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Corriere della Sera

La Costituzione, il Quirinale e le regole che vanno rispettate

30 agosto 2010 - Commenti disabilitati
Corrado Stajano

Una volta, sul finire degli anni Cinquanta, si studiava nelle scuole medie una nuova materia, Educazione civica, protagonista la Costituzione della Repubblica. Giuristi e giornalisti di rango, Alessandro Galante Garrone, Filippo Sacchi, tra gli altri, scrissero testi accurati sui quali studiarono intere generazioni. C’erano professori appassionati, non tutti certamente, nelle scuole pubbliche, ma anche dalle Orsoline, dalle Marcelline, dai Barnabiti, che spiegavano ai ragazzi la ragione, la funzione, la costruzione della Carta sulla quale si fondava (e si fonda) la Repubblica dopo la guerra rovinosa del fascismo e il sussulto di dignità della Resistenza.

Adesso la materia è diventata una gran frittata, si chiama Cittadinanza e Costituzione, è affidata al professore di storia, preoccupato di completare il suo programma, e comprende anche l’ambiente, l’Europa, l’organizzazione internazionale, la famiglia, l’educazione all’integrazione e all’interculturalità che chissà cos’è.

Peccato perché la Costituzione rappresenta il fondamento del vivere civile di uno Stato. L’ignoranza sembra invece sovrana, la malafede diffusa come l’intolleranza. La somma Carta, per i più dei governanti di oggi, è considerata un inciampo, un ostacolo da rimuovere perché fissa regole, obblighi, comportamenti e impedisce che l’interesse privato e di parte prevalgano sul bene collettivo.

L’opinione pubblica, forse complice la passività dell’estate, non ha compreso del tutto la gravità dell’accusa di «tradire la Costituzione» fatta al presidente della Repubblica da un deputato berlusconiano, il vicecapogruppo alla Camera. Napolitano non ha minimizzato, non ha fatto finta di nulla. La durissima nota del Quirinale in risposta a quell’insulto dissennato è una sorta di sineddoche (figura semantica, la parte — il deputato — per il tutto).

Qual è il significato dell’accusa? Un’intimidazione, un avvertimento a futura memoria: Napolitano non faccia quel che potrebbe avere in mente di fare.

Senza finzioni e senza pudori si tira l’acqua al mulino dello scioglimento delle Camere e delle elezioni anticipate in caso di crisi di governo. Basterebbe conoscere la legge elettorale e l’articolo 92 della Costituzione per rendersi conto di come è giuridicamente sbagliato questo proposito su cui si batte e si ribatte. Anche per questo l’accusa al Presidente di violare la Costituzione non può non allarmare chi è fedele alle istituzioni.

Illustri costituzionalisti, come Gustavo Zagrebelsky e molti altri, hanno spiegato che lo scioglimento delle Camere non è la soluzione obbligata di una crisi di governo. È soltanto un’opinione politica, legittima come tale, ma costituzionalmente insostenibile. Nel caso che il presidente del Consiglio presenti le dimissioni del governo al Quirinale è dovere del presidente della Repubblica di verificare se in Parlamento esiste una maggioranza. Può darsi di sì e può darsi di no. Tutto qui. Il potere di sciogliere o meno le Camere e di indire nuove elezioni, dopo gli obbligati tentativi di non interrompere la legislatura, è soltanto del presidente della Repubblica. I ragazzi che studiarono sui libri di Alessandro Galante Garrone e di Filippo Sacchi lo sanno benissimo. E lo sanno coloro che, senza i paraocchi dello spirito di fazione, conoscono la Carta costituzionale.

Il tentativo di scardinare gli istituti di garanzia della Repubblica, del resto, è stato nei piani dell’attuale maggioranza di governo anche in passato. È ormai storia la famosa costituente della baita di Lorenzago di Cadore nella XIV legislatura, quando Roberto Calderoli, Francesco D’Onofrio, Domenico Nania e Andrea Pastore compilarono 56 articoli che avrebbero dovuto dar vita alla seconda parte della Costituzione — l’ordinamento della Repubblica — mettendo a rischio anche la prima parte, i principi fondamentali e i diritti e i doveri dei cittadini. Impresa non da poco portata a compimento, con velocità da pistard, in cinque giorni, tra il 20 e il 25 agosto 2003: il presidente della Repubblica ridotto al lumicino da una rappresentanza formale; la Corte costituzionale privata dell’equilibrio della sua composizione (il Parlamento avrebbe potuto nominare due giudici in più togliendo questo diritto al Quirinale e alla magistratura). E poi: il primo ministro beneficato di un potere sovrabbondante, più che in una repubblica presidenziale; la devolution, l’attribuzione alle Regioni di competenze che avrebbero creato diseguaglianze, spese incontrollabili, conflitti tra Stato ed enti locali, rottura dell’unità nazionale.

Il disegno di legge costituzionale in settembre era già alla Camera, l’anno dopo definitivamente approvato al Senato. Più che i partiti di opposizione capirono il pericolo grave i cittadini, le associazioni, i gruppi, i circoli della società civile, primo fra tutti «Libertà e giustizia». Con pochi mezzi a disposizione, spiegarono, si prodigarono, crearono allarme e organizzarono, raccogliendo le indispensabili firme, il referendum popolare che il 25 giugno 2006 bocciò il disegno di legge.

Si prova malinconia e anche angoscia se si pensa alla Costituzione entrata in vigore il 27 dicembre 1947, ancora oggi invidiata come un modello da tutto il mondo civile. Quell’anno si era rotto il governo di unità nazionale, comunisti e socialisti erano stati esclusi dal nuovo ministero De Gasperi. Ma alla Costituente non si ruppe la condivisione dei principi comuni. Quegli uomini di idee differenti, con tutti i possibili contrasti che non mancarono, seguitarono a lavorare insieme, in nome dell’interesse del Paese.

Vien da sorridere, poi, se si pensa ai loro nomi, alla loro vita, alla loro cultura, alla loro personalità. Tra i protagonisti della Costituzione ci furono infatti Luigi Einaudi, Meuccio Ruini, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Emilio Lussu, Giorgio La Pira, Palmiro Togliatti, Amintore Fanfani, Aldo Moro.

La memoria del passato può anche essere crudele.

* Questo articolo è stato pubblicato il 22 agosto 2010

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