Marcegaglia dovrebbe dare l’esempio se l’idea è fattibile. La finiremmo con questa tarantella del taglio fiscale e consentiremmo alle famiglie una migliore spesa nel mercato dell’offerta.
    Una migliore domanda sostenuta dalla piena occupazione e una migliore offerta da parte della produzione agevolata nelle sue finalità dal pieno ritmo produttivo. Naturalmente i conteggi relativi li lascio agli esperti maestri di “Partita doppia”.
    Mi raccomando, niente pernacchie, volevo semplicemente contribuire.
    Celestino Ferraro

  • non possiamo misurare il benessere e l’equità sociale con la sola categoria del prodotto interno lordo. In questa cifra sono calcolati l’inquinamento dell’aria, la morte per il fumo delle sigarette, i morti in autostrada e l’uso delle ambulanze per raccoglierli, sono calcolate le porte blindate per la sicurezza delle nostre case e le prigioni per i delinquenti che tentano di scassinarli.
    Eppure, il PIL non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione o della gioia del loro stare insieme, delle bellezze naturali ed archeologiche e della nostra cultura millenaria, né della solidità delle nostre famiglie, né del livello del nostro dibattito pubblico. In ultimo misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Per esorcizzare il fantasma di una nuova crisi finanziaria, dell’aumento della disoccupazione, si ripensi a proporre un nuovo sogno ai cittadini: come migliorare la soddisfazione di vivere.
    La libertà è il valore universale che ogni individuo possiede. non è un caso che tutti gli esseri umani nascono nudi. l’individuo in quanto soggetto portatore di scelte e di pari dignità è libero. l’errore che si fa solitamente è di confondere la libertà di ogni singolo individuo e quindi la categoria dell’individualismo con la libertà dell’egoismo la categoria dell’egocentrismo utilitarista.

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