Scuola e Università: dibattito a Piombino

Si è svolto venerdì 28 novembre nell’Auditorium del Liceo di Piombino, il dibattito pubblico organizzato dal nostro Circolo sul tema: “Scuola Ricerca Università non sono un optional: una riforma condivisa e non tagli al sapere”.
Sono intervenuti, dopo una piacevole lettura scenica del Teatro dell’Aglio di alcuni brani da Lettera ad una professoressa di Don Milani, l’On. Giovanni Bachelet della commissione cultura della Camera, garante di Libertà e Giustizia e figlio del compianto Vittorio e Maurizio Falsone, dirigente del Movimento Universitario degli Studenti di Pisa.
L’iniziativa è servita a ricordare quello che è stato l’iter del DL Gelmini sulla scuola e le proposte dell’opposizione, vanificate da un’assurda pretesa della maggioranza di evitare ogni discussione parlamentare con il ricorso alla fiducia, oltre agli avvenimenti seguiti dopo il Decreto 180 sull’Università e le relative modifiche. Particolare attenzione ha destato quello che Falsone e Bachelet hanno definito l’importante, anche se non esaustivo, ruolo della mobilitazione di piazza che ha saldato le varie componenti del mondo della scuola (genitori, insegnanti e studenti) con il mondo dell’università, saldatura che ha consentito non solo le aperture del ministro, seppur rese vane da una preventiva strategia tutta tesa a fare dei tagli il motore vero dei provvedimenti, ma soprattutto una reale presa di coscienza del Paese su quelle che oggi sono le reali condizioni in cui versa il sistema formativo italiano.
Certamente l’informazione gestita dal monopolio televisivo del Premier ha avuto un gran ruolo nel cercare di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica verso elementi mediaticamente di rilievo ( l’ordine ripristinato nelle scuole, il voto di condotta, i grembiulini), ma in realtà assolutamente marginali nel contesto reale dell’impianto legislativo.
Il vero problema era e rimane la visione minimalista del Governo attuale sull’importanza della didattica e del ruolo formativo che scuola e università hanno in un Paese arretrato su questo piano e che ha bisogno di nuovi e maggiori investimenti, piuttosto che di tagli e sottodimensionamenti, rispetto al resto dei Paesi Europei.
Il Dl Gelmini dice in sostanza: un insegnante prevalente, 24 ore settimanali come regola, scuola (intesa come didattica e non come tempo trascorso nelle aule) solo la mattina, ciascun Istituto nel pomeriggio può organizzarsi come vuole.

Prevede 8 miliardi di euro in meno in tre anni, numeri importanti che si traducono in decine di migliaia di posti di lavoro in meno, ma anche disservizi e spese per le famiglie ed un’offerta formativa impoverita per i bambini.
La scuola pubblica, è stato detto da tutti gli intervenuti, va difesa, ma anche migliorata, riducendo il turn over degli insegnanti e migliorando la didattica dell’area matematico-scientifica. Ma il tempo pieno va mantenuto, rafforzato ed esteso semmai nei paesi del centro-sud dove tutt’oggi è carente, perché permette con le ore di compresenza degli insegnanti, di lavorare a gruppi, di aprire le classi a momenti di attività comuni che consentono di misurarsi gli uni con gli altri. Le classi dei bambini di oggi sono più variegate e complesse di quelle di 40-50 anni fa ed avere più insegnanti consente di dedicare il tempo necessario a tutti: bambini iperstimolati, bambini in difficoltà, bambini stranieri, bambini diversamente abili: ognuno con le proprie peculiarità e bisogni. Come farà il maestro unico, con meno ore e senza la collaborazione dei colleghi, a garantire tutto quello che faceva nel tempo pieno o anche rispetto al modulo di 2/3 insegnanti attuale ? Dovrà anche insegnare l’inglese, dopo sole 150 ore di corso di formazione, perché a regime gli insegnanti specialistici non ci saranno più. In sostanza se la scuola pubblica si depaupera, i meno abbienti riceveranno un’educazione peggiore, determinando un aggravamento nello stadio della mobilità sociale che è già presente oggi ed è una zavorra per la crescita del paese.
Lo stesso si può dire per i problemi dell’Università e della Ricerca.
L’università italiana soffre di due seri problemi strutturali come fatto rilevare da Giovanni Bachelet.
Un livello complessivo di investimenti tra i più bassi nell’area OCSE, e un’Autonomia degli Atenei degenerata spesso in localismo sfrenato.


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