Il Presidentee la cosa pubblica

Napolitano: “Dialogare sulla legge elettorale” // Sono molte le cose importanti che gli italiani hanno avuto modo di ascoltare dal presidente della Repubblica nel suo primo discorso di fine d’anno. Ma fra tutte ho sentito veramente vibrare la passione del vecchio uomo politico quando ha raccomandato ai cittadini: “non allontanatevi dalla politica, partecipate in tutti i modi possibili, contribuite a rinnovarla e migliorarla culturalmente e moralmente”. Ed ha citato la lettera alla madre del diciannovenne condannato a morte durante la Resistenza, Giacomo Ulivi: “Ci hanno fatto credere che la politica è sporcizia o lavoro da specialisti” e invece “la cosa pubblica siamo noi stessi”.
Un appello, questo, nel quale Napolitano ha messo non solo se stesso e la sua storia ma anche l’intelligenza di chi è ben consapevole di quanto grande sia in questo momento la tentazione qualunquista di sottrarsi a ogni responsabilità civile e riservarsi invece il ruolo di eterni accusatori, di estranei ipercritici. Cosa che risulta sufficientemente facilitata dal quadro avvilente che troppo spesso ci riserva il mondo politico.
Dice Napolitano: partecipate! A ben riflettere il Capo dello Stato si rivolge sia ai cittadini che ai politici. A questi ultimi affinché apprestino gli strumenti attraverso i quali ogni italiano possa sentirsi partecipe della cosa pubblica; ai primi perché approfittino di quegli strumenti e non si allontanino dal mondo dei partiti, del governo, del nostro essere una nazione.
Oggi è innegabile che la disaffezione sia molto forte, che chiunque volesse predicare la nobiltà dell’agire politico si troverebbe a corto di interlocutori.

La fuga nel privato è una tentazione comune sia a chi ha votato a destra che a chi ha votato a sinistra, così come questo borbottio sul governo, che non assume la dignità di una critica aperta e costruttiva. Con qualche importante eccezione: penso alla lettera con cui Nicola Rossi annuncia a Fassino di non volere rinnovare la tessera del partito perché convinto che “sul terreno riformista la sinistra ha esaurito tutte le energie”. Bisognerà riflettere su questa decisione e non accantonarla frettolosamente.
E’ venuto però il momento che la politica faccia qualcosa: non può permettersi di starsene ad osservare il distacco dei cittadini, o a deprecare la deriva populistica e demagogica. In fondo è proprio questo il cuore dell’appello di Napolitano, un incitamento a fare, ad aver coraggio, a ringiovanire e rinnovare la cosa pubblica. Se intendono davvero ridurre la distanza dal paese bisogna che governo e partiti si muovano su più livelli: organizzare concretamente nei fatti (o per via legislativa) la possibilità di partecipazione alla politica; e proporre una nuova legge elettorale che consenta al singolo di incidere con una sua scelta personale sulla governabilità e sulla rappresentanza in Parlamento.
Due questioni, grandi e di difficile soluzione. Ma essenziali. Su di esse non è possibile che maggioranza e opposizione subiscano veti e minacce di chi intende la cosa pubblica solo nel senso di portare l’acqua al proprio mulino.

Non è possibile fare una legge elettorale che vada bene a tutte le decine di forze grandi e piccole che ci sono oggi in Italia. Si scelga un sistema che funziona e che sia realmente democratico: che consenta di governare e che rappresenti il più possibile la volontà degli elettori. Se ne occupino anzitutto gli esperti, coloro che questi problemi conoscono e hanno studiato. Poi i responsabili politici scelgano e decidano con coraggio. Sono problemi difficili, ma non insolubili. Se si è sinceramente convinti che il sistema pensionistico debba esser riformato, che alcune limitate riforme delle istituzioni sono indispensabili, come dice Napolitano, lo si spieghi alla gente e si vada avanti. E’ la palude, la forma più insidiosa di lontananza. Non la operosità di una politica illuminata.
Un’ultima cosa: avvicinare la gente alla politica sarebbe assai più facile se dai palazzi arrivassero esempi di grande levatura culturale e morale. Per esempio: stiamo ancora aspettando di sapere chi ha cercato di ingannare Parlamento e italiani inserendo nella Finanziaria l’ormai celebre norma a difesa dei ladri del denaro pubblico. Anche Prodi ha detto che vorrebbe sapere come sono andate le cose. Possibile che non ci riesca?

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