Elezioni e politica: la posta in gioco

Parlare di politica con le immagini del disastro abruzzese negli occhi può sembrare un esercizio futile, ma con le elezioni, europee e amministrative, alle porte non è possibile ignorare un’equazione elementare: il terremoto sarà protagonista nelle urne. Berlusconi lo sa bene, e infatti si comporta di conseguenza. Non è una cattiveria: chiunque, al suo posto, avrebbe fatto di tutto per dimostrare efficienza e partecipazione. Lui in questo è bravissimo, e quindi ha colto al volo l’occasione. Un’occasione ghiotta, perché la sorte ha collocato le elezioni non tra un anno o due, e cioè quando le inevitabili lungaggini della ricostruzione attizzeranno polemiche e recriminazioni, ma adesso, quando tutti avranno ancora vivido il ricordo di un premier sollecito e presente, pronto ad abbracciare vecchie signore e bambini frastornati. Il tutto con le notizie sulla crisi economica, sempre più devastante, scivolate in coda ai tg e nelle pagine meno frequentate dei giornali. Non è un caso, allora, se proprio in questi giorni è partita dal Pdl un’offensiva senza precedenti contro la Lega. Mettiamo in fila i fatti: prima la soppressione (temporanea?) delle ronde e della lunga permanenza degli immigrati clandestini nei centri di identificazione ed espulsione, poi l’annuncio berlusconiano che si potrebbe abbinare il referendum elettorale alle elezioni, come richiesto dal Pd, per risparmiare milioni di euro da dedicare ai terremotati. La reazione del Carroccio è stata furibonda, e se ne capisce la ragione: in gioco c’è la sua stessa sopravvivenza.

Ma la partita è complessa, e siamo appena alle prime battute.Dunque: dal momento della nascita del Pdl, con le sue dichiarate aspirazioni di autosufficienza, Berlusconi e Bossi sono entrati in rotta di collisione. In più, nello stesso Pdl, le mosse di Fini sono sembrate funzionali alla costruzione di una posizione “terza”, capace di rivelarsi vantaggiosa in caso di guerra aperta tra i due principali contendenti.In questo quadro, il Cavaliere ha deciso di sfruttare la massima popolarità che gli deriva dalla sua azione nell’Abruzzo ferito per sferrare un affondo micidiale. Bossi, che non può, proprio per quella popolarità, brandire la sua arma finale, e cioè la crisi di governo, appare nell’angolo. Per tutti e due sarà decisivo il verdetto delle urne.Se Berlusconi dovesse ottenere un risultato lusinghiero, il seguito della storia è già scritto: si abbinerà il referendum elettorale al secondo turno delle amministrative, col Pdl che farà campagna per il sì. E poiché uno degli effetti del referendum è quello di assegnare il premio di maggioranza non più alla coalizione ma al partito col maggior numero di voti, se anche qui il premier dovesse registrare un successo (possibile con una propaganda ben orchestrata) si andrebbe rapidamente ad elezioni politiche anticipate. Sul cui esito non c’è da farsi illusioni: il Pd, per quanto in timida rimonta, è ben lontano dall’essere concorrenziale. E così il premier, sbarazzandosi della Lega, diventerebbe davvero il re d’Italia.Per Bossi esiste una sola speranza: arginare al Nord il dilagare del Pdl.

Se riuscisse a conquistare, alle amministrative, città e province importanti, magari sottraendole all’alleato-concorrente, potrebbe relegare Berlusconi nel ruolo scomodo di leader della parte meno produttiva del paese e azzopparne i progetti imperiali. Difficile dire se la spunterà, ma certo la campagna elettorale sarà pirotecnica.Quanto al Pd, non sembra neppure avere il ruolo di comprimario. Certo, un buon risultato alle europee, con numeri vicini al 30 per cento, potrebbe scompaginare tutti i giochi. Ma è possibile un simile esito? Franceschini, gliene va dato atto, sta facendo del suo meglio nelle condizioni date. Farcela però è tutto un altro discorso. Anche se proprio da questo dipende la sopravvivenza di un minimo di dialettica democratica in questo paese.

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