Quando partì l’invettiva:“Cupidigia di servilità!”

E’ il 30 luglio del 1947. La Camera sta discutendo le pesanti condizioni del trattato di pace che l’Italia deve alle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale per le responsabilità del fascismo e della monarchia. De Gasperi, già al suo quarto governo (ma anche il primo dopo la cacciata di comunisti e socialisti) difende quel trattato: lo ha siglato lui stesso e ora ne chiede la ratifica all’Assemblea costituente. C’è di mezzo il lauto assegno che il presidente Truman ha consegnato al leader dc in cambio della rottura dell’unità antifascista e dell’approvazione di quel trattato-resa. Vittorio Emanuele Orlando, l’ormai anziano Presidente della Vittoria del precedente conflitto, non può non intervenire in dissenso.
ORLANDO – Vi prego, vi scongiuro onorevoli colleghi, al di là e al di sopra di qualunque sentimento di parte – quale stolto potrebbe attribuirmelo? –, non mettete i vostri partiti, non mettete voi stessi di fronte a così paurosa responsabilità. Questi son voti di cui si risponde dinanzi alle generazioni future, si risponde nei secoli di queste abiezioni fatte per cupidigia di servilità! (Il resoconto stenografico riferisce: Vivissimi applausi a sinistra e a destra, proteste vivaci al centro e al banco del governo, rumori vivissimi, scambio di epiteti tra sinistra e centro, ripetuti richiami del presidente, nuovi prolungati rumori, scambio di apostrofi tra il centro e le sinistre, viva agitazione.)PRESIDENTE TERRACINI – Prego i colleghi di prendere posto ai loro banchi!VOCI DAL CENTRO – Deve ritirare l’insulto! Deve ritirarlo!PRESIDENTE – Onorevoli colleghi, basta! Ogni manifestazione, anche se di giusta reazione, perde il suo valore quando cessa di stare nei limiti.

Permettano quindi all’onorevole Orlando di riprendere la parola e di chiarire il senso delle sua parola.VOCI DA SINISTRA – Ricordatevi che avete davanti l’uomo di Vittorio Veneto! Il presidente della Vittoria!ORLANDO – La parola “servilità” qualifica l’atto non le persone (…) L’atto in sé è servile, ma poiché non vi risponde l’intenzione di compierlo come tale, nessuno può restare offeso (…) Convenite con me, obiettivamente, indipendentemente da ogni giudizio politico e da ogni preferenza verso questa o verso quella linea di condotta, convenite con me che questo trattato è una solenne ingiustizia?VOCI DA MOLTI BANCHI – Si!ORLANDO – E allora non ho null’altro da aggiungere. (Vivissimi prolungati applausi a sinistra e a destra, molte congratulazioni, commenti al centro.)PRESIDENTE – Ha facoltà di parlare l’onorevole presidente del Consiglio. (Applausi al centro, rumori a sinistra.)ALCIDE DE GASPERI – Onorevole Orlando, il rispetto, l’ammirazione, la devozione che le ho sempre dimostrato mi permettono di dire una parola franca (…) Sono stato colpito nel profondo dell’anima dalle ultime sue frasi, che la proposta di ratifica era un’abiezione fatta per mancanza di coraggio e per cupidigia di servilità (…) Sono profondamente offeso e con me tutti coloro che hanno affrontato il nemico non solo sui campi di battaglia ma affrontando il fascismo con coraggio, soffrendo giorno per giorno. (Vivissimi applausi al centro, rumori e commenti a sinistra e a destra.) Ho la coscienza e la consapevolezza di aver rappresentato degnamente, fieramente, il mio paese nei consessi internazionali.

(Interruzioni a sinistra, vivissimi applausi al centro, scambio di apostrofi tra sinistra e centro.) Onorevole Orlando, avrei aspettato dalla sua lealtà che ella avesse dichiarato che le parole “cupidigia di servilità” non si riferivano a coloro che propongono in buona fede e con retta coscienza di ratificare il Trattato. Avrei preferito che lo avesse dichiarato!ORLANDO – L’ho detto!DE GASPERI – Se questa è la sua dichiarazione, io sono lieto di accettarla, quantunque il linguaggio altrimenti doveva essere interpretato.
In realtà De Gasperi non accettò affatto la dichiarazione di Vittorio Emanuele Orlando, e si legò al dito la sua feroce invettiva covando a lungo la vendetta. La consumò freddamente cinque anni dopo quando decise di andare a commemorare il 4 novembre al sacrario di Redipuglia dove riposano le salme di centinaia di migliaia di caduti della Grande Guerra. Il presidente del Consiglio trascurò di proposito di invitare Orlando che pure, dell’esito di quel conflitto, era stato tanta e appassionata parte. Giuseppe Long, direttore di quello che allora si chiamava “Il Giornale dell’Emilia” (ma poi tornò a usare la vecchia testata: “Il Resto del Carlino”), scrisse una nota di aspro rimprovero al governo per la “incredibile omissione” che aveva tutto il sapore di una tardiva ritorsione. De Gasperi lesse, incassò, e spedì il prefetto di Palermo a casa di Orlando (che era palermitano e lì risiedeva) con l’incarico di fargli sapere che il governo considerava invitati a Redipuglia tutti i parlamentari e quindi anche lui, il presidente della Vittoria.

Orlando non bevve la scusa, ricusò l’invito, e non si mosse più da Palermo dove morì qualche settimana dopo per una banale bronchite alla veneranda (e assai ben portata) età di novantadue anni.

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