Eni: un utile di 7 miliardi, ma all’erario versa solo 335 milioni

Due interpellanze in due mesi, ma il mistero rimane: a fronte di un utile ante-tasse di circa sette miliardi di euro, l’Eni SpA versa all’erario italiano appena trecentotrentacinque milioni di imposte nette, con una incidenza fiscale inferiore al 5 per cento, mentre evidentemente crescono le imposte versate all’estero dallo stesso colosso energetico. E allora ecco la domanda reiterata qualche giorno fa al viceministro dell’Economia e Finanze Giuseppe Vegas dal deputato Pd Ludovico Vico, nell’aula della Camera: crescono le imposte versate all’estero per necessità oggettive o, forse, si sfruttano regimi fiscali più favorevoli ai danni dell’erario italiano?
Se due mesi fa, ad analoga interpellanza, il sottosegretario Nicola Casentino aveva completamente ignorato la domanda, Vegas l’altro giorno qualche cosa l’ha detta, naturalmente dopo aver “sentita la società in questione”. Ha sottolineato che l’Eni è “un’impresa integrata nel settore dell’energia, che opera in circa 70 paesi, con forti posizioni di mercato, quotata anche e addirittura a New York”, e che insomma il ministero dell’Economia e Finanze (azionista di maggioranza dell’Eni) “si limita ad esercitare i diritti dell’azionista”. Come dire: in effetti l’Eni paga tasse un po’ dovunque, e quindi anche (o soprattutto?) dove i regimi fiscali sono più benevoli. Ma proprio su questo il governo ha taciuto ancora una volta.
VICO, in replica: “Lei, signor viceministro, dall’evasione è passato all’elusione, nel senso di aver lasciato intendere che c’è un problema ma chissà quando sarà affrontato.

Tuttavia, se me lo consente, entrambi sono reati fiscali…”
VEGAS, interrompendo: “Beh, l’elusione non è proprio un reato…”
VICO: “E tuttavia è cosa grave e, in quanto tale, perseguita! Il suo ministero non ha solo diritti ma anche doveri, ed in primo luogo ha la competenza istituzionale del controllo sull’Eni. Presenteremo una terza interpellanza: vogliamo sapere quanto e soprattutto dove l’Eni paga le tasse, e perché proprio l’erario italiano è il meno favorito”.

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