Moralismi vintage: quando Irene Pivetti sfrattò i nudi dalla Camera

Sbaglierò, ma secondo me è opportuno dedicarsi agli anniversari solo per le cose terribilmente serie. O per quelle terribilmente ridicole, com’è per il caso che andiamo a ricordare. Già, perché – a proposito di anniversari – sono trascorsi esattamente quindici anni dal giorno in cui si seppe (e si rise, più che indignarsi) della Grande Decisione presa da Irene Pivetti qualche tempo dopo l’inizio della breve stagione in cui fu presidente della Camera – la stessa carica rivestita con onore e rispetto generale da Nilde Iotti! – su ordine di Bossi, prima di passare con Dini, transitare poi tra le truppe mastellate, e per finire ad esibirsi come dark lady in tristi e sboccate trasmissioni televisive di quart’ordine.
Andò così, quando Irene portava ancora la croce di Lorena al collo: che non potendo mettergli le braghe come aveva fatto Daniele da Volterra con il Giudizio Universale di Michelangelo, la Nostra, in puro stile bacchettone, semplicemente sloggiò tutti i quadri, antichi e moderni, in cui erano raffigurati nudi; e lo fece sfrattandoli non solo dal suo studio ma da tutti i locali della presidenza della Camera, sostituendoli con madonne e scene di battaglia: un perfetto mix vandeo-lefebvriano. C’entrava per caso, in questo tourbillon, una scelta sesuofobica, del resto perfettamente in linea con il Pivetti-pensiero di quella sua prima (e poi del tutto dimenticata, tranne che per questa grottesca storia dei nudi) esibizione da terza carica dello Stato? Macché.

Appena saltò fuori la sciagurata impresa, il suo addetto stampa (quel Renato Farina, poi fatto deputato da Berlusconi come premio di consolazione per la radiazione da giornalista quando si scoprì che faceva la spia, con il nome di copertura Betulla, per i servizi segreti) e il suo segretario particolare si affannarono a volare basso: “Si tratta di rimozioni di carattere prevalentemente estetico”, dissero tra i cachinni di deputati, funzionari e cronisti parlamentari.
La “rimozione” cominciò alla chetichella dallo studio ufficiale della presidente, al piano nobile di Montecitorio. Nell’arco di più di vent’anni, ed attraverso i predecessori di Pivetti (Sandro Pertini soprattutto, che aveva fatto il grosso degli investimenti, e poi Pietro Ingrao, Nilde Iotti, Giorgio Napoletano: gente seria e acculturata), quello studio si era trasformato in una piccola pinacoteca, e per fortuna poi, nel dopo-Pivetti, è tornato ad esserlo con Luciano Violante, Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini. Alle quattro pareti una grande “Composizione” di Mario Sironi; una rarissima “Casa rosa” di Giorgio Moranti, il maestro delle nature morte; un insolito “Combattimento di gladiatori” di un altro illustre Giorgio: De Chirico; una “Figura di donna” di Massimo Campigli; lo “Studente innamorato”, cioè un autoritratto giovanile di Mario Mafai; il “Cristo deriso” di Renato Guttuso…
Pivetti non obiettò sulla donna di Campigli: figuriamoci, era ed è vestitissima.

E neppure sugli occhi languidi di Mafai-studente: lui era ed è addirittura in giacca e cravatta. Ma sul Sironi ebbe a eccepire, eccome: intanto in primo piano c’era e c’è una donna che malpela il seno, e in scala minore c’erano e ci sono – nudi – addirittura tre uomini. Via dunque il Sironi, con il placet a posteriori del critico e allora deputato Vittorio Sgarbi: “E’ stato sfrattato un pittore fascista!” E al posto del Sironi cosa piazzare? Fu lo stesso Sgarbi a informarne i cronisti: “Ci mettiamo una pregevole Madonna con Bambino di Bernardino Luini che sembra stia molto a cuore anche a Scalfaro”, ciò di cui nessuno avrebbe mai dubitato. E a confermare che trattatasi di “discriminazione erotica e non politica” lo stesso Sgarbi dimostrò: “Tant’è che il Guttuso è rimasto”. Grazie.
Poi la scure si abbattè su una grande “Venere dormiente”, ovviamente nuda, di Luca Giordano. L’opera del pittore del Seicento napoletano stava nello “studiolo” alle spalle dell’ufficio di Pivetti: venne sostituita con una scena manierista di battaglia. “Lo studiolo era troppo pieno,,,quella Venere rendeva l’ambiente ancora più pesante”, spiegò il medico-segretario della presidente. (Non lo smentii solo per malriposta correttezza istituzionale: in quello studiolo, e sotto quel quadro di Luca Giordano, io ci avevo lavorato non per un mese ma per tredici anni durante la presidenza Iotti, e debbo dire che mai ambiente e compagnia furono più piacevoli di quello studiolo e di quella Venere tanto ingenuamente languida quanto sfacciatamente impudica per Pivetti.)
Il repulisti continuò in altri uffici della presidenza.

Una “Venere con Adone” – ancora lei, e ancora un generoso nudo secentesco – troneggiava nella Sala della Biblioteca? Via in fretta, ché Irene Pivetti se la sarebbe trovata faccia a faccia ogni volta, ed erano e sono tante, che il presidente convoca la conferenza dei capigruppo, o riunisce la giunta per il regolamento, o riceve delegazioni. Poteva a quanto punto salvarsi una terza e meno nota Venere, più piccola ma altrettanto discinta (e per giunta molestata da un assai voglioso satiro) che si nascondeva in un angolo di un’anticamera della presidenza? No, non si salvò nemmeno quella. Al suo posto una sterile “Veduta” della scuola di Agostino Tassi. E chi è Tassi?, chiese con schietto candore una collega della stampa parlamentare. “Fu lo stupratore di Artemisia Gentileschi. E lei si fece un nome nel Seicento solo dopo, e per, avere denunciato Agostino Tassi. Fama giusta – s’affrettò ad aggiungere il solito Sgarbi quasi a tentare di attenuare tardivamente l’orrida testimonianza di machismo –: oggi è considerata la più grande pittrice che si conosca”.Appena il tempo che Irene Pivetti lasciasse lo scranno di presidente della Camera e i quadri sfrattati tornarono al loro posto. Al suo posto, nelle retrovie di qualche reality, è meritatamente andata Irene Pivetti.

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