Parlamento: tatticismi, divisioni e il Paese sempre più lontano

L’aveva fatto non più di un mese fa. Allora, Berlusconi, nella cena con i corrispondenti dei principali giornali stranieri, aveva indicato, a sorpresa, il nome del suo possibile delfino,  il Guardasigilli Angelino Alfano, strenuamente impegnato a far approvare la prescrizione breve e le altre leggi ad personam che tanto premono a Palazzo Chigi. Ora, l’operazione si ripete, e il Cavaliere indica un altro possibile successore, il superministro dell’Economia, Giulio Tremonti, proprio mentre il governo si appresta a varare il decreto per lo sviluppo economico. Le analogie, però, si fermano qui. Ben diversa è la sede scelta per l’ultimo annuncio, visto che si tratta di “Porta a  Porta”, sede prediletta per lanciare i proclami berlusconiani a milioni di telespettatori. E ben diverso è il peso politico dei due personaggi. La designazione di Alfano si è subito sbriciolata. Nel borsino dei possibili successori, Tremonti ha  ben altro peso, trattandosi del più autorevole esponente del governo dopo il presidente del Consiglio, di un uomo che può contare su eccellenti relazioni anche con le gerarchie cattoliche, dell’anello di congiunzione tra Pdl e Lega, mal sopportato per la sua politica del rigore da larga parte dei berluscones, inviso in non pochi momenti al sospettoso Cavaliere, che lo ha fatto ripetutamente attaccare dal giornale della famiglia. L’operazione è, dunque, ben più complessa della sortita di un mese fa. Anche se è opinione comune, e ben fondata, che non si tratti di una “vera” promessa, e tanto meno di una svolta, ma solo di un segnale, sparato in cielo quando il momento poteva sembrare opportuno. Del resto, la stella di Tremonti si è accesa dopo questa significativa premessa:” Se mi tiro indietro…”.

Ha parlato, Berlusconi, qualche ora dopo la votazione, alla Camera, sulla missione in Libia. Che si è risolta in una squallida sceneggiata, tale da gettare ulteriore discredito sull’affidabilità della nostra politica estera. Ma che il Cavaliere può considerare una pagina positiva per il governo, considerato che la coalizione è riuscita a non dividersi mentre l’opposizione, che era partita per metterlo in mora, si è spaccata in tre tronconi. Tuttavia, si tratta solo di un successo di facciata. Chi può cantare vittoria, a dodici giorni da un voto amministrativo di grande importanza, è soprattutto Bossi. Al contrario, il Pdl resta in fibrillazione. Come resta incerto il futuro di un governo che deve fare i conti con una maggioranza debole e litigiosa, esposto ai ricatti continui dei deputati transfughi. Quella raggiunta dal centrodestra è, quindi, una fragile tregua. Destinata a durare sino ai ballottaggi di fine maggio. In realtà, per la prima volta da dieci anni, tra Berlusconi e Bossi si è aperta una crepa, e la Lega comincia a porsi le domande sul futuro. In queste condizioni, tirare fuori dal cilindro il nome di Tremonti è apparsa una mossa azzeccata. Il superministro dell’Economia è indicato come garante di un futuro più sereno. La sua indicazione è una sorta di risarcimento per gli attacchi che gli sono stati fatti. Il Cavaliere vuole rallentare le tensioni, offrire un segnale di buona volontà. Però, a una rinuncia a Palazzo Chigi,  non ci pensa. Potrebbe lasciare spazio a Tremonti solo per puntare al Quirinale. Ma questa non è una partita che si giochi a breve scadenza. Oggi il premier ha bisogno di muovere lo scenario, di trovare diversivi, di dirottare l’attenzione dei suoi elettori, delusi dal centrodestra,  su falsi bersagli. Tutto ciò per un solo obiettivo: quello della sopravvivenza.

Farà bene l’opposizione a non lasciarsi invischiare in queste manovre. Il voto parlamentare sulla missione in Libia si è concluso male. C’è chi pensa di averne tratto un immediato vantaggio elettorale, ma per il centrosinistra, nel suo insieme, il risultato è negativo, e la delusione nel suo elettorato è innegabile. Tuttavia, i nodi non si sciolgono dando ragione a chi grida di più. Il punto sta nel riuscire a delineare in modo credibile una prospettiva per il Paese, ricominciando passo dopo passo, cercando di colmare il divario il divario crescente tra le questioni sul tappeto e le nebulosità di un dibattito politico condizionato dai tatticismi e dagli interessi di bottega. Si verifichi subito se è possibile costruire un terreno comune tra forze politiche che hanno anime non sempre omogenee, ma avvertono la comune esigenza di cambiare pagina. Domani potrebbe essere troppo tardi.

2 commenti

  • Credo che le difficoltà dell’opposizione abbiano il loro “epicentro” in quelle del Pd: un partito diviso al suo interno, che proprio per questo spesso assume un profilo rinunciatario e sbiadito, nel tentativo di non scontentare nessuno dei suoi azionisti di maggioranza, e in quello, ancora più maldestro, di compiacere tutti gli alleati, veri o corteggiati. Il risultato? Il partito, senza fare passi avanti nella costruzione di un’alleanza, perde il contatto con le aspettative e gli umori più profondi del suo elettorato. Bersani è una persona competente e onesta, ma non si percepisce entusiasmo intorno alla sua leadership. Forse è il tempo di preparare nuove primarie, combattute e drammatiche, che comportino, se necessario, anche il prezzo di scissioni. Ma che restituiscano finalmente un’identità, una linea chiara e il consenso della gente al principale partito del centrosinistra.

  • Chissà quanti italiani come me hanno disertato l’adunata televisiva bandita dalle varie grancasse italiche per ascoltare le consuete,pluriennali menzogne eteree del venditore che ci governa.

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