L’uovo di Colombo, ovvero il legame dimenticato fra democrazia e lavoro

la copertina del libro di Franco Panara

L’ho letto qualche mese fa e ne sono rimasta entusiasta. La qualità più evidente del saggio di Marco Panara (giornalista di Repubblica, curatore del supplemento economico “Affari & Finanza”, docente alla Facoltà di Scienze Politiche  dell’Università Orientale di Napoli) La malattia dell’Occidente – Perché il lavoro non vale più (Laterza 2010, € 16,00)  è l’estrema chiarezza con la quale viene presentato un contenuto non facile. Che ci sia la crisi, e che la crisi sia lontana dall’essere archiviata, lo sappiamo tutti e tutti lo viviamo sulla nostra pelle: ma la sue ragioni non di rado ci sfuggono e troppo spesso capita di preferire le soluzioni facili, legate a slogan populistici e di facile presa e consenso immediato, ad una consapevole presa d’atto di una situazione maturata nel corso di qualche decennio, una situazione che non poteva non portare alle attuali, evidenti, conseguenze. Il libro di Panara ha il grande merito di chiarire meccanismi complessi, utilizzando un linguaggio accessibile anche ad un pubblico non particolarmente addentro ai misteri della finanza globale e rendendo una materia ostica appassionante come la trama di un romanzo.

Il lavoro non vale più. E il lavoro è il collante della democrazia così come la conosciamo e siamo abituati a concepirla. Se il valore del lavoro viene meno, se vengono meno la sua dignità, i suoi diritti, il  suo riconoscimento sociale ed economico, ne deriva inevitabilmente un offuscamento fatale della qualità della vita individuale e collettiva. Questa è la tesi di fondo del libro di Panara: e, a ben vedere, si tratta del classico uovo di Colombo. Ma l’evidenza di questa “malattia” (la “malattia dell’Occidente” che dà titolo al saggio) è stata troppo spesso nascosta da un uso fuorviante e strumentale delle parole. Per esempio, si scrive “flessibilità” ma si legge, troppo frequentemente, “precarizzazione”. E una vita “precaria” dal punto di vista della remunerazione, dei diritti, delle prospettive, quella vita precaria che sembra attendere i nostri figli nei termini di un destino avvertito come ineluttabile e ineludibile, conduce naturalmente alla perdita di potere, alla limitazione dell’effettiva possibilità di scelta, all’incapacità di esercitare autonomamente e responsabilmente la cittadinanza. L’asservimento ideologico al paradigma di un mercato lasciato completamente a se stesso e alle sue pulsioni, un mercato che si è via via scrollato di dosso il rispetto delle regole e il sentimento della responsabilità verso il bene comune e individuale, in nome di un egoismo rapace che non vuole riconoscere limiti e doveri, ha pesantemente condizionato fin qui le scelte politiche sia a destra che a sinistra. La destra ha abbandonato ogni possibile orizzonte progettuale di più ampio respiro, preferendo “disfare lo Stato invece di farlo funzionare bene, negare il valore delle tasse invece di usarle meglio, togliere le regole invece di scrivere quelle giuste” (pag 141 – 142).  La sinistra si è trovata intrappolata  in un’ “altalena tra rigidezze superate e nuovi orizzonti che si fa fatica a seguire e che rende difficile consolidare valori, elaborare un linguaggio, una visione, un progetto”. (pag 142). Vedi Mirafiori.

Quali siano i risultati, lo vediamo bene. C’è un passo del libro di Panara che mi ha particolarmente impressionato:
I meccanismi  con i quali si formano le rendite sono molteplici, ma sempre richiedono una complicità della politica. Un sistema che consenta i monopoli, gli oligopoli, le posizioni dominanti favorisce le rendite, così come un sistema nel quale ci sono barriere all’accesso, settori economici non liberalizzati. Ma si creano anche dove ci sono trattamenti fiscali che privilegiano rendite e capitale rispetto al lavoro e all’impresa, dove il sistema legale non funziona e lascia spazio a chi ha più forza o più spregiudicatezza, dove lo Stato non controlla il territorio, dove non c’è un’adeguata tutela dei consumatori, dove c’è spazio per la corruzione, dove non c’è rigore per la spesa pubblica o non c’è una corretta allocazione delle risorse. Tutto ciò disperde ricchezze, crea privilegi e rendite, accentua diseguaglianze di trattamento e di opportunità, che se prolungate o accentuate possono minare la coesione sociale e la tenuta dello Stato democratico”.  (pag. 139) Si tratta di un ritratto impietoso, di fatto, della situazione in cui si trova il nostro Paese: e non c’è celebrazione per i 150 anni che tenga, non ci sono retorica patriottica o sberleffo populista che possano nascondere lo stato delle cose, non ci sono insulto televisivo o slogan demagogico che alla lunga possano arginare la decadenza inevitabile della qualita della nostra vita politico-sociale e dello stato di salute della nostra economia. Insomma, il tempo sta scadendo, e bisognerebbe svegliarci con una certa urgenza.

Perché sì, è vero, la parte centrale del libro ricostruisce con rigore ed efficacia le ragioni lontane e non locali di una crisi in parte generata e sostanzialmente amplificata dalla globalizzazione: ma se gli Stati Uniti (e non solo) hanno giocato un ruolo essenziale nella progressiva svalutazione del significato etico ed economico del lavoro, attraverso un meccanismo perverso di indebitamento diffuso che nel 2008 (ma le avvisaglie c’erano già da prima) ha finito per scoppiare generando le conseguenze che sappiamo, noialtri ci abbiamo messo del nostro. Forse le nostre Banche sono state più prudenti nella gestione di fondi a rischio e titoli spazzatura, ma il sistema Italia nel complesso è arretrato, strutturalmente e culturalmente. Un esempio? Uno dei possibili strumenti di rivalutazione del ruolo del lavoro, è  l’attribuzione di un valore aggiunto in termini di conoscenza, qualità e competenza. Questo valore dovrebbe derivare da una generale riqualificazione e ammodernamento del sistema formativo. E qual è il settore in Italia che più impietosamente è stato tagliato, impoverito senza alcuna contropartita, immiserito e dequalificato (e non solo dalla destra, sia ben chiaro)? Ma tu guarda, la scuola. Al punto che i nostri giovani sono meno istruiti, più depressi e meno valorizzati rispetto ai loro coetanei del resto del mondo. E sempre più si diffonde l’errata ed esiziale percezione che studiare non serva, sia una perdita di tempo, una sciocchezza, un lusso per perdigiorno viziati: meglio, evidentemente, una massa di lavoratori ignoranti, sottopagati e sfruttati che comunque riescono a portare a casa una sia pure immiserita pagnotta (forse), cedendo in cambio quote sempre più consistenti di diritti e dignità.

Ma questo discorso ci porterebbe lontano. In ogni caso, vale la pena di leggere questo bel libro e di riflettere sulle sue conclusioni. Perché la sfida è di quelle vitali, ma forse non l’abbiamo ancora del tutto persa, se ne sapremo riconoscere le motivazioni profonde e la genesi più lontana. E,  soprattutto, se  saremo in grado di recuperare il senso più autentico della nostra storia, quella  storia che sta alla base dell’art.1 della Costituzione: L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. E non si tratta solo di un’affermazione retorica, superata dai fatti, buona solo per le celebrazioni ufficiali: ma di un nesso fondamentale del quale dobbiamo acquisire nuova e più motivata consapevolezza.

Marco Panara sarà a Piombino, domani, alle 17.00, ospite presso la Libreria “La Fenice” del locale circolo di Libertà e Giustizia: chiunque sia in zona è caldamente invitato a partecipare e a portare il proprio contributo alla discussione.

*Lorenza Boninu, blogger, è socia del circolo di LeG a Piombino l’articolo che pubblichiamo si può leggere anche qui

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