«Io sono cauto, anzi, anche un po’ scettico», ragiona Umberto Eco sorridente. «Perché guardi, è come con i libri; il mio saggio sul brutto è già stato recensito ma uscirà tra un anno, spero. Come il Bambin Gesù, esiste già prima ancora che nasca...». Per il Partito democratico sarà un po’ lo stesso, con una differenza: non è detto sia santo e virtuoso. E il futuro è incertissimo. L’aveva già anticipato all’inizio dell’anno, Eco, parlando con «La Stampa». Ma questi mesi, dice, non gli hanno fatto cambiare idea; anzi, hanno come aumentato certe preoccupazioni. Mancano dieci minuti all’incontro organizzato da Libertà e Giustizia con Piero Fassino e Dario Franceschini - tema: il Partito democratico sarà un grande progetto o una ciofeca? - e il più celebre intellettuale italiano se ne sta seminascosto dietro le quinte del teatro Carcano per evitare l’assalto di tv e taccuini. Chiacchiera di amicizie comuni, consiglia la lettura di un libro in arrivo. Espone un ragionamento che ripeterà di lì a poco al capo dei Ds: «Io sono l’avvocato del diavolo. E’ chiaro che se il Partito democratico nascerà lo voterò, cosa dovrei votare altrimenti, Berlusconi? Ma questa sera vorrei provare a chiedere questo a Fassino, se davvero credete di poterlo fare, non fatelo come un’unione appiccicata dalle segreterie di due partiti». Quando viene chiamato sul palco Eco incrocia le gambe, è l’unico a portare i calzini rossi - «un cardinale», dice di lui il vecchio amico Edoardo Sanguineti, tuttora ostinato materialista storico - e in effetti il suo discorso è lì che andrà a parare. Dice a Fassino e Franceschini: «L’impresa è difficile. Non credo che il Pd possa nascere da un gioco di apparati. Prima di Gargonza si diceva “la società civile”, poi mi pare abbia fatto una brutta fine, glissons... Ma il problema principale che vedo è uno, e vorrei dirlo franco». La prende alla lontana, l’autore del Nome della Rosa: «E’ certo che in un’operazione del genere molti degli antichi elettori comunisti li perderete, dunque dovete rivolgervi al cosiddetto mondo laico. Ecco: voi pensate che l’unico problema sia la collocazione europea, con i popolari o i socialdemocratici; io ritengo invece che ci sia una divisione reale tra laici e cattolici, e non so come possa essere superata». In due secoli di cultura italiana, che il professore riassume con galoppata fenomenale anche se tranchant, «dai gesuiti contro i mazziniani massoni, all’Azione Cattolica ottocentesca, fino all’evoluzione che ebbe col fascismo, la tendenza naturale del mondo cattolico è stata una contrapposizione frontale con i laici. Con la sola grande eccezione del popolarismo di Sturzo, e poi della Resistenza. Nel dopoguerra ci fu un patto, noi prendiamo l’Iri, voi la cultura, preceduto dal cinismo di Togliatti, che abdicò sull’articolo 7 in cambio di certe concessioni sindacali. Questo aprì di fatto, e in anticipo, la stagione del consociativismo». Ora però è tutto diverso, ragiona Eco: soprattutto, «il cinismo di Togliatti non c’è più». Dunque «come pensate di rimettere assieme laici e cattolici su quelle materie che Gualtieri, a Orvieto, ha definito “un’etica condivisa”? Dai Pacs alle staminali, dalle adozioni ai gay, all’eutanasia... su temi così si riesce a creare un’etica condivisa nel nuovo partito? E fino a che punto? E quando, invece, sarà inevitabile una spaccatura?». Le risposte, per carità, erano ragionevoli, Fassino che diceva «siamo più avanti di quanto si creda, anche su temi etici, anche se sull’etica vale ovviamente la libertà delle coscienze di ognuno», oppure «io dirigo un partito di 600 mila iscritti, non vorrei poi costruirne uno di 100 mila...», o ancora «facciamo una costituente metà eletta dalle primarie, metà nominata dai partiti». Ma Eco alla fine non sembrava più convinto che all’inizio: «Chiamate sempre in causa la non discutibilità dei principi etici, ma al momento del voto in aula questo significa che il sanfedista e il mangiapreti diventeranno franco tiratore ogni volta che la linea del Pd non è la sua». Oppure: «Promettete di ricreare la figura del quadro di partito? Quando c’erano le Frattocchie era impensabile che il Parlamento diventasse una banda di sciamannati che non sanno cosa sia il Darfur...» E qui, al nome Frattocchie, persino Fassino ha riso, condivideva: ci sarà una Frattocchie anche del Partito democratico, meno male. |