Fini: “Paese fermo e governo paralizzato serve patto di salvezza nazionale”

Gianfranco Fini UN PATTO di salvezza nazionale. Per tirare fuori dalle secche un Paese “fermo e sfiduciato”. Gianfranco Fini esce dal silenzio in cui si era trincerato dopo la “sconfitta” del 14 dicembre. È appena tornato dalle vacanze nei mari delle Laccadive. Abbronzato, seduto nel suo studio a Montecitorio descrive le incapacità di Silvio Berlusconi nell’affrontare le emergenze: un governo “paralizzato”. Ma il presidente della Camera vuole superare lo scontro dei mesi scorsi. “Per il bene dell’Italia”, dice. E rivolge la sua proposta a tutti: “maggioranza e opposizione”. Al centro del suo ufficio c’è la foto di Napolitano, quella del Papa e le immagini delle tre figlie. Sulla scrivania un posacenere. E un pacchetto di sigarette. Segno che gli scossoni politici hanno forse fatto naufragare il tentativo di smettere di fumare. L’Italia è sul punto dell’”asfissia” e ha bisogno di “convergenze tra maggioranza e opposizione”. Una proposta da sottoporre a “tutti, non solo al governo”: al Pdl, alla lega e al Pd. Le elezioni ora sarebbero “una prospettiva rischiosissima”. “Perché la situazione, rispetto al 14 dicembre, non è tanto cambiata”.

Quella giornata è ancora una ferita aperta per lei?
“Ho preso atto di una sconfitta politica”.

Anche di alcuni tradimenti?
“Il tradimento è una categoria che non dovrebbe appartenere alla politica. Comunque alcuni hanno fatto

delle scelte che vanno rispettate anche se non ne colgo le ragioni politiche”.

Ora, però, sembra essere tornati al punto di partenza.
“Nel voto del 14 c’è sicuramente la conferma che Berlusconi gode della maggioranza al Senato e alla Camera. Ciò che oggi si può fare seriamente è avanzare proposte per il prossimo futuro. Io vorrei iniziare l’anno con un auspicio: spero che nei prossimi mesi si compia un salto di qualità complessivo nel dibattito e nell’azione politica. E questo deve riguardare le forze della maggioranza e quelle dell’opposizione”.

In che senso?
“Ci si può dividere nel dire che gli ultimi sei mesi del 2010 non hanno rappresentato un successo per nessuno? Non credo. Sarebbe invece molto pericoloso continuare a pensare che i prossimi sei mesi saranno come i precedenti. Il rischio è che si ampli la frattura con l’opinione pubblica. Si percepisce il senso di repulsione nei confronti della politica. Questo accade perché il Paese è fermo e sfiduciato. C’è l’incubo dell’abisso”.

Pensa a una sorta di patto di salvezza nazionale?
“faccio notare che la ripresa economica è lontana. La metafora di Tremonti è stata felice: un videogame in cui se uccidi il mostro, ne compare subito un altro. Noi non riusciamo a innestare la marcia. E questo determina una sfiducia complessiva, non solo nel governo. Molti degli interventi del capo dello Stato – che io condivido e con il quale c’è sempre stata sintonia – hanno sottolineato proprio questo aspetto”.

Le proteste dei giovani contro la riforma Gelmini ne erano un’espressione?
“Certo. Ma la sfiducia nel domani va al di là della riforma. Nell’insicurezza scattano i meccanismi di autodifesa individuale. Ad aggravare la situazione ci sono alcune conflittualità storicamente irrisolte: quella tra nord e sud, tra le parite iva e i lavoratori dipendenti, tra precari e garantiti, tra giovani e anziani. O la politica, complessivamente, comprende che stiamo affrontando un tornante difficilissimo oppure i fossati si acuiranno”.

Ma lei e Fli siete usciti dal governo per questo. Ora cosa pensate di fare?
“Se si condivide questo approccio di sano realismo, allora ci possono essere convergenze per le forze di maggioranza e opposizione. Le opposizioni non si possono riparare dietro la logica del tanto peggio, tanto meglio. Sarebbe una logica sfascista. Così come per la maggioranza la logica dell’”andiamo avanti, non c’è alternativa””.

Ma lei pensa davvero che Berlusconi lo possa accettare? O pensa ad un altro governo?
“Questo non mi compete, lo decide il premier. La mia riflessione è rivolta a tutti e non solo al governo. Vivacchiare è negativo per tutti. Fermo restando i ruoli, della maggioranza e dell’opposizione, è un dovere proporre soluzioni per evitare l’asfissia”.

Ha pensato di dire queste cose direttamente al presidente del consiglio?
“Io faccio un’intervista a un importante giornale per parlare con tutti. Voglio uscire da quello che proprio Berlusconi chiama il teatrino della politica. E non userò nei confronti del premier una sola espressione polemica”.

I giornali del Cavaliere, però, non sono stati teneri. Le hanno attribuito anche una relazione con una escort.
“È solo fango. Non so da chi diffuso. Non ho mai conosciuto quella signora e chiunque affermi il contrario ne risponderà in tribunale”.

Le hanno chiesto anche le dimissioni.
“Mai prese in considerazione. Mi si possono contestare posizioni politiche ma non l’incapacità di rappresentare la Camera e l’imparziale gestione dei lavori d’Aula”.

L’asse con Casini è saldo?
“Certo. L’ho visto anche stamattina”.

Lei si rivolge anche al Pd?
“Io parlo a chi è in Parlamento. Opposizione e governo”.

Bersani e D’Alema, però, le hanno chiesto qualcosa di più. Immaginano un cartello per sconfiggere Berlusconi.
“Le alleanze non si fanno in ragione delle sommatorie di sigle. Ma sulla condivisione di alcuni progetti. E comunque le elezioni non sono vicine”.

Se non ci fosse la consapevolezza generale di cui parla, l’alternativa sarebbero le elezioni anticipate?
“Una prospettiva rischiosissima per l’Italia. In campagna elettorale non si fanno le riforme. Se poi la maggioranza riterrà di non poter governare, spiegherà il perché agli italiani e se ne assumerà la responsabilità. Ma sia chiaro che Futuro e libertà e il Polo della nazione non temono le urne”.

Più che il voto a Palazzo Chigi stanno cercando di strappare qualche deputato per andare avanti e qualcuno chiede ai centristi di “entrare” in squadra.
“È tempo sprecato. Certo, c’è il tentativo di guadagnare dei singoli, ma non ci riusciranno. E se poi lo scarto anziché di tre parlamentari diventasse di cinque, cosa cambierebbe? Continuerebbero a vivacchiare. Ma in questa situazione non si può vivacchiare e l’opposizione non si può limitare a dire valuteremo di volta in volta. Sarebbe un gioco di rimessa, e invece bisognerebbe disegnare un impianto di regole condivise”.

Regole condivise in due anni di legislatura?
“Siamo entrati nel 2011, il 150. mo anno dell’Unità d’Italia. Si può fare una riflessione su cosa significa essere italiani? Sui vizi del nostro sistema bipolare – di cui resto un convinto sostenitore e su questo Casini sarà d’accordo – che ha reso possibile l’alternanza ma non ha innovato sul piano della cultura politica?”.

Ma l’emergenza sembra soprattutto economica in questa fase.
“E infatti ridurre le spese e tenere sotto controllo i conti pubblici è necessario ma non sufficiente”.

Un limite di Tremonti?
“Di tutto il governo. Sarebbe ingeneroso dire che è colpa di Tremonti o pensare che si diverte a tenere sotto schiaffo i ministri. È il deficit di dibattito interno al Pdl che ho denunciato un anno fa. Anche l’Ue ha chiesto politiche riformatrici, che rilancino l’economia. Siamo in ritardo”.

Il ministro dell’Economia la accuserà di essere uno spendaccione.
“Non ci si può dividere tra chi vuole la spesa facile e i rigoristi. Sarebbe più lungimirante individuare progetti strategici. Cito sempre la Germania, non per la Grosse Koalition ma per la cultura politica condivisa che indica gli investimenti nella ricerca e nella tecnologica come strategici”.

Quindi i tagli lineari sono stati un errore?
“Sono l’esatto opposto. Sarebbe più utile una “Grande Assise” dell’economia e del lavoro con 100 teste pensanti in grado di trovare soluzioni. Nel nostro Paese c’è una miscela esplosiva: la giusta flessibilità nel mercato del lavoro si unisce però a un tasso di precarietà altissimo e a un livello retributivo tra i più bassi d’Europa. L’Italia è impoverita. Il ceto medio sta scomparendo. Il 45% della ricchezza delle famiglie è in mano al 10% degli italiani”.

Tutto questo con il governo in carica?
“Noi cerchiamo di farlo. Avanziamo soluzioni, proposte. Il mio auspicio è che non sia solo un’iniziativa di parte. Poi, certo, non si risolve tutto dalla sera alla mattina”.

Intanto vi aspettano delle scelte da cui dipende la sopravvivenza dell’esecutivo. Come il voto sul federalismo.
“Quel decreto è importante, ma il prossimo – quello sulle Regioni – è la vera sostanza. Il fisco municipale non è il cuore del problema. Le scelte sulle regioni saranno determinanti. Non dobbiamo perdere il complesso dei problemi”.

Ma voi cosa farete?
“Vedremo. In quel testo ci sono degli aspetti non so se voluti. I comuni, ad esempio, avranno meno entrate. L’Ici si paga solo nei luoghi dove non si risiede. Verificheremo alla fine se Calderoli troverà un’intesa con Tremonti sui saldi”.

E la mozione di sfiducia a Bondi?
“Non è una questione cruciale, ma deciderà il coordinamento del Polo della Nazione”.

L’alleanza con Casini è strategica?
“Se si votasse, staremmo insieme. Ci sarebbe una competizione con tre soggetti e non con due. Fli comunque farà un congresso a febbraio. Abbiamo un’idea del centrodestra diversa da Berlusconi e Bossi. Senso delle Istituzioni, dello Stato, dell’etica pubblica, della legalità. Fli si muoverà con la sua identità insieme all’Udc, all’Api, all’Mpa e ai Liberaldemocratici. E anche nel Pdl tanti condividono questi ragionamenti”.

Molti dicono che il leader di questo schieramento è Casini e non lei.
“Mi fanno ridere. Qualcuno – soprattutto nel Pdl – ha una scarsa considerazione di me e di Casini. Pensano di farci litigare”.

Sui temi etici una qualche differenza, però, c’è.
“Quando si presenterà il problema, lo risolveremo con un solo principio: la libertà di coscienza. Questa è la regola nei partiti democratici. Questa è una vera concezione liberale che altri ignorano”.

Lei si sente un uomo di destra o di centro?
“I valori restano quelli di destra. Servirebbe però un libro per spiegare cosa si intende nel 2011 per destra, centro o sinistra. Sono categorie del secolo scorso. Se poi per destra si intendesse il prevalere della finanza sull’economia reale, allora non sarei di destra… altri ci si riconoscerebbero più facilmente”.

C’è chi usa il caso Fiat come bussola.
“Marchionne è il segno di quanto l’Italia è in ritardo. Ho tirato un sospiro di sollievo quando ho sentito il segretario della Cisl Bonanni dire che senza le fabbriche non ci sono nemmeno i diritti dei lavoratori”.

Se fosse un operaio di Mirafiori lo voterebbe l’accordo?
“Senza dubbio. Il problema è che la politica è assente. ha delegato tutto alle parti sociali anche sulla rappresentanza. Bersani ha fatto bene a dire che si discute e poi l’esito del referendum si rispetta. Nessun paese occidentale si trova in questa condizione”.

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