Gli orrori del Novecento si ripresentano?

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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda Sotto sopra » 07/09/2011, 19:38

E quelli del'Ottocento?

Il grande esule: Giuseppe Mazzini (comparso sul quotidiano "Il Trentino" (Gruppo Espresso)

Nel decennio 1861-1871 si calcola che nel meridione vi fu una sorta di guerra civile tra il Regno dei Savoia e il brigantaggio. Furono emesse leggi speciali come la legge Pica e utilizzati interi reggimenti dell’esercito a capo di Bixio e Cialdini. Le stime dei morti oscillano tra i 19.000 e i 55.000 fucilati e uccisi in scontri a fuoco con le bande dei briganti. L’unità d’Italia veniva fatta sulla pelle degli ultimi, dei più poveri, dei cafoni. Quella guerra sociale guidata con miopia dal parlamento torinese distrusse per sempre l’economia agricola e artigianale meridionale, aprendo la via dell’emigrazione. V’erano troppe morti innocenti anche tra i soldati. Le masse contadine meridionali nel moto risorgimentale e durante la conquista garibaldina non avevano giocato alcun ruolo anzi, manovrate dal clero e dalla piccola nobiltà agraria che le sfruttava, aveva finito con il mettersi di traverso, di rivoltarsi. Quell’unità non aveva portato diritti come la scuola, la previdenza, il lavoro, ma era solo un’unità militare. Furono istituiti tribunali militari ad Avellino, L’Aquila, Bari, Catanzaro, Chieti, Caserta, Campobasso, Chieti, Cosenza, Foggia, Gaeta, Potenza e Salerno. Gli stessi che ancora oggi civilmente si occupano di Ndrangheta e Camorra. Scrivono Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nella loro ricostruzione storica 1861: «Il male originario fu quello di aver trattato il sud come una terra di conquista, di aver riempito con le baionette il vuoto e l’inadeguatezza della classe politica post-unitaria e della sua dinastia regnante». Le frange più evolute cominciarono ad elaborare strategie di resistenza che sfociarono poi nella mafia che oggi si è impossessata paradossalmente di segmenti dello stato che allora la combatteva nella sua forma più arcaica. Sono film come Noi credavamo di Mario Martone o libri come Il sangue del sud di Giordano Bruno Guerri a farcelo ricordare.
Su tutta questa “cattiva” storia si erge la figura solitaria del grande cospiratore e dell’eterno esule Giuseppe Mazzini. A lui furono attribuiti tutti gli attentati alla Monarchia Sabauda, dai motti in Savoia del 1833, ai martiri di Belfiore del 1853 a Mantova, all’attentato a Umberto I di Savoia a Napoli ad opera di Cesare Battacchi del 12 novembre 1878, fino al fiancheggiamento degli “accoltellatori” di Ravenna. Dietro ogni azione violenta s’intravedeva l’ombra di Mazzini, che nel suo atteggiamento critico aveva però forse ragione. Perché a partire da quell’impostazione autoritaria del governo economico dell’unità d’Italia si può spiegare la decadenza dell’ultimo secolo, dove una mentalità “militare” alleata con quella clericale, ha cercato di dare forma ad uno stato utilizzando, non la prevenzione sociale o il diritto al lavoro e alla terra, ma la forza, l’imposizione, la coercizione e la retorica. La stessa durezza con cui fu condotta la campagna militare nella Grande Guerra dal Generale Cadorna e la successiva nefasta epoca del ventennio fascista sono, sotto questa prospettiva, i frutti di quell’impostazione indirizzata solo all’obbedienza e ala disciplina senza progresso. Una cultura punitiva che si è manifestata anche nella neonata Repubblica Italiana favorendo gli anni del terrore, prima politico e poi mafioso, fino all’ultima fuorviante e economicamente retorica fase televisiva, a cui s’è affidata la classe politica della cosiddetta “seconda repubblica”.
Di fronte a questo sfacelo forse oggi si può spiegare anche la solitudine incompresa di Giuseppe Mazzini, che intravedeva nell’Unità d’Italia sotto la guida della monarchia un pericolo al punto di correre nell’ottobre del 1860 a Napoli e a Caserta, per accusare ad alta voce Garibaldi di essersi venduto ai Savoia. Egli desiderava un governo illuminato e repubblicano del Sud e forse, sotto, sotto, anche lo stesso Cavour, che conosceva bene i limiti della casa regnante piemontese, era dalla parte di Mazzini, quando non voleva unire il Regno Sabaudo alle terre conquistate dai mille garibaldini. Quelle che sono state quindi giudicate come debolezze eversive di Mazzini, oggi alla luce della storia che rivisitiamo per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sembrano solo delle premonizioni, delle visioni profetiche sull’amaro destino di una Italia che si fosse affidata nella sua fondazione non al laicismo del modello repubblicano ma alle istituzioni del Regno e della Chiesa. Una sorta di preveggenza amara, molto simile a quella visionaria di Dante Alighieri o a quella più recente sulla ruralità perduta di Pasolini. Le amarezze infinite del lungo e tormentoso esilio di Giuseppe Mazzini, il suo intenso, ardente amor di patria, gli indugi a cui si dovette sottoporre, poterono qualche volta farlo sembrare una grande vecchio cospiratore che aveva smarrito il senso pratico del compromesso politico, ma quella sua fede nella resurrezione della patria, non venne mai meno.
Forse oggi nel pieno di quella crisi secolare che sta conducendo l’Italia alla peggior crisi economica della sua storia repubblicana, aggravata proprio da quell’azzeramento della cultura agricola e artigianale attuate dall’industrialismo feroce e dalle speculazioni immobiliari è maturato il tempo per rendere attuale il suo progetto repubblicano. Ma i fatti sembrano invece voler dividere nuovamente nord e sud, separarli ancora una volta per gli interessi machiavellici di partiti politici che sono fuori in modo grossolano fuori dalla storia. Il silenzio sdegnoso di Giuseppe Mazzini, nel suo esilio a vita, appare oggi finalmente più comprensibile.

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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda albertosorvillo » 10/09/2011, 9:41

Quelle che sono state quindi giudicate come debolezze eversive di Mazzini, oggi alla luce della storia che rivisitiamo per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sembrano solo delle premonizioni, delle visioni profetiche sull’amaro destino di una Italia che si fosse affidata nella sua fondazione non al laicismo del modello repubblicano ma alle istituzioni del Regno e della Chiesa. Una sorta di preveggenza amara, molto simile a quella visionaria di Dante Alighieri o a quella più recente sulla ruralità perduta di Pasolini. Le amarezze infinite del lungo e tormentoso esilio di Giuseppe Mazzini, il suo intenso, ardente amor di patria, gli indugi a cui si dovette sottoporre, poterono qualche volta farlo sembrare una grande vecchio cospiratore che aveva smarrito il senso pratico del compromesso politico, ma quella sua fede nella resurrezione della patria, non venne mai meno.

Il laicismo di Mazzini è un ossimoro, in lui tutto è ardente pensiero religioso.
Si rende evidente piuttosto una contraddizione interessante.
La chiesa come istituzione sarebbe il contrario del pensiero religioso, e per questa sua natura, la naturale alleata di un potere squisitamente e, (quasi) schiettamente terreno.
Insomma il Mazzzini laico sarebbe il sacerdote della "vera fede" e gli officianti di quella "profana, ma dichiarata unica e vera ", i veri demolitori della fede.
Una sorta di antipapa che si spoglia della tiara e degli altri simboli del potere per dichiarare la natura del "vero" potere "spirituale".
Un "dolciniano"? Un francescano? - non un laico.
E' così che si suggerisce di leggere Mazzini?
Il doppio inganno che lega le genti allo specchio ipnotico del dovere dovuto?
Anche autoinganno per convincersi che occorre negare l'incenso a Cesare proprio quando i fedeli della virtù sbandano?
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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda Sotto sopra » 11/09/2011, 11:09

Beh nella "questione ebraica" fa la tua stessa analisi. Rifacendosi a Touqueville disse che paradossalmente
nel mondo della libertà religiosa non si vive una sorta di nuovo misticismo, ma la fiera delle religioni, il mercato
delle religioni. Per cui sempre per Marx nella questione ebraica la vera religiosità eventualmente si sviluppa nel paese
che abolisce ogni forma di religione e i principi di uguglianza non sono affidati ad un generico volemose ben caritatevole
monopili degli ordini religiosi, ma un "dovere" dello stato.
Si proprio eretico, e come dici dolciniano, tema a me molto caro a cui ho dedicato un convegno nel 2007. Gli Atti li trovi in Claudiana.

un saluto

Marco Zulberti (alias Sotto Sopra)
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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda albertosorvillo » 16/12/2011, 16:36

Mi sono accorto adesso che mi son dimenticato di restituire il saluto.
Me ne scuso.
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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda Guido Maselli » 16/12/2011, 17:35

Rifacendosi a Tocqueville disse che paradossalmente
nel mondo della libertà religiosa non si vive una sorta di nuovo misticismo, ma la fiera delle religioni

Vero, non a caso sta crescendo la convinzione che la religione (istituzionalizzata, secolarizzata) non può fornire risposta alla domanda di senso ultimo, connaturata e ineludibile cioè alla religiosità. Da Troeltsch a Beck (con il suo dio personale) la religione diviene laica e si (ri)fa filsofia.
La modernità, lungi dall'aver soppresso la dimensione del religioso, al contrario la ripresenta polverizzata in tanti io.
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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda albertosorvillo » 17/12/2011, 9:51

http://www.corriere.it/editoriali/10_ma ... aabe.shtml

Chi concorda e chi dissente?
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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda albertosorvillo » 17/12/2011, 9:52

Un'Italia anticristiana



Sempre più di frequente il discorso pubblico delle società occidentali mostra un atteggiamento sprezzante, quando non apertamente ostile, verso il Cristianesimo. All'indifferenza e alla lontananza che fino a qualche anno fa erano la regola, a una secolarizzazione per così dire silenziosa, vanno progressivamente sostituendosi un'irrisione impaziente, un'aperta aggressività che non è più solo appannaggio di ristrette cerchie di colti, come invece avveniva un tempo. Il bersaglio vero e maggiore è nella sostanza l’idea cristiana nel suo complesso, come dicevo, ma naturalmente, non foss'altro che per ragioni numeriche e di rappresentanza simbolica, sono poi quasi sempre il cattolicesimo e la sua Chiesa a essere presi in special modo di mira. Dappertutto, ma, come è ovvio, in Italia più che altrove.

Il celibato, il maschilismo, la pedofilia, l'autoritarismo gerarchico, la manipolazione della vera figura di Gesù, l'adulterazione dei testi fondativi, la complicità nella persecuzione degli ebrei, le speculazioni finanziarie, il disprezzo verso le donne e la conseguente negazione dei loro «diritti », il sessismo antiomosessuale, il disconoscimento del desiderio di paternità e maternità, il sostegno al fascismo, l'ostilità all'uso dei preservativi e dunque l'appoggio di fatto alla diffusione dell'Aids, la diffidenza verso la scienza, il dogmatismo e perciò l'intolleranza congenita: la lista dei capi d'accusa è pressoché infinita, come si vede, e se ne assommano di vecchi, di nuovi e di nuovissimi. Ma da un po' di tempo vi si aggiunge qualcosa che contribuisce a dare a quelle imputazioni un peso e un senso diversi, un impatto più largo e distruttivo, finendo per unirle tutte nel segno di un attacco solo complessivo. Questo qualcosa è un radicalismo enfatico nutrito d'acrimonia; è, insieme, una contestazione sul terreno dei principi, un chiedere conto dal tono oltraggiato e perentorio che dà tutta l'idea di voler preludere a una storica resa dei conti. Ciò che più colpisce, infatti, della situazione odierna — e non solo immagino chi è credente ma pure, e forse più, chi come il sottoscritto non lo è—è soprattutto l'ovvietà ideologico-culturale della posizione anticristiana, la sua facile diffusione, oramai, anche in ambienti e strati sociali non particolarmente colti ma «medi», anche «popolari». Ai preti, alla Chiesa, alla vicenda cristiana non viene più perdonato da nessuno più nulla. Si direbbe — esagero certo, ma appena un poco — che ormai nelle nostre società, a cominciare dall'Italia, lo stesso senso comune della maggioranza stia diventando di fatto anticristiano. Anche se esso preferisce perlopiù nascondersi dietro la polemica contro le «colpe» o i «ritardi» della Chiesa cattolica.

Tra i tanti e assai complessi motivi che stanno dietro questa grande trasformazione dello spirito pubblico del Paese ne cito tre che mi paiono particolarmente significativi.

Al primo posto l'ingenuità modernista, l'illuminismo divenuto chiacchiera da bar. Ci piace pensarci compiutamente moderni, e modernità sembra voler dire che gli unici limiti legittimi siano quelli che ci poniamo noi stessi.

Le vecchie autorità sono tutte morte e al loro posto ha diritto di sedere solo la Scienza. Siamo capaci di amministrarci finalmente da soli, non c'è bisogno d'alcuna trascendenza che c'insegni dov'è il bene e dov'è il male. Che cosa c'entrano dunque la religione con i suoi comandamenti, i preti con i loro divieti? Accade così che ogni cosa che getta ombra sull' una o sugli altri ci appaia allora come la rassicurante conferma della nostra superiorità: alla fin fine siamo migliori di chi pure vorrebbe farci continuamente la lezione.

E poi — ecco un secondo motivo — la Chiesa e tutto ciò che la riguarda (religione inclusa) ricadono nella condanna liquidatoria del passato, di qualsiasi passato, che in Italia si manifesta con un'ampiezza che non ha eguali. Il che significa non solo che tutto ciò che è antico, che sta in una tradizione, è perciò stesso sempre più sentito come lontano ed estraneo (unica eccezione l'eno-gastronomia: l'ideologia dello slow food è la sola tradizione in cui gli italiani di oggi si riconoscono realmente), ma significa anche, questa messa in mora del passato, che il pensare in termini storici sta ormai diventando una rarità. Sempre più diffusi, invece, l'ignoranza della storia, dei contenuti reali delle questioni, e l'antistoricismo, l'applicazione dei criteri di oggi ai fatti di ieri: da cui la ridicola condanna di tutte le malefatte, le uccisioni e le incomprensioni addebitabili al Cristianesimo, a maggior gloria di un eticismo presuntuoso che pensa di avere l'ultima parola su tutto.

E da ultimo il cinismo della secolare antropologia italiana, e cioè il fondo limaccioso che si agita al di sotto dell'appena sopraggiunta ingenuità modernista. Il cinismo che sa come va il mondo e dunque non se la beve; che appena sente predicare il bene sospetta subito il male; che ha il piacere dello sporco, del proclamarne l'ubiquità e la forza. Quel feroce tratto nazionale che per principio non può credere in alcuna cosa che cerchi la luce, che miri oltre e tenga lo sguardo rivolto in alto, perché ha sempre bisogno di abbassare tutto alla sua bassezza.
Corriere della Sera
Ernesto Galli Della Loggia
21 marzo 2010
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Visto che non funziona il link posto l'articolo sperando di non far cosa vietata
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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda ferruccio levi » 17/12/2011, 11:44

Francamente non ho capito dove vuole arrivare l'articolo.

Dopo aver citato la lista quasi infinita di capi d'accusa, c'è bisogno di lamentarsi del fatto che se ne sta aggiungendo qualcuno più strisciante ?
Per me basta e avanza la lista precedente.

Ma come il solito, il problema non è costituito dalla chiesa, ma da quelli che vogliono considerare leggi i suoi dettati; così come il problema non era in berlusconi, ma in quelli che l'hanno votato.
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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda albertosorvillo » 17/12/2011, 12:12

ma significa anche, questa messa in mora del passato, che il pensare in termini storici sta ormai diventando una rarità.

Il pensare in termini storici non è forse una peculiarità del cristianesimo?
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Re: Gli orrori del Novecento si ripresentano?

Messaggioda Guido Maselli » 17/12/2011, 15:09

Titolo falso: Italia non anti-cristiana ma anti-clericale (ammesso che sia vero e non sovradimensionato), come è falso per me sostenere che sia in atto un’ostilità bellicosa nei confronti del cristianesimo, né vale la deduzione logica che ci si accanisce contro l’istituzione in quanto espressione storica di una visione sbagliata.
Al contrario penso che l’anticlericalismo sia frutto del tradimento del messaggio cristiano, ma mica da oggi.
Vale tanto per i credenti (ce ne sono eccome) come per chi non lo è e osserva il fenomeno dall’esterno.
Inoltre la sua analisi appare vagamente datata (siamo nel post-modernismo ma non se n’è accorto).
L’onnipotenza della scienza è solo un mito che la scienza stessa ha sconfessato, nessun pensatore degno ci crede più.
Certo è vero che la sopravvivenza del culturalmente sorpassato sussiste e resiste e che la società marcia più lentamente (quale che sia la direzione) delle sue avanguardie. Ma è altrettanto vero che anche quel comportamento schizoide che stigmatizza è quanto di più distante dai dettami del pensiero scientifico largamente ignorati com’è ignorato il suo contenuto, il sapere.
Né credo che una “liquidazione del passato” sia in atto, al contrario assistiamo a un’iperproduzione d’identità (finzioni, nel senso etimologico della parola come lo sono quelle collaudate nei secoli) alla ricerca di radici nel passato e i cui esiti nefasti sono sotto gli occhi di tutti.
Insomma un’invettiva un po’ scalcagnata, a mio avviso, cui l’unico omaggio di verità tributabile è quello di aver colto gli eccessi di tono.
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