La fiera contro natura sull’acqua

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La fiera contro natura sull’acqua

Messaggioda Sotto sopra » 10/06/2011, 8:13

La fiera contro natura sull’acqua

Sotto Sopra

E' scritta pensando alla mia terra ma si applica anche alle mille vallate montuose italiane

Si è abituati molto spesso a pensare all’acqua in una visione marina, con l’orizzonte che spazia nelle distanze oceaniche. L’acqua per questo appare un elemento familiare ai grandi fiumi delle pianure e alle coste marine, alle vaste spiagge oceaniche. Ma pochi ricordano come anche la montagna sia il luogo eletto dell’acqua, a partire dai ghiacciai sulle vette con le sue rocce intrise d’umidità, alle sorgenti, ai torrenti, alle migliaia di cascate e alle centinaia di laghetti e laghi. La nostra idea di acqua è quella di un’acqua pura, fresca, leggera. Uno dei momenti della giovinezza che rimane impresso in ogni individuo è proprio quello di porre le labbra alla canna della fontana dove l’acqua sgorga freschissima. Immaginate se bambini giunti alla fontana avessimo dovuto mettere un gettone per farla uscire. Oggi infatti si va la bar e i nostri figli non conoscono quell’emozione.
All’acqua trentina ha dedicato alcuni versi bellissimi Dante Alighieri nel XX canto dell’Inferno: «Suso in Italia bella giace un laco, / a piè de l'Alpe che serra Lamagna (Germania) / sovra Tiralli (Tirolo), c'ha nome Benaco. / Per mille fonti, credo, e piú si bagna, / tra Garda e Val Camonica, Apennino (gruppo Adamello-Brenta) / dell'acqua che nel detto laco stagna». Anche Petrarca ricordò le «chiare e fresche e dolci acque» delle fontane di Valchiusa francesi e Boiardo in pieno cinquecento dedicò versi alle acque del fiume Sarca. L’acqua è quindi anche un elemento ambientale fondamentale come l’ossigeno, come l’aria, come la luce.
La terra trentina è quindi una terra d’elezione di questo rapporto tra l’uomo e l’acqua, che per le migliaia di comunità che qui vivono da secoli, rappresentava non solo la sopravvivenza e la vita in ogni suo particolare, dal prato verde dove mangiano gli armenti, alle bianche nevi invernali sopra le zolle dei campi, ma anche il lavoro, la produzione di beni, lo sviluppo economico. L’uomo trentino per questo ha imparato a domare la forza delle mille sorgenti, incanalandole nelle fontane comunali bene comune di tutti, ma anche a muovere le pale delle fucine dei fabbri, delle seghe dei falegnami, le macine dei frantoi. L’acqua era della comunità e chi la sfruttava lo faceva grazie a rigidissime concessioni che avevano scadenze secondo norme secolari prestabilite dai consoli e dai capifuoco che vivevano nelle comunità.
L’acqua era, è sarà, se vista con questa ottica di servizio, e non di profitto, non solo la fresca acqua potabile che sgorga dalle nostre fontane e dai nostri rubinetti, ma anche l’acqua-energia, il petrolio di domani. I dibatti di questi anni sulla privatizzazione delle concessioni nella distribuzione dell’acqua corrono il rischio di svelare una sorta d’inganno legislativo, che rischia di confondere un bene comune naturale, che deve essere gestito dal giusnaturalismo la dottrina di diritto giuridico sorta nel XV secolo oggi dimenticato, con un bene artificiale, manifatturiero. Perché se oggi il Trentino non si rende conto di essere una terra energetica autonoma grazie alle centinaia di centrali idroelettriche che si trovano sul suo territorio, che tra le prime al mondo può puntare ad avere emissioni zero, puntando su un sistema integrato tra energia-idroelettrica trasporti e produzione industriale, questo paradossalmente non potrebbe essere possibile se l’acqua fosse stata privatizzata un secolo fa. Non sarebbe stato possibile espropriare valli, terreni, fiumi, e convincere le centinaia di comuni a costruire le centrali, le tubazioni, gli elettrodotti. Le privatizzazioni dei servizi dell’acqua avrebbe fatto esplodere i costi di esproprio e costruzioni di questi complessi energetici. I grandi lavori della Val di Daone non sarebbero stati possibili, se le gestioni comunali in quel tempo fossero state privatizzate. Per cui il concetto di privatizzazione si scontra decisamente con quello di bene collettivo, che alle volte supera quello particolare di una singola piccola comunità. Se Daone avesse detto no, la Edison non avrebbe mai potuto alimentare le industrie di Sesto San Giovanni che hanno avviato il boom economico degli anni Cinquanta.
La privatizzazione nel servizio della distribuzione dell’acqua appare quindi una sorta di “furberia” per scoprire, in piena crisi del modello economico liberista, un plus innaturale di rendita da indirizzare alla classe politica che sempre assetata di “liquidità”, si giustifica sull’inefficienza stessa delle agenzie municipalizzate, problema causato da chi per decenni non ha governato appositamente i beni collettivi. Per la necessaria bocciatura di questa legge, passa quindi la definitiva messa fuori gioco di una classe dirigente economicamente confusa, cresciuta alla fiera delle bolle dei mercati, pronta senza alcun pudore ad entrare nella prossima.

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Re: La fiera contro natura sull’acqua

Messaggioda albertosorvillo » 10/06/2011, 19:34

Forse solo il sangue che scorre placa la sete di potere.
Più tardi l'acqua lo laverà.
Non importa quanto sarà costoso il dominio, l'impulso ad impadronirsene è quasi impossibile da dominare.
E' sempre stato così.
Non siamo in grado di vivere in pace.
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Re: La fiera contro natura sull’acqua

Messaggioda Guido Maselli » 13/06/2011, 17:55

.....inganno legislativo, che rischia di confondere un bene comune naturale, che deve essere gestito dal giusnaturalismo la dottrina di diritto giuridico sorta nel XV secolo oggi dimenticato, con un bene artificiale, manifatturiero....
Questa è voce di perdente eresiarca della religione del “pubblico è bello”.
La premessa è che considero una fortuna l'abbandono del giusnaturalismo a favore del giuspositivismo, quindi non vedo ragione perché si debba invocare sostegno di una tesi una corrente di pensiero le cui ragioni sono tutte da dimostrare.
Se qualcosa costituisce un bene economico o meno non è determinato dalle sue qualità simboliche o da quanto sia importante per la sopravvivenza né da un presunto diritto naturale. Un bene è economico se è scarso, e quindi esiste il problema di come allocarlo. Quindi, con buona pace di chi sostiene il contrario, l'acqua è un bene economico. Non è ovviamente il solo e, per restar nell’ambito evocativo-simbolico, lo è pure il pane senza che nessuno, se non in crisi etilica, si sognerebbe di nazionalizzare le panetterie. Quanto alla distinzione fra bene "naturale" rispetto ad un un manufatto la trovo piuttosto debole: la si porta in giro con dei manufatti, altro che storie, senza questi è zero. Vogliamo dire che è come l'aria e la vogliamo gratis? Lo si dica, basta essere d'accordo, vuol dire che pagheremo con la fiscalità generale (già lo facciamo grazie all'inefficienza ed al basso costo in bolletta).
La realtà elementare è che il bene è relativamente scarso, da qui la necessità di ragionare in termini economici della sua gestione e allocazione, ciò qualunque sia il regime di proprietà dell'acqua (che non è messo in discussione dalla legge Ronchi: l'acqua resta pubblica). La domanda realistica e non evocatrice di passati irripetibili è quali obiettivi vogliamo raggiungere con questo bene e, soprattutto, come vogliamo raggiungerli.
Oggi viviamo una situazione socio-economica dalla quale non si può prescindere, il capitalismo -piaccia o no è tutt'altro che in crisi- si tratta di coniugare, nei limiti del possibile profitto con vantaggi collettivi. E' quello che bene o male, stentatamente, con mille contraddizioni è avvenuto nel mondo civile e non in quello fallimentare dell’utopia comunista o in quell’orrore di ipertrofia assistenziale della mano pubblica che ci ha condotto ad un debito da brividi.
Sugli obiettivi credo che ci sia assoluta concordanza. Non penso che si possa tollerare oltre che vi siano vasti settori della popolazione condannati alla penuria nel contempo credo che la prospettiva dell’acqua usata per ricavare profitti monopolistici non sia digeribile. I dissensi sono sul come. I referendari sembrano ultraconvinti che gli obiettivi possono essere raggiunti unicamente mantenendo non solo la proprietà pubblica dell'acqua (serve ancora ripetere non è messa in dubbio dalla legge abrogata or ora) ma anche la gestione pubblica della sua distribuzione. Sarà, ma non è affatto chiaro quali argomenti teorici e quale evidenza empirica sostengano tale posizione; in realtà s’inneggia ad un valore ideologico e, tradotto in pillole, l’argomento si trova al livello de ''il denaro è lo sterco del diavolo'', io non riesco a prendere ciò sul serio. Attendo migliori indicazioni, attendo anche che, coerentemente si faccia tabula rasa delle società pubbliche partecipate e spesso quotate che rispondono a logiche di profitto. Mi piacerebbe pure che mi si spiegasse per quale ragione i proponenti del referendum non propongono pure la nazionalizzazione immediata di tutte le panetterie. Il pane, si sa, è una risorsa essenziale (va beh ci sarebbero pure le brioches) ad equivalente valore simbolico. Come si può permettere che la sua distribuzione venga lasciata ai privati e che il capitale investito in questo settore venga remunerato?
Scusate il disturbo ma sono felice della sconfitta del nemico politico ma non mi trova allineato il merito dei due quesiti sull’acqua. Crucifige!
Giacqui con due signore: Vittoria e Sconfitta. Entrambe fingevano.
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