Pio La Torre, 27 anni dopo. Sua la legge per bloccare i beni dei boss

Chi ricorda l’origine del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e delle norme che consentono il sequestro dei beni dei boss? Risale al 1982 grazie alla testarda iniziativa del dirigente e parlamentare comunista Pio La Torre; e la mafia si vendicò trucidandolo prima ancora della definitiva approvazione della legge che si è rivelata fondamentale per colpire la criminalità organizzata.Palermo, mattina del 30 aprile di ventisette anni addietro. Nell’auto guidata da Rosario Di Salvo, il segretario regionale del Pci sta raggiungendo la sede del partito. Alla macchina si affiancano due moto di grossa cilindrata: uomini mascherati con il casco e armati di pistole e mitragliette sparano diecine e diecine di colpi contro La Torre e il suo collaboratore. Di Salvo fa appena il tempo ad estrarre la pistola e a sparare cinque colpi. Ma è tutto inutile: Pio è morto all’istante, Di Salvo boccheggerà pochi istanti, tutti e due barbaramente sfregiati, orribilmente scomposti. Si consuma così uno dei più gravi attentati politico-mafiosi di una terribile stagione in cui sono eliminati presidenti di regione e ufficiali dei carabinieri, commissari di polizia, alti magistrati, giornalisti.Ma l’assassinio di Pio La Torre ha una valenza particolare per la personalità della vittima. Nato come dirigente della Cgil a Palermo (passerà un anno e mezzo in carcere per aver guidato braccianti e contadini poveri a occupare un feudo incolto a Bisacquino), diventerà presto segretario regionale del Pci.

Poi a Roma, per ricoprire a Botteghe Oscure l’incarico prima di responsabile della commissione agraria e poi di quella meridionale. Più tardi entrerà nella segreteria nazionale, su proposta di Enrico Berlinguer. Ma c’è un momento-chiave nella vita di La Torre: nel 1981, quand’è deputato a Montecitorio già da un decennio, chiede – consapevole della gravità della situazione nell’isola – di tornare in Sicilia dove torna riassume la responsabilità di segretario regionale. Tre elementi alimentano il suo allarme: la crisi economica, la criminalità mafiosa, la minaccia rappresentata per la pace nel Mediterraneo e per la stessa Sicilia della costruzione della base missilistica di Comiso contro la quale lancia la campagna per un milione di firme (un suo intervento, a sostegno della campagna e scritto due giorni prima dell’agguato, apparirà postumo su “Rinascita”).Il ritorno di Pio La Torre mette in agitazione molte centrali: del crimine, della destabilizzazione, della speculazione edilizia, del bellicismo. Tanto più quelle della mafia dal momento che La Torre non cesserà la sua instancabile battaglia per l’approvazione delle nuove “Norme di prevenzione e di repressione del fenomeno della mafia” di cui è il presentatore e primo firmatario. Norme di straordinaria importanza. Non solo per l’istituzione del reato di associazione mafiosa, letteralmente una “invenzione” di Pio che valorizzava così le intuizioni della Commissione parlamentare antimafia cui lui stesso aveva dato nuovo impulso.

Ma anche per l’attribuzione a polizia e magistratura del potere di svolgere accertamenti patrimoniali e tributari, vale a dire per colpire Cosa nostra nei suoi interessi economici vitali e nelle sue collusioni con alcune banche. Né basta: la legge fissa regole assai severe per l’assegnazione degli appalti e – ecco un punto che si è rivelato di straordinaria efficacia, come aveva previsto La Torre – il sequestro dei beni illegalmente acquisiti (il primo sequestro riguarderà la villa del boss Totò Riina a Corleone: oggi è una scuola). La mafia non dà tempo a Pio di illustrare la sua proposta nell’aula della Camera.E’ vero però che in seguito a quel gravissimo delitto e per giunta all’indomani di un altro assassinio eccellente (quello dell’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, appena nominato prefetto di Palermo) l’esame della legge La Torre subisce un’accelerazione notevole. E così ai primi del settembre 1982 il Parlamento approva in via definitiva la legge in cui al nome di Pio è unito quello di Virginio Rognoni, l’allora ministro dell’Interno e poi vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, che aveva successivamente presentato una analoga proposta. C’era voluto il sacrificio di La Torre per testimoniare della necessità e dell’urgenza di norme incisive che hanno consentito e consentono oggi di combattere la criminalità organizzata con maggiore energia e con mezzi più adeguati. Gli saranno grati soprattutto i più giovani, che non hanno vissuto quella stagione di lotte e di speranze, di grandi ideali e di grandi tragedie.


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molto più tardi, nel 1995, per l’assassinio di Pio La Torre (come anche del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella) verranno condannati all’ergastolo, con i manovali del delitto, i potenti mandanti: Totò Riina, Michele Greco, il cassiere della mafia Pippo Calò e quel Bernardo Provenzano che verrà catturato solo tre anni fa, dopo più di quarant’anni di latitanza.Ancora una cosa voglio ricordare. Ai funerali di La Torre, cui parteciperanno il presidente della Repubblica Sandro Pertini e la presidente della Camera Nilde Iotti, viene ricordato un particolare commovente. L’altra vittima dell’agguato, Rosario Di Salvo, aveva lasciato da qualche anno il lavoro nell’apparato del Pci per dedicarsi con successo ad un’attività professionale che gli consentiva di far fronte un po’ meglio alle necessità della famiglia: la moglie e tre bambine. Ma quando Pio era tornato a Palermo, “ben sapendo – sottolineerà Enrico Berlinguer nell’orazione funebre – che si trattava di un posto di lotta e di lavoro pieno di difficoltà e di pericoli”, aveva abbandonato la sua occupazione e chiesto di fare l’autista del segretario regionale: “Guadagnerò un po’ meno, ma questa è la mia vita. Mia moglie fa dei ricami in casa. Ce la faremo lo stesso”. Dirà Berlinguer: “Ecco chi era Di Salvo: un compagno mosso da una profonda, irresistibile passione politica, da uno spirito di assoluta fedeltà al partito”.Onore a Pio La Torre e Rosario Di Salvo.

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