Procreazione assistita, la parola alla Consulta

Giorni decisivi, da domani 31 marzo, per la legge n. 40 sulla procreazione assistita già oggetto di un referendum abrogativo fallito per il boicottaggio del centrodestra e della chiesa cattolica. La Corte costituzionale sta infatti per esaminare le eccezioni di incostituzionalità formulate da diversi tribunali (Catania, Firenze, Milano, Bologna, oltre al Tar del Lazio) che hanno accolto le obiezioni di numerose coppie sterili, e quindi più direttamente colpite dalla violenza di una legge fortemente limitativa. Le iniziative giudiziarie, sostenute dall’associazione catanese Hera, da Cittadinanzattiva e dal Tribunale per i diritti del malato della Toscana, e da Sos-infertilità onlus di Milano, sono partite tutte dallo stesso principio: l’impossibilità di tante coppie di procreare senza rischi.Un paio di esempi, tratti da una casistica appena pubblicata dal periodico “Il Salvagente”. In base alla pronuncia della giudice di Milano Serena Baccoli, che ha ritenuto “non manifestamente infondata” l’eccezione formulata dalla signora Melinda Arcifa e da suo marito Giovanni Lizio, la Consulta dovrà valutare un caso esemplare: tanto Melinda quanto Giovanni sono portatori di beta-talassemia (lei anche con problemi di funzionalità delle tube) ed hanno chiesto di effettuare la fecondazione in vitro con la famosa (famigerata, per la legge che la vieta) per selezionare un embrione non gravato dalla malattia. I coniugi avevano chiesto anche di non vedersi trasferiti tutti gli embrioni in un unico impianto (come vuole la legge) ma di poterli crio-conservare, aumentando in tal modo la possibilità di successo dell’operazione.

Da qui la richiesta di essere autorizzati ad agire oltre la legge: la giudice Baccoli ha ritenuto fondate le loro argomentazioni sollevando di conseguenza eccezione di costituzionalità dell’art.14, che contrasta con gli artt. 2 della Costituzione (rispetto della dignità), 3 (divieto di discriminazione) e 32 (tutela della salute), e dell’art.6 che contrasta con l’art.32 della Costituzionale dove è previsto il divieto di trattamenti sanitari obbligatori.Altro caso, sempre di un tribunale milanese. La giudice Marisa Gisella Nardo ha dato ragione a Concetta Cusumano e a Marino Emanuele, portatori di malattie genetiche, che – dopo quattordici anni di vani tentativi di avere un figlio – chiedevano di potere effettuare la diagnosi pre-impianto, di produrre più di tre embrioni e di vedersi applicate le tecniche di Pma “secondo i canoni della migliore scienza medica”. Qui la motivazione del ricorso alla Corte costituzionale è di particolare rilievo sociale e giuridico. La giudice Nardo ha riconosciuto come “illogici, contraddittori e fortemente invasivi” i limiti imposti dalla legge 40, soprattutto per le coppie affette da patologie genetiche perché le obbliga “a procedere secondo un protocollo generale e non modificabile” che non consente di avvalersi delle migliori meiotiche. Non solo, ma che esiste “un diritto del concepito ad una futura vita non connotata dalle limitazioni connesse a patologie genetiche2.Ora la parola passa, da domani alla Consulta: relazione, discussione, dispositivo della sentenza, motivazioni: ci vorrà qualche tempo.

Lasciamo che i giudici lavorino in tranquillità. Può esplodere una bomba: in favore dei diritti dei cittadini, contro l’emigrazione all’estero (dove queste limitazioni non esistono), per la salute delle nuove generazioni, per la felicità delle coppie.

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