L’uomo venuto dal Msi

Mercoledì 30 aprile 2008. La giornata “storica” di Montecitorio comincia alle 9 e 30: la Camera brulica di neodeputati, stanchi per le celebrazioni notturne, abiti scuri stropicciati dalla prima trasferta romana. Tra qualche ora, finito lo spoglio, Gianfranco Fini, il solo in grigio chiaro e cravatta rosa, sarà eletto presidente, terza carica della Repubblica.Fini è il primo presidente della Camera di provenienza missina, dunque erede della tradizione fascista. Un politico che nella prima Repubblica era fuori dal mitico “arco costituzionale” che ha governato il Paese dalla fine delle guerra, era al di là della linea di confine che separava fascisti da antifascisti, estrema destra e il resto del mondo.Alemanno al Campidoglio, Fini alla Camera.Nel corridoio dei ritratti dei presidenti, accanto a quelli di Violante, Irene Pivetti e Pierferdinando Casini, c’è posto solo per la foto di Bertinotti. Per Fini, quando sarà il suo momento, dovranno inventarsi qualcosa.Non è certo un momento radioso per chi questa destra l’ha sempre avversata. Eppure, non credo che sia per trovare consolazione che mi coglie un pensiero improvviso: e se i veri vincitori oggi fossero coloro che per un tempo lunghissimo hanno predicato e praticato la democrazia e la libertà, hanno testardamente celebrato il 25 Aprile e il Primo maggio, hanno ricordato e condannato le dittature e gli stermini, se l’ex missino presidente della Camera fosse oggi la prova che la democrazia ha vinto su tutto? Se fosse da guardare con una certa soddisfazione il fatto che Fini parli oggi del 25 Aprile, cioè della festa per la liberazone dal mostro nazi-fascista? E’ possibile che la gravissima sconfitta politica del Partito democratico, nazionale e romana, sia resa meno bruciante dall’emergere in un’area di “normalità” e di spendibilità istituzionale di una parte della destra che è stata convinta dal fascino della giustizia, della libertà, dei diritti uguali per tutti?Sarebbe bello poter pensare oggi, nelle ore in cui la sconfitta politica è più evidente, che il giorno “storico” di Montecitorio segna anche la rivincita di tanti uomini e donne che hanno dedicato la loro vita a spiegare la democrazia, a tramandare la memoria di quel passato per cui nessuno oggi dovrebbe sentir nostalgia, a insegnare il senso della libertà, dei doveri e della giustizia.

Hanno avuto ragione loro, e sarebbe bello che fosse davvero così.Il problema, mi dicono, è che per Fini la presidenza della Camera sarebbe il traguardo finale. Che sono La Russa e Gasparri, ormai, i delfini berlusconiani e si sa che il Cavaliere è un’altra cosa: lui nella prima Repubblica non era nè dentro nè fuori dell’arco costituzionale, era in un altro mondo. E poi, aggiungo, ci sono Bossi e i suoi fucili fumanti a rendere ancora più fragile l’unità d’Italia. E anche questo è vero. Ma per me, l’ex missino sullo scranno più alto di Montecitorio, resta un problema su cui dovremo riflettere senza paura.

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