Acqua, una fiera contro natura

Si è abituati molto spesso a pensare all’acqua in una visione marina, con l’orizzonte che spazia nelle distanze oceaniche. L’acqua per questo appare un elemento familiare ai grandi fiumi delle pianure e alle coste marine, alle vaste spiagge oceaniche. Ma pochi ricordano come anche la montagna sia il luogo eletto dell’acqua, a partire dai ghiacciai sulle vette con le sue rocce intrise d’umidità, alle sorgenti, ai torrenti, alle migliaia di cascate e alle centinaia di laghetti e laghi. La nostra idea di acqua è quella di un’acqua pura, fresca, leggera. Uno dei momenti della giovinezza che rimane impresso in ogni individuo è proprio quello di porre le labbra alla canna della fontana dove l’acqua sgorga freschissima. Immaginate se bambini giunti alla fontana avessimo dovuto mettere un gettone per farla uscire. Oggi infatti si va la bar e i nostri figli non conoscono quell’emozione.
All’acqua trentina ha dedicato alcuni versi bellissimi Dante Alighieri nel XX canto dell’Inferno: «Suso in Italia bella giace un laco, / a piè de l’Alpe che serra Lamagna (Germania) / sovra Tiralli (Tirolo), c’ha nome Benaco. / Per mille fonti, credo, e piú si bagna, / tra Garda e Val Camonica, Apennino (gruppo Adamello-Brenta) / dell’acqua che nel detto laco stagna». Anche Petrarca ricordò le «chiare e fresche e dolci acque» delle fontane di Valchiusa francesi e Boiardo in pieno cinquecento dedicò versi alle acque del fiume Sarca. L’acqua è quindi anche un elemento ambientale fondamentale come l’ossigeno, come l’aria, come la luce.
La terra trentina è quindi una terra d’elezione di questo rapporto tra l’uomo e l’acqua, che per le migliaia di comunità che qui vivono da secoli, rappresentava non solo la sopravvivenza e la vita in ogni suo particolare, dal prato verde dove mangiano gli armenti, alle bianche nevi invernali sopra le zolle dei campi, ma anche il lavoro, la produzione di beni, lo sviluppo economico. L’uomo trentino per questo ha imparato a domare la forza delle mille sorgenti, incanalandole nelle fontane comunali bene comune di tutti, ma anche a muovere le pale delle fucine dei fabbri, delle seghe dei falegnami, le macine dei frantoi. L’acqua era della comunità e chi la sfruttava lo faceva grazie a rigidissime concessioni che avevano scadenze secondo norme secolari prestabilite dai consoli e dai capifuoco che vivevano nelle comunità.
L’acqua era, è sarà, se vista con questa ottica di servizio, e non di profitto, non solo la fresca acqua potabile che sgorga dalle nostre fontane e dai nostri rubinetti, ma anche l’acqua-energia, il petrolio di domani. I dibatti di questi anni sulla privatizzazione delle concessioni nella distribuzione dell’acqua corrono il rischio di svelare una sorta d’inganno legislativo, che rischia di confondere un bene comune naturale, che deve essere gestito dal giusnaturalismo la dottrina di diritto giuridico sorta nel XV secolo oggi dimenticato, con un bene artificiale, manifatturiero. Perché se oggi il Trentino non si rende conto di essere una terra energetica autonoma grazie alle centinaia di centrali idroelettriche che si trovano sul suo territorio, che tra le prime al mondo può puntare ad avere emissioni zero, puntando su un sistema integrato tra energia-idroelettrica trasporti e produzione industriale, questo paradossalmente non potrebbe essere possibile se l’acqua fosse stata privatizzata un secolo fa. Non sarebbe stato possibile espropriare valli, terreni, fiumi, e convincere le centinaia di comuni a costruire le centrali, le tubazioni, gli elettrodotti. Le privatizzazioni dei servizi dell’acqua avrebbe fatto esplodere i costi di esproprio e costruzioni di questi complessi energetici. I grandi lavori della Val di Daone non sarebbero stati possibili, se le gestioni comunali in quel tempo fossero state privatizzate. Per cui il concetto di privatizzazione si scontra decisamente con quello di bene collettivo, che alle volte supera quello particolare di una singola piccola comunità. Se Daone avesse detto no, la Edison non avrebbe mai potuto alimentare le industrie di Sesto San Giovanni che hanno avviato il boom economico degli anni Cinquanta.
La privatizzazione nel servizio della distribuzione dell’acqua appare quindi una sorta di “furberia” per scoprire, in piena crisi del modello economico liberista, un plus innaturale di rendita da indirizzare alla classe politica che sempre assetata di “liquidità”, si giustifica sull’inefficienza stessa delle agenzie municipalizzate, problema causato da chi per decenni non ha governato appositamente i beni collettivi. Per la necessaria bocciatura di questa legge, passa quindi la definitiva messa fuori gioco di una classe dirigente economicamente confusa, cresciuta alla fiera delle bolle dei mercati, pronta senza alcun pudore ad entrare nella prossima.

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