Le regole dell’informazione: qualcosa si muove?

Nell’aprile del 2004 il Parlamento Europeo votava una risoluzione nella quale segnalava i rischi di violazione della libertà di espressione e di informazione in Italia; nel giugno dello stesso anno analogo monito proveniva dall’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa; in questi giorni sta per essere pubblicato un rapporto preparato dall’ONU nel quale si censura tra l’altro il controllo di un rilevante numero di mezzi di informazione da parte del capo del governo, sottolineando l’effetto di lesione della libertà di espressione che ne deriva.

In Italia, dopo i messaggi del Presidente Ciampi in tema di tutela del pluralismo si è mossa l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, avviando un’indagine conoscitiva sul mercato televisivo, che si è conclusa con un rapporto pubblicato nel novembre 2004. Per la prima volta, un’autorità indipendente ha analizzato il mercato televisivo e pubblicitario italiano con gli strumenti propri della cultura antitrust e ne ha offerto un’immagine inequivocabile: quella di un settore caratterizzato da un livello di concentrazione che non ha eguali in Europa e da imponenti barriere all’ingresso, pesantemente condizionato ed anzi bloccato dalla presenza di un operatore dominante, il gruppo Fininvest, la cui straordinaria redditività si configura come rendita tipicamente monopolistica.

Sempre nel corso del 2004 l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha accertato definitivamente (benché tardivamente) che entrambi i gruppi televisivi dominanti – quello pubblico e quello privato – hanno per ben sei anni di seguito (dal 1998 al 2003) superato i limiti posti dalla legge n.249\97 (cd.

legge Meccanico) alla raccolta di risorse economiche del settore; è di pochi giorni fa la notizia che, a fronte di tali continuate violazioni, l’Autorità ha irrogato pesanti sanzioni amministrative, definite peraltro dai destinatari come inaudite.

All’inizio di marzo 2005 l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha altresì concluso un procedimento avviato alcuni mesi fa, pervenendo alla conclusione che posizioni di così forte concentrazione di risorse – sia in termini di infrastrutture (reti televisive) che di risorse economiche che di audience – quali quelle che la stessa autorità rileva a carico di RAI e Mediaset\RTI costituiscono posizioni lesive del pluralismo. L’Autorità riconosce inoltre di avere il potere-dovere di intervenire al fine di eliminare tale situazione di lesione; tuttavia, si limita ad adottare misure vistosamente insufficienti ad assicurare il risultato indicato dalla legge.

Come è noto, il settore dell’informazione è soggetto ad un duplice presidio: alla tutela della concorrenza – che riguarda tutti gli ambiti dell’attività economica ed i cui principi discendono dal trattato UE prima ancora che dalle disposizioni nazionali – si aggiunge la tutela del pluralismo, valore specifico e fondante del mondo dell’informazione, il quale richiede che sia salvaguardata la pluralità delle fonti (intese anche come proprietà dei mezzi) dalle quali promanano le informazioni diffuse ai cittadini.

La tutela del pluralismo è perseguita, in tutti paesi europei ed occidentali, mediante specifiche disposizioni di legge: in Italia il processo di regolamentazione del settore televisivo è stato fin dall’inizio condizionato dalla presenza e dall’influenza politica dell’operatore privato dominante ed i suoi esiti sono stati ripetutamente censurati dalla Corte Costituzionale per la palese inadeguatezza a presidiare efficacemente il valore del pluralismo.

A differenza che in passato, tuttavia, alla voce della Corte Costituzionale si sono di recente aggiunte, come si è sopra sinteticamente visto, le voci di importanti istituzioni europee e mondiali nonché le voci del Presidente della Repubblica e delle autorità nazionali preposte alla tutela della concorrenza, l’una, e dello specifico settore dell’informazione, l’altra. Non c’è dubbio che quest’ultima sia stata, in passato, largamente inadempiente al proprio compito istituzionale e che, anche nel provvedimento da ultimo menzionato, il suo intervento si configuri come reticente e contraddittorio.

Tuttavia, ciò che emerge dal quadro riassuntivo delineato è che l’anomalia italiana – consistente nell’assenza di concorrenza e nell’insufficiente livello di protezione della libertà di espressione nel settore televisivo – è ormai riconosciuta e censurata come tale sia a livello internazionale che da parte di molteplici organi costituzionali italiani.

L’anomalia in questione ha molte facce e molti effetti negativi; anzitutto, si configura come duopolio televisivo, cioè come presenza di due soli operatori televisivi nazionali, il cui potere di mercato – in termini di infrastrutture, risorse economiche e audience, come rilevato dall’autorità di settore – rende impossibile l’ingresso di altri operatori nella televisione nazionale se non in posizioni di marginalità: il caso de La7 è a tale proposito istruttivo.

Il duopolio costituisce dunque un ostacolo alla concorrenza ma è al tempo stesso un fattore limitante del pluralismo: gli utenti non hanno in Italia accesso ad una pluralità di voci, nell’ambito della televisione, al fine di attingere informazioni diverse o diversamente interpretate rispetto a quanto offerto dai due operatori dominanti.

A ciò si aggiunge l’ulteriore gravissima anomalia, che consiste nell’essere l’intera televisione privata nazionale proprietà di un soggetto politico: ciò è espressamente vietato in altri ordinamenti (quale quello inglese) e di fatto assente in ogni altro contesto occidentale.

Non basta: lo stesso soggetto politico che possiede le televisioni private controlla altresì la televisione pubblica, in quanto la stessa dipende dal governo, che ne è l’azionista e ne nomina il vertice gestionale.

E’ evidente l’effetto di manipolazione, strumentalizzazione e riduzione delle informazioni inevitabilmente insito in un assetto del settore televisivo quale quello esistente in Italia, che non potrebbe essere più lontano dai valori di indipendenza e pluralità delle fonti di informazione protetti dalla Costituzione e dai principi comunitari. A grave danno, anzitutto, dei cittadini.

Se una situazione tanto difforme sia dai principi enunciati dalla Corte Costituzionale sia dalle realtà proprie degli altri paesi europei (come ha chiaramente sottolineato l’indagine conoscitiva pubblicata dall’Autorità Garante della Concorrenza) ha potuto consolidarsi in Italia è, verosimilmente, anche perché l’affermazione degli interessi dell’operatore televisivo dominante non ha trovato adeguato contrasto o quantomeno contenimento. Sotto questo profilo, non si vedono ancora segnali di cambiamento: la recentissima vicenda delle nomine all’Autorità delle Comunicazioni ha visto i partiti dell’opposizione muoversi in maniera del tutto inadeguata all’importanza della posta in gioco e addirittura – nella vicenda del candidato Sortino, noto esperto in tema di editoria di giornali, designato ad occuparsi di reti telefoniche – in maniera ridicola.

Eppure, l’opposizione non può sottrarsi oggi – a fronte delle prese di posizione sopra ricordate, certo destinate a moltiplicarsi – al compito di elaborare una strategia di uscita dall’attuale assetto legislativo e di mercato che caratterizza il settore televisivo; compito arduo, che passa anche per una ridefinizione del ruolo della televisione pubblica, ma indispensabile in vista del ripristino di un accettabile livello di democrazia e di tutela dei diritti nell’ambito dell’informazione.

La situazione italiana è infatti ormai emersa in tutta la sua problematicità: lo scenario dell’informazione, in specie televisiva, che caratterizza il nostro paese è – a livello internazionale – denunciato come incoerente sia con lo status di democrazia occidentale sia con l’appartenenza all’Unione Europea, della quale l’Italia è un membro fondatore. Anche all’interno, l’anomalia televisiva e le sue ricadute negative sia sugli altri operatori del mercato dell’informazione, sia sugli utenti – in termini di compressione del diritto ad una informazione libera e non manipolata – sono divenute evidenti e non più eludibili.

Tocca dunque all’opposizione farsi carico di proporre soluzioni eque ed efficaci al fine di rimuovere i vincoli individuati dalle due autorità nazionali e di aprire finalmente il mercato televisivo ad un maggiore livello di concorrenza e di pluralismo. Nell’ambito del progetto alternativo di governo costantemente invocato dai leader del centro-sinistra – da ultimo D’Alema – deve trovare spazio una nuova strategia per il settore dell’informazione, che consenta al paese di superare l’asservimento agli interessi di pochi, in un ambito tanto costituzionalmente cruciale, per perseguire l’utilità generale degli utenti e del mercato.

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