Testamento biologico, un anno dopo Eluana

E’ trascorso quasi un anno dalla morte di Eluana Englaro (9 febbraio 2009) e la legge sul testamento biologico o Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) è ancora in alto mare in Parlamento, dopo la prima approvazione a tambur battente al Senato (26 marzo dell’anno scorso). Forse dovremmo dire “per fortuna” non è ancora definitiva la legge Calabrò varata a palazzo Madama, perché le norme contenute in quel testo sono dogmatiche, oppressive e non consentono la libera scelta ai pazienti in condizione di fine vita. Mentre sarebbe necessaria una “legge mite”, di indirizzo, soprattutto con disposizioni rispettose della volontà dei malati, come esiste in tutti i paesi civili e democratici (che non siano sotto la tutela di autorità ecclesiastiche…).In questi primi giorni di febbraio il ddl sul biotestamento è in discussione alla commissione Affari sociali della Camera e si sta affrontando l’articolo chiave di tutto il provvedimento- il terzo- che dispone sui contenuti e i limiti della dichiarazione anticipata di trattamento. E’ il comma 5, in particolare, quello decisivo: nella formulazione attuale prevede che “l’alimentazione e l’idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vita- le e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento”. Cioè non si può disporre nel testamento biologico che, in previsione del momento in cui non si avrà più la capacità di intendere e volere, si vuole rinunciare all’alimentazione obbligatoria: al malato incosciente sarà comunque applicato il sondino per la nutrizione, perché non può essere registrata una sua volontà precedente e contraria.

Gli stessi familiari del paziente non avranno possibilità di intervenire. Decide il medico o un collegio di sanitari. D’altronde nel biotestamento, il dichiarante può esprimere in relazione alle cure e ai farmaci non più che il proprio “orientamento” (per quando sarà in stato di incoscienza), e le sue volontà, esclusa qualsiasi scelta di tipo eutanasico ovviamente, saranno solo “prese in considerazione” dal medico che però potrà “seguirle o meno”, motivando la scelta in cartella clinica. Tutto questo intrecci di limiti e divieti rende quasi inutile e non vincolante la Dat. Tanto che proprio in queste ore, in commissione alla Camera, si esamina un emendamento del relatore della legge, Di Virgilio (Pdl), all’articolo 3, secondo cui alimentazione e idratazione “devono essere mantenute fino al termine della vita, ad eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo”. In modo contorto ed enigmatico si sostiene che se il paziente non assimila più ciò che gli si somministra col sondino, si può sospendere il trattamento.E tuttavia, anche in questa nuova versione dell’articolo 3, idratazione e alimentazione non possono “formare oggetto di Dat”. Così ritorniamo al punto di partenza, con divieti che soffocano la volontà del paziente. C’è perfino da chiedersi se non sia meglio, per evitare una regolamentazione rigida, lasciare che la scelta sul finis vitae, se in condizioni vegetative o terminali, sia affidata, tacitamente, come spesso avviene adesso, al buon senso e alla pietà dei familiari e dei medici curanti.In ogni caso non è chiaro se davvero la maggioranza approverà l’emendamento all’articolo 3, prima in commissione e poi in aula (dove forse non arriverà a febbraio, e a marzo si prevede anche una sospensione dei lavori per la campagna elettorale regionale).

Si può però ipotizzare che la legge Calabrò dovrà comunque tornare all’esame del Senato, non si sa in quali tempi, non brevi. L’ala finiana-radicale del Pdl vorrebbe cambiare la legge (almeno trenta deputati), ma i dogmatici ed integralisti difensori del testo Calabrò hanno già iniziato le manovre per ostacolare le modifiche: per esempio qualche giorno fa, in commissione, al Pdl liberal Della Vedova -vicino, sulle questioni bioetiche, a Fini- non è stato consentito di prendere parte al voto, come di solito era avvenuto (26 volte) in passato, rispettando la prassi parlamentare, in sostituzione di colleghi di partito assenti. E’ stato un plateale segnale di censura, che contrasta con la spesso sbandierata volontà di lasciare libertà di coscienza e di voto, su questa materia, ai deputati Pdl. Per di più il sottosegretario alla Salute Roccella ha voluto precisare che alla Camera “l’obiettivo non è quello di riscrivere il testo, ma quello di recepire il provvedimento già approvato a palazzo Madama”. La settimana che si è appena aperta, quindi, sarà decisiva per il futuro della legge sul testamento biologico e per le scelte di uno Stato laico.

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