Il Cav ha paura: no al confronto ma invade da solo i teleschermi

Gli italiani che in questa vigilia elettorale guardano i Tg (sia della Rai, sia delle reti private) sono tempestati, perseguitati, dalle dichiarazioni e dalla presenza continua di Berlusconi in tutte le ore del giorno e della notte. Addirittura straripa ossessivamente dopo la manifestazione di sabato scorso. Altro che par condicio. D’altronde, per informarsi sulle vicende politiche – cancellati i talk show di Santoro, Vespa, Floris e altri – è inevitabile seguire i telegiornali o le tribune elettorali, ben poco appetibili.
In questa situazione, non mi pare che sia stato dato adeguato risalto ad alcune rilevazioni sui politici nei telegiornali compiute, nelle ultime settimane, dall’Osservatorio di Pavia e dall’Agcom. Vediamone i risultati essenziali. Da domenica 7 marzo a sabato 13, il cosiddetto “tempo di parola” (il periodo in cui il soggetto politico o istituzionale è direttamente in voce) è stato così distribuito: in tutte le edizioni del Tg1, il Pdl ha avuto il 33,33%, ma per la maggioranza si deve anche calcolare il 3,73% della Lega. Per contro il Pd ha avuto voce per il 14,52, l’Idv per il 5,03%, l’Udc per il 5,3, e infine le liste Bonino-Pannella per l’1,8%. A questi partiti bisogna però aggiungere i soggetti istituzionali, quasi tutti espressione del centrodestra. Come, ovviamente, il governo che sempre sul Tg1 ha avuto il 17,90% del tempo, compreso il presidente del consiglio poi però rapidissimo nel rifiutare (è cronaca di ieri) qualsiasi confronto vis-à-vis con il leader dell’opposizione.
In conclusione, secondo le rilevazioni dell’Authority per le comunicazioni, maggioranza e governo hanno registrato quasi il 55% di presenze sul Tg1, contro il 26,6% dell’opposizione.

Equilibrato il Tg3 con il 43,89% (maggioranza e governo) e 38,5% (opposizione, compresi radicali al 6,8%). Nel Tg5 il rapporto è 56,5% contro 21,9% (più 18% circa tra Verdi e radicali). Senza pudore il Tg4 di Fede: 67% pro-centrodestra contro il 13,30% circa dell’opposizione (0,63 Di Pietro!), più il 5% di Pannella. Si deve anche ricordare che nella settimana analizzata non erano ancora scoppiati il caso delle intercettazioni di Trani e quello degli otto no alla ripresentazione della lista Pdl a Roma. Allora è scattato, più furioso, il martellamento del Cavaliere non solo in Tv ma anche in radio, con attacchi continui alla magistratura “di sinistra”. La riprova nei dati dell’Osservatorio di Pavia, la cui rilevazione si è spinta più in là, sino al 14 marzo. Pdl, governo e Lega sommano il 51 per cento di tempo di parola nel Tg1 di prime time; a Pd, Idv e Udc è attribuito il 31,8%. Nel Tg3 rispettivamente 43,3% e 38,4%. Il Tg5 offre ai due fronti il 57,5% e il 32,6%. Il Tg4 è senza confronto: 83,7% a governo e maggioranza (pubblicato anche da “24 Ore” del 18 marzo).
Ora, se consideriamo che l’audience media del Tg1 supera i 5 milioni di spettatori (pur in calo) e il Tg5 va oltre 4 milioni e 200mila siamo ad un evidente tentativo di condizionamento non solo dell’informazione ma delle capacità critiche dell’audience .
Sentiamo già la solita “canzone” (come direbbe B.) dei sussiegosi critici: mavalà, la televisione non sposta un voto, gli italiani non si fanno mica influenzare dai telegiornali.

Ecco, è bene ricordare che a giugno scorso il Censis ha pubblicato i risultati di un ampio sondaggio su come si informano gli italiani in vista delle consultazioni: “Il 69,3 per cento sceglie chi votare attraverso notizie e commenti trasmessi dai telegiornali”. Dice ancora il Censis, testualmente: “I Tg restano il principale mezzo per orientare il voto, soprattutto tra i meno istruiti (76%), i pensionati (78,7%) e le casalinghe (74,1%)”. E con questi dati, il premier ha il coraggio di sostenere che era suo “dovere” intervenire per mettere la mordacchia a Santoro. “Neppure nello Zimbabwe” il primo ministro si comporta in questo modo.

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