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Il Garante, consapevole della portata della presente decisione, ha ritenuto pertanto necessario che le misure prescritte nel provvedimento sopra indicato – ai sensi di quanto previsto dall’art. 122, comma 1, del Codice siano, da un lato, tali da consentire agli utenti di esprimere scelte realmente consapevoli sull’installazione dei cookie mediante la manifestazione di un consenso espresso e specifico (come previsto dall’art. 23 del Codice) e, dall’altro, presentino il minore impatto possibile in termini di soluzione di continuità della navigazione dei medesimi utenti e della fruizione, da parte loro, dei servizi telematici.

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20 commenti

  • art. 1: “l’Italia è una repubblica democratica…”. In linguaggio giuridico ‘è’ non significa ‘deve essere’? E allora il Parlamento non ha divieto di fare leggi idonee a mettere a rischio la prescrizione programmatica? E questa ‘riforma’ non la mette sostanzialmente a rischio? e non è ‘incostituzionale’ per violazione dei limiti programmatici che l’art. 1 pone a tutti gli articoli successivi, sicchè gli articoli successivi originari sono compatibili e questa ‘riforma’ è incompatibile? PREVEDIAMO UNA RESISTENZA CONCRETA NEL CASO VINCA IL SI’?

  • Se trasformiamo, inserendolo nelle norme costituzionali, un dato di fatto quale la mancanza di rappresentatività del Parlamento, reso docile strumento nelle mani di un esecutivo che detiene anche il potere legislativo, non avremo più nulla a cui appellarci contro gli abusi del potere e ci trasformeremo da cittadini in sudditi.

  • Un’attività di qualità dei partiti in una società basata su una democrazia con rappresentanza parlamentare eletta dal popolo.

    Dopo aver letto la relazione della prof. Arianna Di Vittorio (università di Foggia) intitolata “LA QUALITÀ NEI SERVIZI PUBBLICI E NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE” che esprime in modo molto chiaro quale deve essere l’organizzazione dinamica per ottenere il miglioramento continuo del servizio nell’era del terzo millennio mi sono convinto che i partiti dovrebbero organizzarsi come sarebbe auspicabile che lo fossero le aziende di servizio. Solo così le istituzioni dello Stato invece di risultare la sintesi di poteri che impongono la propria visione del futuro senza vera partecipazione democratica, potrebbero diventare il risultato di una democrazia che aspira all’eccellenza proprio perché i cittadini parteciperebbero a creare le nuove proprie abitudini culturali che aspirino all’eccellenza.
    Si sentono frequentemente molti esponenti politici affermare di essere servitori dello Stato e quindi servitori dei cittadini. Poiché i partiti sono le organizzazioni attraverso le quali dovrebbe essere espletato il loro servizio, risulta necessario, per fissare i termini, definire questo servizio e come le attività di queste organizzazioni possano risultare efficaci e rivolte al proprio miglioramento ed a quello degli elettori (utenti). Il bene che il partito si propone di fornire ai cittadini dovrebbe essere completamente privo da qualsiasi materialità ma, nello stesso tempo, tale da esprimere, come risultati, effetti sia immateriali (crescita culturale) che materiali (crescita economica). Il partito dopo aver individuato l’obiettivo da raggiungere che consiste in un proprio ben definito modello della società dei cittadini ne fa il motivo della propria esistenza e si propone di fornire ai cittadini idee per la sua costruzione.
    Per avere la visione dei fenomeni connessi che si sviluppano nella realtà, dobbiamo tener presenti tutti i soggetti interessati, vale a dire:

    La struttura logica progettuale del partito, costituita dalle sue idee fondamentali, che vorrebbe esprimere come risultato finale il proprio modello di società. Questa struttura logica progettuale subisce l’evoluzione naturale sia per l’avvicendarsi delle persone preposte alla sua formulazione, sia perché alle stesse viene imposto dalla realtà di tener conto dell’evoluzione della società stessa.
    L’insieme dei cittadini a cui si rivolge l’offerta del servizio.
    (Sarebbe per me importante definire con regole precise quale deve essere l’insieme dei cittadini ai quali può rivolgersi l’offerta politica per impedire che i partiti cerchino di allevare i minori alle proprie idee istituendo proprie scuole o introducendo propaganda nelle scuole; la formazione politica degli studenti dovrebbe avvenire obbligatoriamente in modo indiretto e naturalmente il più possibile in modo oggettivo, con l’obiettivo di lasciare crescere spirito critico e…

  • Tutte le strade portano a Roma e in modo del tutto simile tutte le incoerenze della vita nelle società umane si possono facilmente far risalire a un errore fondamentale e cioè aver reso equivalenti i due concetti di economia e di commercio, anzi per essere più precisi l’economia ha perduto completamente il proprio significato originale acquisendo pienamente il significato di commercio.
    Quando mettiamo a confronto le prestazioni di due macchine che eseguono lo stesso lavoro, la fisica ci insegna che dobbiamo mettere a confronto i due rendimenti energetici.
    A voler essere precisi dovremmo fare i calcoli energetici comprendendo tutta l’energia spesa sia per quanto riguarda la costruzione delle due macchine che per il loro funzionamento (calcolando anche il beneficio dei beni prodotti da ciascuna come risposta alle necessità espresse dalla società e l’impegno energetico che, eseguendo le opportune manutenzioni garantisce il buon funzionamento). Il procedimento si complica naturalmente quando prendiamo in considerazione forme di energia diverse per le quali entra in gioco il fattore di disponibilità. Questi criteri di valutazione si avvicinano moltissimo all’economia primitiva dove tutto veniva calcolato tenendo conto dell’energia muscolare delle parti in giuoco.
    Quando invece mettiamo a confronto le prestazioni di due macchine secondo il criterio economico vigente che è quello economico commerciale, tutte le attività che si riferiscono alla presa in carico e al funzionamento delle due macchine si fanno corrispondere ai costi relativi di modo che le stesse acquisiscono ciascuna un proprio valore commerciale attraverso il quale possono trasformarsi in denaro.
    Il denaro ottenibile ha la sua funzione sociale di poter essere usato in altre attività che niente hanno da fare con le macchine che l’hanno generato e con la produzione a cui sono preposte. La funzione sociale del denaro che consegue da una società umana sospinta in modo anomalo dai poteri costituiti indirizza la produzione dei beni e delle attività secondo il criterio dell’accumulo di denaro che non corrisponde assolutamente al vivere bene degli individui.
    Anche l’attività rivolta ai beni culturali subisce lo stesso danno.

  • Per parlare della sostanza: da destra sentiamo se andiamo al governo ridurremo l’IRPEF ad una unica. Io rispondo che l’unico modo per avere una unica Aliquota è di mettere un limite alla differenza di reddito e cioè che il reddito massimo non possa essere maggiore del doppio rispetto al reddito minimo. La modalità di tassazione più giusta e che non si tassino né i cittadini né i prodotti ma le attività. Che permetterebbe la programmazione delle stesse per l’ottenimento del bene comune.

  • Giustissima l’analisi della situazione e anche l’aspirazione a far diventare il popolo sovrano. Io credo che la Costituzione sia molto avanti nella formulazione dei diritti ma che sia invece, malgrado tutti gli accorgimenti pensati per bilanciare i poteri assegnandoli a istituzioni dello Stato diversificate nelle responsabilità e nei compiti, insufficiente nella costruzione della struttura dello Stato. La dimostrazione della manchevolezza sta proprio nella incapacità dello Stato di fare assomigliare la società che governa ad una comunità in cui si abbia almeno l’aspirazione a vivere secondo i diritti sanciti dalla costituzione. La struttura dello Stato formalizzata dalla costituzione si concretizza nell’affidarsi ad una élite che ha assunto le caratteristiche di casta pressoché impenetrabile, costituita dall’insieme di persone a cui è demandato il compito e la responsabilità di gestire la vita nella società. L’impenetrabilità non consiste tanto nel rendere impossibile l’inserimento di nuovi individui quanto nella forse inconsapevole difesa della casta di impedire l’introduzione di pratiche pragmatiche che si propongano contemporaneamente due obbiettivi la crescita economica e la crescita della capacità dei cittadini di vivere secondo i principi costituzionali. L’élite al potere ha una visione della vita nella società falsata proprio dall’appartenenza alla casta che la fa vivere con modalità completamente diverse dall’altra popolazione. Si sono costituite nel tempo, quasi come evoluzione naturale due società che vivono separatamente, comportandosi perciò in modo diverso anche se formalmente devono rispettare le stesse leggi. Entrambe devono però sottostare ad una legge conseguente all’introduzione del denaro che è la legge del mercato competitivo.

  • La lotta per i principi costituzionali si vince se si riesce ad essere pragmatici riuscendo ad essere ad essere critici che si riferiscono non ai principi, ma alle istituzioni che si sono rivelate insufficienti a realizzare una società che si specchi il più possibile in quei principi. Il voto del NO del 4 dicembre ha in realtà di contrapporsi a chi approfitta della debolezza delle istituzioni, evidentemente difettose per tradire i principi. Il principio evidentemente tradito fu allora, come c’è chiaramente il pericolo che si voglia fare oggi, di mascherare ancora più di quanto già oggi è, la democrazia intendendo che l’elite che si promuove come formata dalle persone capaci assuma il compito della gestione della società, mentre chi non ha le capacità necessarie, ha solo diritti umani limitati che lo costringono spietatamente al ruolo subalterno privato della dote che solo rende uomo che è quella di pensare. Le istituzioni si devono modificare non per rendere la gestione dell’elite più facile ma per accrescere nel cittadino il diritto e il dovere di pensare. Se diciamo semplicemente No saremo destinati a perdere.

  • Ottima l’idea per un indirizzo generale.
    Però lo spirito della costituzione fu tradito da tutti noi italiani che, se pensammo a qualcosa, si riferì sempre a noi stessi; per spiegarmi meglio ciascuno di noi ha pensato solo a sé stesso. Oggi, dopo settanta anni di Stato retto formalmente da questa costituzione, ben pochi cittadini risponderebbero che il proprio atteggiamento, è sbagliato. D’altra parte, moltissimi sono pronti a proclamare: “Non toccate la Costituzione. ”
    Sono coloro che credono di avere per suo tramite quei giusti diritti che potranno far valere in qualsiasi evenienza della propria vita. Sembrerebbe un atteggiamento schizofrenico ed è invece molto adattato allo Stato che si è costituito in settanta anni. Per tutti i cittadini valgono i principi ma gli stessi trovano la propria efficacia per quanto ciascuno è capace di farli valere. La legge non ammette ignoranza. Ma gli ignoranti ci sono e sono i più deboli. In questo modo la Costituzione dei tanti buoni principi è riuscita a produrre una società piena di ingiustizia e di rancore. C’è anche un altro motivo: quando un cittadino subisce un disagio sopportabile conseguente ad un proprio diritto non usufruito può trovare convenienza a non farsi carico della controversia e ciò fa propagare l’abitudine al quieto vivere e all’accettazione di una costituzione della società non scritta ma applicata, quella dei comportamenti. L’idea come ho detto all’inizio mi sembra ottima, ma come facciamo a vestirla di pragmatismo per far crescere dal seme l’albero dei buoni frutti?
    Riprendo dall’articolo il punto essenziale da sviluppare:” Per chi crede ancora nella democrazia costituzionale come orizzonte del possibile cambiamento è dal suo appannamento che deve ripartire. È lì l’origine della crisi, lì sono depositati tutti gli interrogativi irrisolti dalla storia recente. Deve essere anche chiarito che andare alla ricerca delle ragioni di fondo per comprendere quanto sta accadendo non vuol dire solo “tornare alla costituzione”, ma soprattutto, con maggiore radicalità, provare a realizzare la “rivoluzione promessa” dalla costituzione.”
    Secondo me la Costituzione, come anche la Carta dei Diritti dell’Uomo si può definire essere insieme di obiettivi da raggiungere espressi senza il piano pragmatico per la loro realizzazione. Per fare un esempio concreto e attuale, possiamo mettere a confronto due opere dell’uomo che si consolidarono realizzando due progetti studiati per costruirli.
    Sto parlando della Torre Eiffel e del Ponte crollato di Genova. I risultati dei due manufatti manifestano l’esistenza di due principi costruttivi diversi.
    La Torre Eiffel possiede in sé stessa la potenzialità di mantenersi in vita: il progettista perpetua la propria intelligenza negli addetti che ne hanno la visibilità completa e possono assumere su di sé la responsabilità di sostituire qualsiasi elemento presentasse i sintomi della decadenza dovuta all’usura. Il risultato è che sembra concepita non semplicemente come un organismo vivente ma come la sua specie che sopravanza nell’esistenza tutti gli organismi che le appartengono perché si adatta all’evoluzione proprio potendo usufruire, vedendoli, dei punti deboli degli stessi.
    Il Ponte di Genova risulta concepito come la marea di oggetti usa e getta che ci sta sommergendo.
    Con molta superficialità si potrebbe dire che tutto dipende dal grado di intelligenza degli addetti. Ma abbiamo visto che il crollo di Genova non è dovuto al non aver studiato a sufficienza Scienze della Costruzione, ma perché nelle Scienze delle Costruzioni la Costruzione viene concepita come progetto e fabbricazione di un oggetto inteso per il presente. Si sono fatte al più, previsioni di un periodo di esistenza. La manutenzione riguarda piuttosto la necessità che vengano mantenute durante il periodo di esistenza le capacità di assolvere ai compiti funzionali che non la propria esistenza. Finché funziona l’oggetto si usa, dopo crolla e se ne costruisce un altro.
    La Costituzione e La Carta dei Diritti dell’Uomo hanno molte somiglianze per i propri principi di gestione con il ponte di Genova ma anche molte differenze.
    L’analogia principale sta nel fatto che le strutture di gestione che presiedono ai funzionamenti devono rispondere con immediatezza in tutti tre i casi e, il rispetto di questa esigenza introduce un ulteriore schermo alla piena visibilità e conoscenza delle strutture preposte. Come facciamo a far girare il traffico se chiudiamo il ponte? Come facciamo a produrre per concorrere con gli altri competitori se non permettiamo la sperequazione che stimola gli individui più adatti a produrre sempre di più?
    La Costituzione può vivere e cioè i suoi principi possono non essere traditi solo se lo Stato conseguente prevede solo un Economia Solidale. Invece l’Economia sottostà a regole completamente diverse se si possono chiamare regole quelle del mercato. L’Economia Solidale la cui regola fondamentale è di non tradire i principi umani, quelli che ci fanno dire che una società è umana, deve essere fondamentale per una Costituzione che aspiri a creare la Società umana solidale.

  • Pensato e scritto all’inizio della crisi
    Oggetto: Liberalizzare la qualità, Elucubrazioni su una moneta diversa per i beni vitali.
    Liberalizzare la qualità. (10/3/2010)

    Le misure governative di liberalizzazione tendono ad introdurre altri soggetti fra i venditori e quindi aumentare la concorrenza.
    Nei momenti di crisi economica, quando manca alla gente il denaro per fare acquisti ogni venditore per battere la concorrenza utilizzerà la diminuzione del prezzo o se ciò non è possibile si sforzerà di tenerlo più basso possibile. Con ogni mezzo a disposizione cercherà di ottenere questo risultato senza far diminuire i guadagni e perciò risparmiando sui costi. Questo significa, se ha il tempo necessario, migliorare, tentare di migliorare la propria organizzazione, altrimenti si adatterà ad utilizzare materie di basso costo, a diminuire la paga dei dipendenti e chiedere agli stessi di lavorare più velocemente per produrre di più e cioè con minore sicurezza.
    Ogni venditore vede il mercato suddividendo i clienti secondo la disponibilità di denaro che sono, disposti e in condizione, di spendere per acquistare. L’evento improvviso della diversa disponibilità di denaro degli acquirenti comporta che tutte le misure necessarie a far fronte alla nuova situazione vengano prese in modo poco e male organizzato. La mancanza di denaro tende a dividere la clientela in tre classi ben definite. La classe di chi ha conservato completamente la propria potenzialità di acquisto che si può permettere di comprare quanto desidera a qualsiasi prezzo anche più alto; la classe di coloro che hanno ancora possibilità di comprare ma solo al prezzo precedente e perciò se i prezzi salgono per le nuove condizioni di produzione, devono cambiare l’approvvigionamento rivolgendosi ai prodotti di prezzo più basso; la classe di coloro che hanno addirittura perduto la possibilità di acquistare al prezzo precedente, che sono in una condizione ancora peggiore di chi appartiene alla classe precedente. Chi appartiene alla seconda o terza classe deve sperare di trovare prodotti a prezzi ancora inferiori, altrimenti sarà in condizione di grave crisi.
    Il venditore, se può, sceglie la propria clientela.
    Se il proprio prodotto glielo permette, si rivolge ai clienti ricchi, aumentando i prezzi; naturalmente la crisi lo investe quando non trova sul mercato il numero di clienti necessario a sostenere i propri costi. Questa tipologia di venditore è l’unica che si può difendere bene, conservando le proprie abitudini di produzione, in quanto esistono di fatto un numero sufficiente di persone ricche per le quali il prezzo non è un problema.
    Gli altri venditori per mantenere il proprio stato economico devono tentare di conservare il resto della clientela, che si è nella gran parte impoverita. L’urgenza di prendere misure opportune non può che spingerli ad abbassare in ogni modo la qualità delle proprie attività per renderla meno costose.
    (Quanto segue l’avevo già scritto ancora prima)
    La burocrazia rende possibili tutte le contraddizioni dello Stato mediante regole e consuetudini che permettono di travisare la stessa Costituzione.
    Consideriamo per esempio il criterio di introdurre la tessera per la sopravvivenza (social card); si tratta chiaramente di fare rientrare in una norma di legge quanto già esiste come consuetudine: la divisione dei cittadini italiani in persone ambienti che possono bastare a se stesse e gli incapaci che possono vivere solo di carità.
    L’impostazione dovrebbe invece essere rovesciata, non sono le persone che debbono essere divise in classi ma i beni. Dovremmo avere:

    1. la classe dei beni vitali ai quali tutti hanno diritto nelle quantità necessarie.
    2. la classe degli altri beni che ciascuno potrà procurarsi secondo le proprie capacità con l’unica condizione di non danneggiare il prossimo e la società.

    Individuare i beni che appartengono alle due classi è abbastanza facile. È infatti inoppugnabile che il pane, la pasta, l’acqua, il latte, ecc. ma anche l’energia per riscaldarsi, la casa per abitare, i vestiti, ecc fanno parte dei beni vitali.

    La lettura del libro del professore Nino Galloni “Il grande Mutuo” può servire a chiarire che solo apparentemente, in Italia ha corso una sola moneta, l’euro; in realtà, se ricordiamo che la moneta ha la funzione di rendere più semplice l’approvvigionamento dei beni, ha corso una moneta diversa ogni volta che un bene viene acquisito senza l’utilizzo di euro.

    Gli esempi di esistenza di monete diverse non mancano:
    Il poveretto usufruisce del suo stato per vivere seppur stentatamente, di carità.
    Chi ha molto prestigio, può facilmente godere di molti privilegi senza alcuna spesa.
    Esistono forme di scambio consuete come i libretti tenuti dai piccoli commercianti in cui i debiti possono scontarsi nei modi più diversi ad esempio con una prestazione di lavoro.
    Le cambiali sono previste dall’ordinamento e non sempre si scontano con il versamento dell’importo dovuto.
    Nino Galloni mette in grande evidenza di come le banche, ogni volta che forniscono credito da restituire a distanza di tempo, creino molto più flusso di denaro di quanto è quello circolante e che compiono queste operazioni con grande guadagno.

    Quanto ai problemi della povertà l’autore propone la distribuzione dei beni vitali utilizzando monete diverse che abbiano valore in ambito più circoscritto rispetto all’ambito nazionale e di fornire a ciascun cittadino la quantità di moneta necessaria per approvvigionarsi di tali beni. Questo però richiederebbe una complessa riorganizzazione del sistema monetario.

    La proposta di organizzare un sistema con due monete, quella destinata ai beni vitali e quella destinata a tutte le altre necessità non dovrebbe essere limitata alle sole persone in stato di necessità.
    Solo così i poveri non subirebbero l’ulteriore umiliazione di essere considerati capaci solo di ricevere carità, ma piuttosto verrebbe reso esplicito il loro diritto a vivere decentemente.

    In considerazione delle tante difficoltà di impostare un sistema monetario con due monete, ho pensato ad un altro criterio: dopo avere diviso i beni nelle due categorie come già detto, mi propongo di raggiungere il risultato di distribuire a tutti le giuste quantità di beni vitali.

    Questo è oggi possibile fornendo ai negozianti strumenti informatici simili a quelli utilizzati dalle farmacie in Lombardia, in modo che la merce, acquistata e venduta, venga esposta su apposita nota della spesa con le sue caratteristiche di classe di appartenenza.

    L’acquirente dovrebbe utilizzare un sistema tipo bancomat che permetterebbe la gestione automatica delle note di spesa in un centro di elaborazione di raccolta. Le elaborazioni possono raggiungere diversi obiettivi relativamente alle merci, ai venditori e agli acquirenti:

    Si può tenere sotto controllo il giusto prezzo delle merci.
    Si può analizzare la funzionalità del venditore relativamente al suo compito di distribuire la merce.
    Si può controllare il consumo dell’acquirente che non superi il giusto consumo, sottomettendolo eventualmente a tassazione per sprechi.

    Naturalmente lo Stato dovrebbe provvedere a portare ad un livello consono i conti ‘bancomat’dei cittadini in stato di carenza economica.
    Avremmo finalmente l’organizzazione complessiva per provvedere a tante situazioni oggi dolorose dovute a mancanza improvvisa di reddito.
    L’obbiezione che solleverebbero i fautori del mercato libero è che il sistema sarebbe destinato al fallimento perché non rispetterebbe le regole della concorrenza. Credo che invece le regole della concorrenza si sposterebbero dal prezzo alla qualità.

    Analizziamo infatti con attenzione il mercato dei beni vitali nel nuovo sistema: lo stesso è un mercato che dovrebbe non essere libero sul prezzo, nel senso che ad un kg. di pane corrisponderebbe la stessa moneta su tutto il territorio, ma che invece rimarrebbe libero per quanto riguarda la scelta che il cliente può fare nei riguardi del fornitore che vende roba di migliore qualità e che gli fornisce il miglior servizio. Credo che i piccoli negozi potrebbero diventare concorrenti agguerriti dei grandi supermercati anche perché più facili da raggiungere.
    Anche il mercato delle materie prime dei beni vitali, dovrebbe subire una riorganizzazione per acquisire le caratteristiche di una produzione sottomessa ad una economia di qualità. La produzione di qualità significa rendere vantaggiosi i prodotti vicini all’acquirente, cioè del territorio, naturalmente di buona qualità, che non sono sottoposti ai lunghi viaggi da terre lontane e non devono essere mantenuti commestibili con artifici costosi (celle frigorifere e additivi chimici) che difficilmente raggiungono pienamente il risultato.

    Giuseppe Ambrosi

  • Al sig. Cocorocchio.
    Mi sarebbe piaciuto sapere perché: “i paesi occidentali, l’Onu, il fondo monetario internazionale, che avrebbe dovuto finanziare lo sviluppo di quei paesi invece ha imposto politiche neo-liberiste che hanno consentito lo sfruttamento delle risorse di popoli che oggi scappano dalla fame.” Ed anche perché i governi che si sono succeduti, da quando esiste la Costituzione ad oggi, siano riusciti a far diventare l’Italia una potenza del G8 ma con 5 milioni di poveri assoluti e 8 di poveri relativi ma anche con molte migliaia di straricchi.
    Ho letto attentamente più volte ma ho trovato l’unica risposta: il fraudolento sistema di potere.
    Io al fraudolento sistema di potere dò questo significato: La Costituzione Italiana ha prodotto questa Società. Se l’albero si riconosce dai frutti, andiamo a vedere i frutti. Mi sembra proprio che la Costituzione Italiana sia sprovvista di un sistema che non faccia marcire i buoni frutti che vorrebbe far produrre alla sua società. Non so se esista altrove una Costituzione capace di portare a compimento buoni frutti. Dai risultati diffusi sembra che se c’è, è veramente molto ben nascosta. La stessa cosa succede, d’altra parte, purtroppo anche della carta dei diritti dell’uomo.
    Le due carte si sono sviluppate essenzialmente con l’intento di porre fine alle angherie dei potenti nei riguardi dei deboli. Andiamo alla radice del problema, cioè esprimiamo lo stesso nei termini più vicini alla realtà oggettiva che produce appunto le angherie. Per ridurre il problema nei termini più semplici consideriamo una relazione fra due individui. Mi accorgo subito, che questo tentativo di semplificazione ci ha lasciato ancora un problema estremamente complesso. Consideriamo una relazione come un fenomeno di influenze fra due entità. Ci siamo, come uomini impegnati tanto cercando di comprendere questi fenomeni da trarne deduzioni logiche che hanno fatto aumentare enormemente le conoscenze sui fenomeni tanto da poter fare previsioni spesso con ottimi risultati su come evolveranno i fenomeni stessi. Come è stato possibile raggiungere questa sbalorditiva capacità? Essenziale si è rivelato saper misurare la capacità di ciascuna entità di influenzare l’altra, questa capacità la abbiamo chiamata potenza cioè possibilità di esprimere energia.
    Ritornando ora alla relazione fra due individui è chiara la difficoltà di misurare la potenzialità di ciascuna persona. Proviamo a dividere la potenzialità di ciascun individuo, facendone corrispondere le parti da cui si compone quella complessiva, dalle qualità della stessa persona. Distinguiamo per le qualità individuali quelle che l’individuo possiede come doti che chiamiamo naturali e quelle che proprio mediante le proprie doti personali acquisisce dall’ambiente che lo circonda. Secondo me, quanto più l’uomo è socializzato cioè appartenente alla sua società tanto più dobbiamo considerare le qualità sociali come molto influenti nelle relazioni fra due individui. Ma la società umana non è più spontanea, ma piuttosto regolamentata. La regolamentazione della società si traduce nella limitazione di uno dei diritti ritenuti fondamentali nelle due carte e cioè della libertà individuale. Però le due carte trascurano o comunque non considerano che l’uomo è un individuo sociale e perciò deve fare parte del suo comportamento libero essere socializzato. Credo che dopo questo ragionamento risulta veramente necessario esprimere nelle carte non solo diritti e doveri degli individui ma anche diritti e doveri della società che può esprimersi solo attraverso l’economia solidale.
    Mi aspetto l’obiezione che il mondo gira in modo diverso e che perciò a noi conviene seguire l’andazzo. Io credo invece che si possa resistere meglio alle pressioni che vengono dall’esterno proprio con economia solidale. Faccio un esempio: secondo voi chi resisterebbe meglio ad una situazione di crisi una famiglia non tanto ricca ma già abituata all’economia solidale od una molto florida sul piano monetario ma pervasa da comportamenti egoistici degli appartenenti? Io credo che in questa competizione sia molto superiore la prima. Allo stesso modo chi resisterebbe meglio ad una crisi una impresa che stimolasse il massimo rendimento di ciascuno dei dipendenti facendolo gareggiare con i propri colleghi promettendo il premio a chi produce di più o una cooperativa veramente solidale in cui il premio venisse dato a tutti gli addetti che concorrono aiutandosi alla produzione? In quale dei due casi dovremmo aver paura che qualcuno scappi all’estero?

  • Metto a confronto due attività che riguardano la stessa problematica e perciò utilizzo il criterio suggerito da Gesù. L’albero si riconosce dai suoi frutti! Il criterio elimina qualsiasi possibilità di errore, non ha bisogno di tutto l’insieme culturale di regole che la società ha creato perché si basa su dati di fatto: l’incontrovertibilità del risultato.
    Criterio Riace: I buoni frutti sono i miglioramenti della società, cioè di tutte le persone coinvolte. La solidarietà come principio per diffondere i diritti umani. Non si conoscono deterioramenti di questi frutti. Si vorrebbero far derivare i frutti cattivi di questo criterio dal fatto che molta gente in sofferenza sarebbe attirata a venire in Italia che non avrebbe la capacità di accoglierli. Ma l’Italia che dovrebbe accoglierli non si adegua al criterio Riace e quindi non può essere considerata prova di un suo difetto. Se un albero che produrrebbe buoni frutti non venisse innaffiato e concimato secondo i buoni criteri naturali non solo non produrrebbe più buoni frutti ma sarebbe destinato nel tempo a deperire e morire.
    Criterio Salvini: Siamo costretti a dividere gli interessati alla questione in due parti:
    chi sta raccogliendo gli ultimi frutti dell’albero senza pensare a innaffiarlo, concimarlo secondo i giusti criteri naturali e utilizzare i semi dei frutti per creare altri alberi; gli stessi si dedicano invece con tutte le forze ad impedire che gli altri affamati tentino di raccogliere gli ultimi frutti per sopravvivere e
    e gli affamati che non hanno frutti da raccogliere e premono con estrema violenza e grande, naturale desiderio di sopravvivenza, muovendosi verso l’unico albero che produce quei frutti.
    Quali frutti produce questo criterio?
    Godrebbero di buoni frutti coloro che al presente stanno raccogliendo i frutti. Ma questa situazione attuale non si può prevedere che continui nel tempo.
    Ma le stesse persone hanno contemporaneamente il frutto negativo di doversi difendere dall’assalto degli affamati.
    Naturalmente gli affamati hanno soltanto il frutto negativo della fame assillante e del contrasto violento con chi invece sta bene. Niente lascia prevedere un miglioramento.

  • Conoscete la storia dell’arresto, il perché il come, le accuse cadute e quelle rimaste.

    Per questo ora io vi racconterò la storia di Rosina e Rosetta che ho sentito qui. Quando nel 2004 Lucano divenne sindaco, Riace, come tutta la Calabria, aveva una discarica non organizzata. Spazzatura ovunque. Dovete sapere che il paese è tutto un vicoletto e così i camion della spazzatura non riuscivano a passare. I piccoli veicoli a motore, giusti per quelle viuzze costavano bei soldi, come pure addestrare il personale. Troppo. Così il sindaco decise di tornare all’antico. Pochi soldi furono investiti per comprare Rosina e Rosetta, due agili asinelle che passavano casa per casa mentre la gente riempieva le gerle di carta, alluminio, plastica, lasciando sulla porta una ciotola di acqua per le due silenziose pulitrici. In meno di un anno la raccolta differenziata è passata dal 1,4 % al 46% e la tassa sui rifiuti si è ridotta. Il ritorno al futuro stava funzionando.

    Carlo potresti fare due bei quadretti: il primo del paesello di Riace con la gente che inciampa nei mucchi di spazzatura che ostruiscono il passaggio nei vicoli stretti e un bel quadretto dei due asinelli Rosina e Rosetta che raccolgono la spazzatura inerpicandosi per i viottoli di Riace e tutti gli abitanti felici che possono dedicarsi alle proprie faccende!!! Viva il sindaco Mimmo Capatosta !!!

  • Epikeia!!! Epikeia!!!! quando una legge nel caso che si presenta, se applicata produrrebbe danno, è meglio anzi obbligatorio agire bene, facendo diversamente. allora: Epikeia!!!

    Raccogliere consenso schierandosi sempre dalla parte di chi ha fatto bene qualcosa; e perciò: Analizzare profondamente gli episodi, gli operatori del bene, i criteri pragmatici che hanno risolto situazioni difficili capovolgendole in positive, creare schieramento con chi ne ha beneficiato, farsi dare i giusti suggerimenti da chi ha partecipato lottando strenuamente a queste attività meritorie, mettere in primo piano con tutto l’impegno di cui si è capaci e le capacità di diffusione mediatica, il complesso culturale che senza essere formulato in una teoria già espressa sostiene i comportamenti che perseguono i buoni risultati.
    Gli esempi eclatanti ci sono:
    La perseveranza della famiglia Cucchi.
    Il paese di Riace.
    Le aziende fallite trasformate in cooperative.
    Le associazioni volontarie che puliscono tante città dall’immondizia.
    Don Ciotti.
    L’amministrazione del comune di Bergamo ascoltando i suggerimenti di chi lavora.
    ………………………

    Fare molta promozione dei buoni programmi di divulgazione come “presa diretta” e “Report”.

  • L’impatto violento che ha la propaganda di Salvini ha procurato nella società italiana, non può essere contrastato in altro modo che con un’azione altrettanto violenta. Naturalmente non intendo che si debbano formare squadroni pronti al pestaggio, come d’altra parte non fa nemmeno il furbo Salvini. Io intendo che si debba mettere più gente possibile nella condizione di confrontarsi con le situazioni di terribile disaggio di in cui vivono persone. È urgente che questo venga fatto concretamente portando le persone dove, nei luoghi più vicini, condizioni di sofferenza si manifestano. Credo sia indifferente scegliere situazioni particolari. L’abitudine a vedere il male in televisione come una rappresentazione ambiguamente lontana, proposta da fantasmi virtualiche, se ci procurano fastidio, possiamo tranquillamente distruggere cambiando canale, ha reso molto facile e diffondibile attraverso l’emulazione, l’atteggiamento indifferente. Invece di chiedere il contributo in denaro che non procura nessun cambio culturale né in chi dà né in chi riceve, vedo necessaria una organizzazione il più estesa possibile che metta più persone possibile in condizione di toccare con mano, perché è chiaramente una situazione diversa quella di vedere in televisione un uomo che affoga o, camminando per strada, vedere qualcuno che cade. È necessario ricostruire la cultura della solidarietà, aprendo con la violenza della presenza in situazioni di dolore uno squarcio nel muro di indifferenza che la nostra società è riuscita a costruire. L’attuale processo culturale assomiglia ad una valanga che si rafforza con il suo procedere, ma che cosa ha reso possibile la valanga? Quasi sicuramente il disboscamento senza avveduta programmazione ambientale. Il freno naturale del bosco al dilavamento venne eliminato senza sostituzione con accorgimenti studiati che contemplassero insieme le necessità della società umana e le necessità naturali. Di fronte alla valanga la prima salvezza è la fuga, ma dopo bisogna progettare la ricostruzione con un nuovo criterio che deve tener presenti gli errori fatti per non ricaderci. La situazione della società è più complicata rispetto a quella della valanga, perché non esistono vie di fuga, la società malata è la stessa valanga, se siamo ancora nella possibilità di risanarla forse possiamo farlo come si fa con gli organismi ammalati modificando le sue abitudini di vita.

  • Il tragico ed estremo gesto risale a lunedì scorso: a darne notizia è l’associazione Babele, che ha avviato una raccolta fondi per il rimpatrio della salma. Amadou – racconta una attivista – a 22 anni ha scelto di uccidersi. Aveva avuto un diniego …
    Quando andiamo in un supermercato e compriamo il pesce surgelato scegliamo tranquillamente quello che ci sembra più buono e più a buon mercato, nessuno di noi pensa a prestare attenzione per sapere da dove viene e chi ce lo sta vendendo.
    Gambia è un piccolo stato dell’Africa occidentale circondato dal Senegal ad eccezione del punto in cui il fiume Gambia sfocia nell’oceano Atlantico. Io ho saputo guardando la trasmissione “Presa diretta” di Riccardo Iacona. Gli abitanti vivevano tranquillamente di pesca, infatti non dovevano usare soldi per comprare il pesce al supermercato ma andare con le loro barche a gettare reti nel loro mare pescosissimo. Ora invece i nostri grandi pescherecci hanno trasformato il pesce i denaro e gli abitanti del Gambia che si ritrovano senza pesce e senza denaro sono costretti ad andar via dal proprio paese che da paradiso abbiamo trasformato in grande industria che trasforma la materia prima pesce in denaro facendo aumentare il PIL degli Stati che mandano i propri pescherecci.

  • Scrissi questo mentre governava Gentiloni:
    Troppe volte è già successo che quando si discute di principi si riesce ad avere più consenso sulle tesi che si coniugano con l’essenza della natura umana che corrisponde all’aspirazione alla società della migliore convivenza, mentre quando si vogliono mettere in pratica quegli stessi principi, la sua operatività viene resa inattuabile dalle scelte di chi intravvede che ne riceverebbe immediatamente una diminuzione della propria possibilità di emergere sugli altri. La cultura umana per millenni ha formato le nostre convinzioni mediante le consuetudini che determinano le interazioni interpersonali e le stesse regole sociali assumono in questo modo la caratteristica di assomigliare a una legge della fisica, di essere cioè ineluttabili. È questo che rende difficilissimo cambiare la cultura degli uomini che appartengono ad una determinata società.
    La ragione, quando costruisce pensiero, inventa strategie per raggiungere un obiettivo. L’obiettivo dei principi fondamentali, rivolgendosi alla intera comunità umana travalica il termine della vita di ciascun individuo mentre la pratica dell’esistenza quotidiana ha giustamente e naturalmente i termini immediati dai quali consegue la risposta alle necessità dettate dalla sopravvivenza momento per momento.

    Il fatto è che si devono trovare argomenti convincenti e coerenti con le proprie idee di fondo ma, nello stesso tempo, una prassi di attuazione che apra a nuove modalità di comportamento che rinsaldino i buoni principi senza trasgredire l’obbligo ad intervenire con immediatezza per rispondere all’impeto delle richieste individuali, anzi il pragmatismo vincente deve utilizzare proprio la necessità delle risposte obbligatorie e immediate per conseguire il consenso di massa che solo può realizzare l’adesione reale ai principi universali del bene.
    Al referendum sulla costituzione la vittoria formale del “NO” fu facile perché si dovevano prendere decisioni sulla validità o meno proprio delle idee di fondo. Dopo, come tante altre volte, la società rimane quella di prima: non siamo governati dalla costituzione ma dai comportamenti, le abitudini che presiedono alle relazioni umane.
    Una delle questioni fondamentali oggi sul tappeto che rende difficile una risposta coerente e ci fa tornare alle situazioni ambigue precedenti che rende tanto facile trasgredire i principi perché le decisioni che li avversano avvengono come ineluttabili necessità, è il problema dell’immigrazione. Si contrappongono due tesi: dobbiamo accogliere i disperati; dobbiamo aiutarli a casa loro.

    Le due tesi che a prima vista sembrano completamente divergenti obbediscono in realtà a uno stesso concetto che li accomuna: gli immigrati sono un nostro problema che dobbiamo risolvere con tanto nostro maggior vantaggio quante più sono le risorse che impegneremo. Pertanto, chi chiede di accoglierli è molto contento di accogliere chi più ci serve e chi li vuole aiutare a casa loro, vuole dirigere la loro evoluzione proprio per trarre il massimo vantaggio da tutte le loro potenzialità. I due modi non trattano quelle persone alla pari, come persone degne. Se applicassimo i nostri principi costituzionali dovremmo considerare gli immigrati come liberi di mantenere la propria identità a cui contribuisce naturalmente la provenienza. Sono proprio coloro che hanno rischiato la vita spinti dall’aspirazione a vivere in una società migliore che hanno le maggiori potenzialità a trasformare in modo veramente vivibile quelle società, su loro una buona politica dovrebbe puntare: da questi deve farsi aiutare per risolvere il loro e il nostro problema. Bisognerebbe essere capaci di fare con loro un discorso chiaro: vogliamo mettervi in condizione di tornare al vostro paese per correggere quei difetti che vi hanno fatto fuggire; ma andrete dopo esservi organizzati qui non a nostra completa somiglianza ma cercando il modo migliore e correggendo anche quanto è difettoso nella nostra società. Questa modalità deve essere espressa con chiarezza anche a noi stessi, per essere resa attuabile dal consenso della cittadinanza italiana o europea.
    Dal documentario di “Piazza pulita” abbiamo sentito l’assurdità del pagamento degli scafisti perché desistano dal trasporto profumatamente retribuito dei poveri derelitti. Questa iniziativa assomiglia, purtroppo a una prassi consolidata che da secoli ha pervaso il comportamento di chi si assume il compito di guida della società. Le risposte non vengono date per risolvere i problemi nel modo coerente con i principi ma per conservare facilmente il potere e perciò favorendo i più forti.

  • Egr. sig. Cocorocchio mi sono permesso di diffondere il suo ultimo commento perché lo trovo significativo di una situazione che deve essere corretta. Le mie parole non avrebbero sicuramente potuto avere la stessa inoppugnabile, capacità di convincimento. Devo rintracciare se ancora esiste da qualche parte qualche mia strana pensata relativa alla necessità di interventi di correzione delle incongruenze che i risultati ci suggeriscono riguardo alla Costituzione. Io credo che non si debbono criticare i costituenti per quanto riguarda i principi che si riferiscono con tutto l’impegno e le capacità umane ai principi naturalmente corrispondenti ai principi di umanità. Altra cosa sono le strutture dello Stato per le quali proprio da quei principi deve conseguire la critica costruttiva e la ricerca di miglioramento. I Romani non si resero forse conto della situazione di debolezza della Plebe nei confronti dell’aristocrazia al potere quando introdussero l’istituzione del Tribuno della Plebe? Forse il compito principale del Presidente della Repubblica dovrebbe essere di difendere il cittadino debole nelle situazioni di palese ingiustizia, avendo la Costituzione come guida. Perché questo avviene poco e male?

  • Secondo me, dopo aver criticato giustamente le contraddizioni della dirigenza dei 5 stelle, comprendere le motivazioni che hanno spinto tanti cittadini, loro sostenitori, a votare No al referendum sarebbe stato sicuramente utile a far cogliere le manchevolezze di chi, come noi, non ha saputo cogliere in quelle rivendicazioni scomposte i punti di coincidenza per trasformare quel movimento nel senso di fargli assumere piuttosto che la sola impostazione, come è stato di mirare a soppiantare il potere vigente, avere anche quello di cambiare in meglio la cultura della nostra società. Una motivazione profonda che quella gente esprimeva con il dissenso rispetto alle modifiche istituzionali prospettate, fu la volontà di vivere in una società capace di coniugare contemporaneamente lo sviluppo tecnologico con una maggiore consapevolezza nei propri principi di esseri umani. Il Fronte del Si aveva utilizzato, subdolamente nella propria propaganda la menzogna di essere il Fronte del cambiamento; ma la proposta referendaria lasciava intendere proprio l’opposto e cioè che gli addetti a formulare decisioni volevano sottrarsi a qualsiasi controllo per dare veste costituzionale a quanto già attuato nella realtà, governare la società asservendola completamente alle regole fallaci dello sviluppo incontrollato che ci sta chiaramente spingendo alla catastrofe. Il fronte del Si fu smascherato e la gente trovò nei 5 stelle chi, essendo fino allora rimasto fuori dai poteri costituiti si presentava come il più affidabile. I 5 stelle furono decisivi alla sconfitta del Si perché non ci fu altro partito che avesse la stessa capacità di smascherare l’inganno del Fronte del Si. Ma che cosa rimane oggi di quel 5 stelle? Rimane secondo me la ulteriore dimostrazione di come le carte dei principi, sono fino ad oggi scritte incentrando diritti e doveri dell’individuo e recitano che la sua libertà sottostà al limite che le attività dello stesso non possono e non devono procurare danno agli altri. L’impostazione è però, visti i risultati, insufficiente a gestire la società di oggi.
    Quanto è successo alla classe dirigente dei 5 stelle dovrebbe in realtà insegnarci qualcosa proprio relativamente alle manchevolezze del nostro atteggiamento. Mi riallaccio a qualcosa che mi sembra di aver già detto e cioè che l’uomo è un essere sociale con fortissime propensioni all’individualismo. Quando si parla di libertà le propensioni all’individualismo si scontrano violentemente col proprio modo di essere sociale.
    Quando esprimiamo il concetto di libertà con l’enunciato semplicistico precedente, sorvoliamo su tutto l’insieme di regole comportamentali attraverso cui l’individuo vive nella società immerso in un complesso insieme di relazioni e l’altro al quale non si dovrebbe procurare danno è spesse oramai tanto ben nascosto da non poter essere individuato e per questa sua condizione l’individuo non ha nessuna capacità di tenerne conto. Si vorrebbe sopperire a questa difficoltà della buona società governandola e quindi promulgando regole studiate tali da imporre agli individui il rispetto dei principi dettati dalla coscienza dell’uomo. Perché non funziona? Secondo me perché si pretende di assoggettare l’uomo a regole, probabilmente giuste senza fargli acquisire capacità diverse che possono essere solo il risultato di abitudini a seguire opportuni comportamenti. L’individuo deve essere messo in condizione di comprendere in pieno la situazione dell’altro e perciò deve per quanto possibile averne le esperienze.
    Il governante legifera e decide per quanto riguarda la società nel suo insieme. Gli individui preposti a governare esprimono le proprie capacità in modo conseguente alle esperienze vissute nella società. Ne conseguono freni naturali a qualsiasi cambiamento reale. La scuola è l’istituzione dello Stato che si assume il compito di fornire all’individuo capacità lavorative. Non si dà quindi alla scuola nessun carico relativamente alla necessità che gli stessi individui entrino nella società come cittadini coscienti. La rivoluzione nei riguardi della scuola fu chiesta diverse volte da insegnanti e studenti ma sempre snobbata e repressa come fisime di sprovveduti. Questo è l’atteggiamento sbagliato che sarà bene evitare con coloro che votarono i Cinque Stelle. Forse a proposito del reddito di cittadinanza si sarebbe dovuto cogliere l’occasione per mettere in condizione i giovani di accedere all’istruzione eliminando completamente le barriere conseguenti dalle classi di appartenenza e responsabilizzarli sulla propria necessità di prepararsi a diventare cittadini socializzati. Non ci sono soluzioni facili di problemi complessi. Studiare e poi ancora studiare!!!

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