Riforme, il patto di Fini e l’appello di Bersani

E’ vero che nel nostro scenario politico la coerenza non è la massima virtù, ma la spaccatura tra Berlusconi e Fini, avvenuta in modo spettacolare, sembra irreparabile. Bisogna dunque attendersi una guerra di posizione assai difficile. Che cosa può fare, a questo punto, il centrosinistra, e in particolare il Pd, il principale partito d’opposizione, per invertire la tendenza e riaprire realmente la discussione sul futuro? Bersani ha lanciato un appello a tutte le forze d’opposizione, includendovi anche Fini, affinché stringano tra loro un patto a difesa delle istituzioni repubblicane. Francamente, non è una novità. Di una sorta di patto repubblicano, di Comitato di salute pubblica a difesa della Costituzione, avevano parlato Casini, e poi Di Pietro, pur partendo da visioni opposte. Ma, lasciando da parte le polemiche sull’eventuale primogenitura, bisogna guardarsi dalle formule che si risolvono nelle solite manovre tattiche, buone per tenere insieme posizioni differenti e provare a lucrare su possibili rendite di posizione. Nel frattempo, resterebbe ancora una volta senza risposta il bisogno di un forte profilo culturale e programmatico dell’opposizione di centrosinistra.
Certo, la breccia aperta da Fini a destra va guardata con attenzione. Il presidente della Camera solleva problemi che il centrosinistra ha posto da anni: i rischi del cesarismo berlusconiano, i pericoli per la legalità rappresentati dalle tante leggi ad personam, gli effetti devastanti che potrebbe avere per la coesione sociale un federalismo di marca nordista.

Si tratta di vedere quanto potrà tener fede ai principi enunciati pur restando all’interno del Pdl. Il banco di prova è vicino. Malgrado le affermazioni di Berlusconi, nel suo messaggio in tv per il 25 aprile, la riforma costituzionale si allontana, e con essa il sogno presidenziale del Cavaliere. Ma ci sono altre cose che il premier ha bisogno d’avere presto perché su queste si regge la diarchia con Bossi: da una parte, il federalismo fiscale; dall’altra, la legge sulle intercettazioni, il progetto sulle carriere dei magistrati e tutto quello che serve a mettere Palazzo Chigi al riparo dalle inchieste giudiziarie. Dinanzi alle previste forzature della destra berlusconiana, sarà possibile, per il presidente della Camera, riportare il rapporto tra governo e Parlamento su un piano di maggiore equilibrio? E ancora: che cosa accadrà se Berlusconi, rifiutando ancora una volta la normale dialettica parlamentare, cercherà di rovesciare il tavolo e di andare prima del tempo alle urne? Qui Fini, come terza carica dello Stato, ha un ruolo importante da giocare. Tanto più nelle presenti circostanze, con un presidente del Senato, il suo collega Schifani, che si fa megafono delle richieste berlusconiane.
Insomma, siamo appena agli inizi. La lealtà costituzionale del presidente della Camera dovrebbe essere una garanzia. Ma guardiamoci dagli abbracci, dagli ammiccamenti che rivelano antiche nostalgie per l’”inciucio”. Si può dialogare, per difendere i fondamentali di una democrazia costituzionale.

Ma restando avversari e controparte. E bisogna riflettere, finalmente, sui modi per risollevare un centrosinistra frastornato dalle sconfitte elettorali e dalla crisi di fiducia. E’ da quasi vent’anni, ormai, che l’ipotesi di un’alternativa riformatrice, adeguata alle esigenze del Paese, rimane una scatola vuota. Prevalgono i discorsi sulle alleanze, i tatticismi che sono il residuo della vecchia partitocrazia. E si è perso il momento buono per un rinnovamento profondo, capace di coinvolgere le energie che, malgrado tutto, sono presenti. I cultori del “realismo” diranno che si tratta di pura teoria. Ma nessuna svolta è possibile se si lasciano inaridire le spinte vitali, si bloccano la partecipazione e la speranza, si bruciano leader e ipotesi di ricambio. Con quali idee-forza oggi il Pd può recuperare il rapporto con la sua gente, convincere gli indecisi, richiamare l’attenzione degli astensionisti amareggiati e delusi? E’ questo il primo problema se si vuole recuperare il rapporto con il Paese. Certo, è un’impresa difficile, un impegno di lungo periodo. E la crisi del centrodestra potrebbe, invece, bruciare i tempi. Ma la risposta peggiore sarebbe continuare, ancora, a gestire l’ordinaria amministrazione.

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