La sconfitta del bipartitismo

IL REFERENDUM E LA COSTITUZIONE // ELEZIONI, LA GEOGRAFIA DEI DELUSI // Con inattesa tempestività, gli effetti del voto hanno già cominciato a farsi sentire nel Pdl: Bossi impone a Berlusconi una brusca sterzata sul referendum, e Fini se ne risente pubblicamente. Dunque non è una mania da inguaribili antipatizzanti profetizzare difficoltà per la maggioranza a seguito del risultato europeo e anche, nonostante i numeri più lusinghieri, di quello amministrativo: Perché la lezione che ne risulta è semplice: dove il centro destra si presenta come alleanza vince, dove invece Berlusconi pretende di offrire se stesso e solo se stesso all’acclamazione degli elettori, trattati come un fan club, l’esito è deludente. Ne esce sconfitta la logica imperiale del Cavaliere, costretto a fare i conti con un partner assai esigente come Bossi, e a ritrovarsi per questo con un avversario in casa: Gianfranco Fini. Il Pd, naturalmente, ha problemi maggiori visto che le elezioni le ha perse e solo il mancato trionfo berlusconiano addolcisce una pillola che altrimenti sarebbe molto dura da mandar giù. Certo, ora comincia il percorso congressuale e dunque non mancheranno dibattiti e approfondimenti. Ma c’è un nodo da sciogliere che, pur essendo fondamentale, è fin qui rimasto sullo sfondo: che cosa vuole essere il Pd, un partito solitario e autosufficiente o il perno di un’alleanza? E’ inutile girarci intorno: su questo tema nel partito esistono due opinioni contrapposte, che riflettono la frattura di sempre.

Prodiani e veltroniani sostengono l’autosufficienza, mentre i dalemiani, insieme a un pezzo della ex Margherita, pensano a ricostruire un sistema di alleanze.Ora, se c’è un dato chiaro nel risultato elettorale, è proprio questo: per ora in Italia il bipartitismo non c’è. I successi di Lega e Idv lo dicono senza possibilità di equivoco. La massa di elettori dispersa tra i due spezzoni di sinistra e la lista Pannella-Bonino lo conferma. E l’ostinata vitalità dell’Udc lo sancisce definitivamente.Il rischio di questa situazione è che prevalga nel Pd non la saggezza di valutare la situazione con mente fredda e pragmatismo, ma di continuare una lotta fratricida tra capi e capetti alimentata dalla logica della fedeltà più che da quella della ragione.Non è che il bipartitismo sia un male in sé: funziona, e benissimo, in grandi democrazie come gli Usa. Ma è il frutto di una cultura e di un processo politico. Si può lavorare per crearne le condizioni, costruendo alleanze da rendere via via più omogenee con pazienza e dialogo, fino a rendere indistinti i confini tra i partiti. Ma non si può forzarne i tempi. Prodi e Veltroni dovrebbero saperlo bene. Prodi cercò di costringere i partiti della sua alleanza a riunirsi sotto una sola sigla (ricordate la disputa sul centro sinistra con o senza trattino?), e fu questa la causa vera della crisi del suo primo governo. Veltroni, dopo essere riuscito a realizzare il sogno di Prodi, e cioè a fondare il Pd, lo obbligò a una prematura autosufficienza (la famosa “vocazione maggioritaria”) condannandosi alla sconfitta.

A questo punto dovrebbe essere chiaro che ai processi politici non si può mettere la camicia di forza. In fondo anche George Bush, che voleva esportare la democrazia con le armi, ha cercato di fare la stessa cosa, e oggi vediamo come è andata a finire. Ma il Pd, o una sua parte consistente, sembra ancora cieco davanti all’evidenza. Lo dimostra la scelta di votare sì all’imminente referendum elettorale, che nell’attuale contesto rappresenta appunto il tentativo di ingabbiare il sistema politico in un bipartitismo coatto che al Pd non potrebbe portare che male. Speriamo che il passo indietro di Berlusconi sia sufficiente a vanificare il quorum e a salvare i Democratici da se stessi. Perché nel medio periodo i nodi all’interno della maggioranza verranno al pettine, e a quel punto sarà essenziale avere un’opposizione capace di agire con prontezza. Ma quell’opposizione va costruita, e bisogna cominciare a lavorarci da adesso. Rinunciando alle fughe in avanti e ripartendo, realisticamente, da quello che c’è.

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