Tante battute, pochi fatti

Che la sigla SPQR, nel cui nome i nostri antenati portarono il diritto e la civiltà nel mondo allora conosciuto, potesse essere letta anche «sono porci questi romani», è una di quelle battute sciocchine che ogni italiano apprende alle elementari, e per questo non fanno neppure più ridere. Non a caso compare in quel condensato di luoghi comuni sull’Italia – la pizza, il gesticolare, il «dolce far niente» – che è la mezz’ora girata tra Roma e Napoli del film «Mangia prega ama». Ma una battuta che sulla bocca di un bambino o di Luca Argentero, attore formatosi al Grande Fratello, lascia il tempo che trova, è invece desolante in bocca a un ministro del governo della Repubblica, leader del secondo partito della maggioranza. Anche perché pronunciata mentre Napolitano è a Parigi a parlare di Cavour e unificazione nazionale (si possono immaginare i commenti in Francia, dove lo Stato è una cosa seria). E perché il governo e la maggioranza appaiono da mesi paralizzati in una sterile guerra interna; senza che nell’opposizione prenda corpo un’alternativa credibile.
La politica industriale, i provvedimenti anticrisi, le infrastrutture sono fermi. In compenso, la fabbrica delle parole produce a ritmi da tigre asiatica. L’unico ministro che tace da oltre quattro mesi è il ministro dello Sviluppo economico; che non c’è. Da sempre la Lega ci ha abituati all’estremismo verbale. Le pallottole che costano 300 lire, i magistrati sulla sedia a rotelle cui «raddrizzare la schiena», i neri «bingobongo», l’uso improprio del tricolore, le battutacce contro i compatrioti di Roma e del Sud: Bossi gode da sempre di una licenza di parola, o meglio di insulto, con la giustificazione dell’efficacia popolaresca. Una delle sue armi è proprio usare il linguaggio da bar e farne linguaggio pubblico. Ma ora la Lega ha fatto scuola. Lo provano gli esponenti di destra e di sinistra che si paragonano reciprocamente a Stalin e a Hitler, con sprezzo del ridicolo e anche del rispetto dovuto ai milioni di vittime (tra cui migliaia di italiani) di quei criminali. E lo provano l’escalation verbale di quest’estate, la protervia con cui alcuni berlusconiani si sono gettati nella caccia a Fini, l’irresponsabilità con cui alcuni finiani hanno accusato senza prove Berlusconi di aver fatto o lasciato fare un dossier falso. Ormai ci siamo quasi assuefatti: come se la volgarità e la fatuità passassero come acqua sul marmo.
Non è così. Tutto questo accade in un Paese che ha già sperimentato come le parole possano diventare pietre, e piombo. Accadde agli slogan dei cortei rossi dei primi Anni 70 – la «giustizia proletaria», il «processo popolare» -, divenuti alla fine del decennio una sanguinosa realtà. La storia non si ripete mai due volte, e i paragoni con il passato sono sempre impossibili. Ma questo non significa che le parole a vanvera non abbiano, anche stavolta, un prezzo. L’esuberanza linguistica della politica italiana non corrobora un periodo di crescita economica e di coesione sociale. Avvelena ulteriormente una stagione difficile, in cui gli imprenditori (in particolare i piccoli) sono spesso lasciati soli dal governo nel mezzo di una crisi tutt’altro che finita; e in cui il disagio sociale spesso non trova rappresentanza in un’opposizione divisa e percorsa da suggestioni populiste. Si dice che il Pil non basti a indicare il progresso di un Paese. Se lo sostituissimo con un misuratore di parole, l’Italia di oggi sarebbe ricchissima. Ma non è così che si fanno crescere l’economia e la società.

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