Riflessioni di giovani di LeG

Da un confronto tra i giovani iscritti a Libertà e Giustizia sono emersi alcuni spunti di riflessione su temi, ritenuti particolarmente significativi per la politica del nuovo PD. I temi proposti sono i seguenti: 1) La politica come servizio. Dal momento che la politica non va intesa come una professione, non possano esserci persone che, in maniera autoreferenziale, si definiscano classe politica arrogandosi il diritto esclusivo di accedere alle cariche politiche. È diritto di chiunque aspirare a dare il proprio contributo alla società, basandolo sul proprio bagaglio di capacità, competenze ed esperienze, partecipando alla competizione politica. Le regole di accesso all’attività politica devono prevedere un ricambio costante dei politici che permetta di fornire contributi sempre nuovi al governo della società e, soprattutto, impedisca che si formi un’oligarchia in seno ai politici. Il costante ricambio dei politici introduce un elevato livello di competizione tra coloro che aspirano a diventare politici, favorendo la selezione di politici capaci, poiché la scelta avviene su una base più ampia. Qualora tra i politici non si manifesti un livello adeguato di ricambio spontaneo, allora si devono prevedere dei limiti temporali all’esercizio dell’attività politica all’interno di uno stesso organo, come accade negli organi societari di qualsiasi azienda, sia essa pubblica o privata. La politica così intesa amplia necessariamente le possibilità di partecipazione da parte dei cittadini e li responsabilizza maggiormente nei confronti della rilevanza e della delicatezza dei compiti di governo.

Diego
2) Lo sviluppo sostenibile. Amministrare e governare secondo il principio guida della sostenibilità delle scelte vuol dire spalancare l’orizzonte temporale per dare la possibilità alle generazioni future di vivere in un contesto sano e stimolante. Il termine sostenibile, che nell’uso corrente viene riferito all’ambito energetico e ambientale, dovrà comprendere tutta la sfera della progettazione, da quella ambientale a quella economica e culturale. E quale disciplina più della politica ha la responsabilità di progettare e trovare le soluzioni per gestire il presente e il futuro? Chi ha il dono di vedere più in là del proprio naso, deve preoccuparsi di guidare e persuadere gli altri che i cambiamenti sociali, culturali e ambientali stanno mutando con velocità sempre maggiore rispetto a pochissimo tempo fa. Ormai quando ci si accorge degli errori commessi, è già troppo tardi per rimediare. Il compito di una classe dirigente innovativa pertanto dovrà essere quello di proporsi come avanguardia che, in taluni casi, si prenda anche l’onere di fare scelte impopolari per governare il cambiamento. Carlo
3) La questione ambientale. Il PD dovrebbe mettere tra le priorità della propria agenda politica la necessità per il nostro paese di ricorrere a fonti energetiche rinnovabili e sostenibile per ridurre la dipendenza dal petrolio con tutto ciò che ne comporta, sia in termini ambientali che geopolitici.

Vorremmo sposare un duplice obiettivo però, quello ambientale e quello economico, vediamo perciò con favore la possibilità di ricavare energia dalle biomasse. Lo sfruttamento delle biomasse significherebbe approvvigionamenti da una fonte energetica che ha il vantaggio di essere rinnovabile e reperibile in quantità su tutto il territorio nazionale ad un costo alquanto contenuto. Grande beneficio ne ricaverebbero anche gli agricoltori che, se opportunamente consorziati o incentivati a raccogliere in maniera unificata le proprie biomasse, potrebbero integrare il loro reddito. Allo stato delle cose i redditi degli agricoltori sono alquanto scarsi e i finanziamenti della Politica agricola comune europea hanno subito una sensibile riduzione, questa tendenza andrà consolidandosi con i prossimi budget dell’UE. Va ricordato che i finanziamenti per le energie alternative sarebbero già disponibili poiché ogni utente italiano paga nella bolletta energetica una speciale tariffa ,detta cod. A3,che è stata istituita nel 1991 proprio con lo scopo di reperire fondi per le energie alternative, questa tariffa pesa per quasi il 5% sul totale della bolletta. Stefano
4) La difesa della laicità in Italia. Come confermato in molte occasioni dalla Corte costituzionale, il principio della laicità è uno dei pochi principi supremi su cui si fonda la Repubblica Italiana. Evidentemente questo principio è così importante che tutti hanno il dovere di osservarlo: chi fa le leggi, chi le osserva, chi le fa osservare.

“Libertà e Giustizia” ha da sempre posto l’accento sulla laicità della società e delle istituzioni, ed allo stesso tempo pone tra i suoi punti fermi la riforma legislativa, intesa soprattutto come semplificazione e razionalizzazione delle leggi. Dopo aver vinto il referendum del 2006 in difesa del “contenitore” in cui il principio di laicità è riconosciuto come supremo – la Costituzione – il 2007 si annuncia pieno di occasioni di confronto in difesa della laicità come principio concreto. Uno Stato – a detta dei costituzionalisti – si dice laico quando trova la sua ragione di vita solo in se stesso, attraverso le regole democratiche e con l’obiettivo del benessere della cittadinanza. Uno Stato, quindi, è tanto più laico quanta meno importanza hanno le pressioni religiose nel determinare i caratteri, ad esempio, delle leggi. Inevitabilmente, in Italia la questione della laicità viene collegata ai rapporti della società e delle istituzioni con la Chiesa cattolica, essendo il cattolicesimo la religione egemone nel panorama italiano, ma non deve fermarsi solo a questo. Sul “come dovrebbero essere” i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica le risposte non sono state molte nel corso degli anni. Su due fronti, altrettanto estremisti, abbiamo da un lato la stretta collaborazione tra politici e Vaticano nel nome delle radici cattoliche, dall’altro una riproposizione abbastanza stereotipata dell’anticlericalismo. Nel mezzo c’è la sola risposta lungimirante ed aperta a risolvere le problematiche che derivano dalla trasformazione dell’Italia in Repubblica multiculturale e multi-confessionale.

Questa risposta consiste nella separazione, in linea con i dettami della Costituzione, tra lo Stato e le confessioni religiose. Tuttavia, anche in questa posizione mediana è possibile riscontrare almeno due diverse concezioni. La prima considera la laicità come pura neutralità dello Stato di fronte alle pressioni confessionali, la seconda considera la laicità in senso pragmatico, ed ammette quindi che lo Stato accolga in base alle circostanze le istanze religiose, ad esempio quando si tratta di scrivere le leggi o di interpretarle. Detto questo, occorre rendersi conto che il tema della laicità, in Italia, non è né di destra né di sinistra. E’ quindi un errore ritenere che i laici italiani stiano tutti a sinistra. Infatti, i temi concreti, quelli che in sostanza spaccano il Paese in due (fecondazione assistita, bioetica, eutanasia, le unioni di fatto…) hanno il consueto effetto di chiamare in causa il cittadino in quanto tale, e non in quanto militante di partito. Questo spiega la ragione per cui, sui quattro referendum sulla fecondazione assistita, il “Comitato per il SI” abbia potuto contare sull’appoggio di Gianfranco Fini (centrodestra), mentre Francesco Rutelli (centrosinistra) esponeva la sua esplicita ostilità. In vista della nascita del PD dovrà essere fondamentale che gli stessi laici tradizionalmente sostenitori del centrosinistra si rendano conto che il tema della laicità non è monopolio di nessun partito e di nessuna coalizione, ma in sostanza un fatto privato, individuale.

Per questa ragione, il senso della laicità non deve essere mai smarrito né messo in secondo piano nel programma. Qualora accadesse, se ne avvantaggerebbero sicuramente i nostri avversari. Basti pensare che ogni qualvolta che il centrosinistra si divide sui temi laici, dal centrodestra si levano molte, autorevoli voci pronte a sottolineare contraddizioni e lacune della nostra coalizione. Deve essere allora necessario capirsi sulla scala degli interessi e dei valori che devono essere tutelati all’interno della società italiana. Trasportando la questione sulle tematiche etiche, credo che un Governo di centrosinistra (per sua natura non conservatore) si dimostra realmente tale quando ha fiducia nelle capacità di giudizio del singolo cittadino e perciò non ha paura di allargare la sfera dei suoi diritti. Io credo che “Libertà e Giustizia” – anello di congiunzione tra la politica e la società civile, secondo le parole di Sandra Bonsanti – proprio per colmare la lacuna dei nostri dirigenti politici debba continuare ad essere anche con più forza sostenitrice della libera concorrenza tra idee ragionevoli e nello sviluppo del dialogo pubblico sulle tematiche etiche. L’emozione per la recente morte di Piergiorgio Welby segue, idealmente, tutta una serie di avvenimenti drammatici che spingono ad una riflessione sullo stato delle libertà individuali nel Paese. Ieri si parlava di fecondazione assistita, oggi di unioni di fatto, domani si parlerà di eutanasia, ma senza che a questa attenzione da rotocalco segua l’approfondimento davvero politico.

Occorre chiedersi se non sia forse il caso di restituire alle argomentazioni laiche maggiore importanza politica, senza però nulla togliere (a patto che non si scenda nel surreale) a quelle di respiro religioso. Infatti, una risposta laica che sia anche costruttiva non può focalizzarsi solamente sulle tensioni e gli antagonismi con la Chiesa cattolica. Il discorso – come ho già detto poche righe fa – è più ampio e riguarda il rinnovamento nel dialogo tra il potere civile e quello spirituale. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità della vita nel Paese e renderlo più forte di fronte alle nuove, gravi minacce internazionali. Negli ultimi anni il mondo laico italiano ha riscoperto – fatto molto positivo – l’importanza che la religiosità ha avuto nella formazione dell’Occidente e che ha nell’offrire occasioni di riflessioni profonde. Ha fatto quindi, laicamente, il primo passo verso l’elaborazione di una democrazia forte e pluralista in Italia. Tuttavia, a questo mutamento di pensiero non è seguito alcun progresso dalla larghissima maggioranza del mondo confessionale. Un esempio per tutti, la propaganda astensionista messa in moto dalle gerarchie vaticane durante la campagna referendaria che aveva come oggetto la legge 40, dedicata alla fecondazione assistita. In quel frangente, il maggior centro di potere spirituale italiano decise di eludere del tutto il leale e pubblico confronto. La globalizzazione ha offerto ai fenomeni religiosi, spesso radicati in secoli di storia sociale ed intellettuale, una inaspettata ed enorme opportunità di forza ed aggregazione.

Al tempo stesso, però, globalizzazione è anche la globalizzazione dei Diritti e delle libertà fondamentali dell’individuo. Senza la laicità, lo scambio di opinioni e la concorrenza tra le idee si tramuterebbe in canto di battaglia ed i progressi con fatica raggiunti nel corso degli ultimi tre secoli svanirebbero nel nulla. Il mondo confessionale, dicevamo. Consci del fatto che nel corso del 2006 i più preoccupanti affondi contro la laicità della nostra società sono giunti da parte cattolica ed islamica, il punto non è affatto giudicare una fede più o meno meritevole di simpatia. Viceversa, è una questione di metodo. Il metodo è il dialogo continuo, tollerante, reciproco tra cittadini maturi. Gran parte di noi sostenitori di Libertà e Giustizia crede che vi siano temi sui quali la scelta degli individui (mai facile) debba trovare garanzie e non soluzioni dogmatiche: siamo quindi sostenitori di una laicità per la società, non contro qualcuno. Giungo ora alla proposta di azione concreta. C’è un’azione individuale, quotidiana, sulla quale non c’è molto da dire perché è dipende dalla coscienza individuale. C’è poi l’azione come associazione. E allora mi vengono delle proposte concrete. Innanzitutto, sul piano delle tematiche eticamente sensibili, testimoniare attraverso incontri pubblici l’importanza che la laicità e la libera scelta individuale ha per una maggiore qualità della vita. Chissà, credo che coinvolgere anche realtà simili (cioè, laiche) ma “altre” rispetto a Libertà e Giustizia possa essere solo d’aiuto.

Inoltre (ma lo approfondirò bene in un’altra semplice analisi), rilancio l’utilità di un questionario da sottoporre ai dirigenti politici regionali che includa domande sulla formazione personale religiosa e culturale e la posizione personale sui temi etici oggi all’ordine del giorno. Alessandro
5) “Nel Paese, per il Paese” – Alcune riflessioni sulla costituzione del PD. La nascita del PD Italiano si prefigura come un’occasione irripetibile per tutti noi cittadini. Semplicemente, il PD sarà la Casa comune dei cittadini che hanno a cuore il Paese. In questo contesto, la Carta dei Valori trova la sua ragion d’essere nell’identificazione delle parole d’ordine che vorremmo diventassero realtà, per capire cosa siamo e capire dove vogliamo andare. Tuttavia, dal momento che il PD ancora non esiste, è doverosa un’ammissione di pragmatismo e realtà. Leggendo “Il profilo culturale e programmatico del Partito democratico”, la relazione del Gruppo di lavoro sul PD, si possono trovare pagine splendide, una sorta di lavori preparatori di quanto dovrebbe accadere e che invece non sta affatto accadendo. Provo a spiegarmi meglio citando qualche passo per me fondamentale. Sull’identità del PD e l’idea –errata– di un conflitto interno.
“Il Partito democratico non è un partito identitario ma si caratterizza per il profilo progettuale, informato al carattere del pluralismo, dell’autonomia e del rispetto delle diversità.

E’ un partito popolare, in sintonia con le correnti del riformismo mondiale, capace di parlare alla generalità dei cittadini e di favorire la partecipazione”.
Molto spesso, la realtà è data dall’idea che della realtà si ha. Purtroppo, occorre constatare che ormai da mesi il cammino verso la costruzione del PD si sta compiendo sotto la luce di un’idea profondamente sbagliata: l’idea del conflitto interno tra fazioni (l’esatto opposto di quanto anticipato dall’aggettivo “popolare”). Mi riferisco alla convinzione –un tempo solo implicita, ma da Orvieto in poi data per scontata– che la strada verso il PD debba necessariamente passare attraverso la battaglia campale tra due alleanze. Da un lato l’alleanza tra il leader, gli accademici e le associazioni; dall’altro, l’alleanza tra i corpi intermedi, le strutture partitiche, le schiere insomma di quelli nati, cresciuti, svezzati dalla politica tradizionale. Io credo che questa impostazione (aggravata dall’inutile e pretestuosa diatriba tra il DS e la Margherita sulla collocazione europea del PD) sia profondamente sbagliata. La verità è che ne abbiamo avute già troppe di rese dei conti e di provinciali rincorse alla purezza ideologica. A ben vedere, infatti, la storia stessa del progressismo è stata in definitiva un continuo scontro tra le sue anime, la riproposizione del ridicolo e surreale dilemma tra principi e potere, tra etica e prassi. Fa riflettere che questo gioco al massacro tutto italiano continui mentre le forze riformiste occidentali convergono una dopo l’altra nel progetto riformista e popolare globale anticipato anni or sono da Bill Clinton e Tony Blair.

Sulla modernità politica italiana e l’inadeguatezza dei gruppi dirigenti.
“La terza parola chiave è “modernizzazione”. Mettere al passo gli ideali di libertà, giustizia e solidarietà, comuni sia al riformismo socialista che a quello cattolico–democratico, con la realtà delle nuove società europee, in cui Stato e azione collettiva sono strumenti la cui efficacia è stata fortemente erosa dalla nuova divisione internazionale del lavoro e dalla globalizzazione, significa puntare sempre di più sulla “liberazione” del potenziale di intrapresa e di creatività degli individui e del potenziale di responsabilità e di aspirazione alla realizzazione del progetto di vita delle persone”.
E’ un dato reale che molte generazioni di italiani abbiano accettato –anche le più rivoluzionarie– l’idea che la migliore soluzione politica per l’Italia fosse un sistema a scatole cinesi, di Stati nello Stato. Lo hanno chiamato equilibrio, compromesso, mentendo. Abbiamo avuto i partiti-Stato, le chiese-Stato, le corporazioni-Stato. Insomma, tutta una serie di gusci eticamente coerenti al loro interno ma dannosi nel loro insieme per la vita del Paese. Oggi le conseguenze di questo legittimato sfaldamento della vita civile ricadono sulle giovani generazioni, cui però è data anche la grande opportunità di dire la propria, di ricostruire mattone per mattone l’edificio. Se solo fosse loro permesso. La costruzione di un PD altro non dovrebbe essere che la naturale prosecuzione del lunghissimo processo di convergenza tra le forze produttive del Paese per l’affermazione, attraverso gli strumenti e i luoghi della politica, degli ideali di merito, responsabilità e dinamismo.

Che cos’è la modernità politica italiana in fondo, se non l’aggregazione delle individualità laburiste e liberali in un progetto politico nuovo e di ampio respiro che sappia liberare le energie, il dialogo e minare alle basi l’immobilismo e la cristallizzazione del Paese? Stiamo purtroppo assistendo in questi mesi alla riduzione del PD (progetto per sua natura trascendente le logiche di ceto e di status) in strumento per la riproposizione di obiettivi e metodi che andrebbero invece sradicati. Talvolta mi chiedo quante possibilità ci siano che questo grande progetto di modernizzazione possa essere condotto con successo dalle stesse personalità politiche –anche locali– che si sono distinte durante tutta la loro attività politica per la completa avversione a singoli aspetti del progetto in questione (un esempio per tutti: il federalismo fiscale). Focalizzandosi sulla libertà, sulla riforma del capitalismo italiano, sul rinnovamento del welfare, la Carta dei Valori del PD –in realtà– implicitamente sfiducia tutti gli attuali gruppi dirigenti del centrosinistra italiano.
Il PD e la realtà internazionale
“Serve un nuovo riformismo capace di costruire un ordine mondiale multilaterale e democratico, di misurarsi con sfide nuove”.
“La seconda parola chiave è “Europa”. L’unità politica dell’Europa è infatti la condizione per realizzare una nuova governance mondiale democratica e per rilanciare lo sviluppo del Paese”.
Quale sarà la politica estera del PD? La domanda assume un’importanza cruciale, soprattutto se rapportata con l’oggettiva interdipendenza tra il sistema-Paese e la realtà internazionale.

Come si porrà il PD nel contesto internazionale globalizzato? Anche in questo contesto, emerge la necessità di mediare tra le tendenze tradizionali della politica estera italiana e le profonde novità odierne. A ben vedere, la politica estera delle due Case partitiche che oggi dovrebbero (per una questione di rapporti di forza) far germogliare il PD –la DC ed il PCI– hanno mostrato profonde convergenze, si sono insomma incontrate nel solco delle “immutabili” attitudini italiane con l’Estero: Mediterraneo, Balcani, recupero sul piano multilaterale degli handicap economici e militari. Oggi questa impostazione non è più proponibile. I successi di politica estera non sono misurabili sul piano, abbastanza immediato, dei vantaggi economici o territoriali. Oggi come mai prima la buona politica estera è innanzitutto “lungimiranza”. Le relazioni internazionali, per ragioni non direttamente imputabili a nessuno, stanno vivendo una fase di tensione crescente. Nuove minacce alla sicurezza internazionale affiorano all’orizzonte e non è più possibile rifugiarsi nella duplicità. Non c’è dubbio che il PD (a questo punto “di espressione Italiana”) trova la sua collocazione internazionale naturale a fianco delle altre democrazie occidentali, luoghi in cui altre forze politiche riformiste partecipano al dibattito politico per l’affermazione delle stesse istanze di libertà, tolleranza e solidarietà all’interno ed all’Estero. Un approccio come quello appena delineato non rientra, in realtà, nel patrimonio storico delle due più importanti forze politiche del centrosinistra italiano, ma può essere benissimo riconosciuto nelle posizioni di politica estera fatte proprie da altre famiglie politiche comunque riconosciute nella galassia democratica e progressista italiana, ad esempio quella repubblicana, liberaldemocratica e socialdemocratica.

In sintesi, il deficit dei partiti trainanti del centrosinistra dovrà essere necessariamente colmato ridando alle altre anime del progressismo italiano uno spazio che meritano e che ora gli viene costantemente negato. Alessandro

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