Crisi, l’allarme della storia

Stajano, la mia città degli untori // Se la crisi economica incontra quella istituzionale che ne sarà dei diritti dei cittadini? Per tentare di rispondere all’interrogativo che corre lungo le vene dell’Italia, Paul Ginsborg e Stefano Rodotà accolgono l’invito di Libertà e Giustizia a Firenze. La sede è quella di Palazzo Incontro, ora Cassa di risparmio fiorentina; dalle finestre si scorgono i saloni dei Pucci, amici del Magnifico, che per convincere le fidanzate alle nozze chiedevano aiuto all’arte di Botticelli. In tv tiene banco la soap di Arcore. “In un anno e mezzo, nella sola Europa avremo 8 milioni e mezzo di disoccupati”, esordisce Ginsborg. E’ solo il peso di una crisi “nata come crisi di banche e diventata collasso del commercio mondiale”. Per figurarla lo storico ricorre alla grafica: “immaginatevi una L maiuscola e scambiatene le aste: quella corta in verticale è il segno della caduta; quella lunga, orizzontale indica la durata. I commentatori più onesti dicono che non sanno quando finirà”. Valgono i paragoni con la crisi degli Anni ’30. “Allora, dopo il crollo di Wall Street, proprio quando tutti erano convinti che ci sarebbe stata un’altra grande ondata di crisi, il pericolo fu in qualche modo scongiurato dalla politica. Cioè, intervenne Hitler con la guerra e con ben altra tragedia”. Le reazioni, ai tempi, sono diverse, come le latitudini.

“A Weimar, nel ’31, un operaio su 3 è disoccupato; la sinistra si divide. Negli Usa, Roosvelt pensa keynesianamente: indebita il paese per rilanciare l’economia”. E oggi? “L’Islanda dopo la bancarotta e le dimissioni del governo ha dato fiducia ad una alleanza tra socialdemocratici, verdi e movimento dei cittadini; in Ungheria, tra i paesi più provati, i neofascisti della Guardia ungherese guadagnano popolarità. In tutta Europa le destre sono in vantaggio, in questo momento”. A ripensarci, dice Ginsborg, fa quasi sorridere il Gordon Brown del 2007 che salutava i banchieri promettendo mano leggera con le tasse, il minimo dei controlli e soprattutto “flexibility”, sicuro di andare incontro ad “una nuova era d’oro, grazie alla loro creatività”. Gli Stati Uniti, come ai tempi di Roosvelt, ritrovano il senso di una democrazia dal basso, che scalza il candidato presidente dei democratici e ne designa a sorpresa un altro, Obama. L’Italia, conclude Ginsborg può salvarsi solo se di fronte al pericolo alza una barriera di unità democratica.“Questa crisi è figlia dell’idea che di regole e diritti ci si possa liberare”, esordisce Stefano Rodotà. La prova è in quella che gli analisti hanno definito “l’emersione di una cittadinanza sottile”, un cittadino ridotto al rango di mero consumatore ha il diritto di spendere anche se il prezzo è un mutuo insolvibile. “I meccanismi di restituzione di fiducia passano attraverso le regole”, ma le regole sono continuamente messe in discussione da quanti vorrebbero sostituirle, per esempio con i “legal standars”.

Il paradosso è che proprio l’assenza di controlli e di potere potrebbe avere come esito quello di credere che la soluzione è rafforzare il potere. Non resta che usare la parola e continuare a denunciare gli abusi, dice Rodotà, anche quando il rischio è di sconfinare nel populismo. “C’è un Parlamento che opera in maniera riduttiva della cittadinanza. Senza questa crisi e senza la cultura che si è diffusa in questi anni, la negazioni di diritti fondamentali come quello alla salute, per esempio, o all’istruzione, non ci sarebbero stati”.

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