E quelli del'Ottocento?
Il grande esule: Giuseppe Mazzini (comparso sul quotidiano "Il Trentino" (Gruppo Espresso)
Nel decennio 1861-1871 si calcola che nel meridione vi fu una sorta di guerra civile tra il Regno dei Savoia e il brigantaggio. Furono emesse leggi speciali come la legge Pica e utilizzati interi reggimenti dell’esercito a capo di Bixio e Cialdini. Le stime dei morti oscillano tra i 19.000 e i 55.000 fucilati e uccisi in scontri a fuoco con le bande dei briganti. L’unità d’Italia veniva fatta sulla pelle degli ultimi, dei più poveri, dei cafoni. Quella guerra sociale guidata con miopia dal parlamento torinese distrusse per sempre l’economia agricola e artigianale meridionale, aprendo la via dell’emigrazione. V’erano troppe morti innocenti anche tra i soldati. Le masse contadine meridionali nel moto risorgimentale e durante la conquista garibaldina non avevano giocato alcun ruolo anzi, manovrate dal clero e dalla piccola nobiltà agraria che le sfruttava, aveva finito con il mettersi di traverso, di rivoltarsi. Quell’unità non aveva portato diritti come la scuola, la previdenza, il lavoro, ma era solo un’unità militare. Furono istituiti tribunali militari ad Avellino, L’Aquila, Bari, Catanzaro, Chieti, Caserta, Campobasso, Chieti, Cosenza, Foggia, Gaeta, Potenza e Salerno. Gli stessi che ancora oggi civilmente si occupano di Ndrangheta e Camorra. Scrivono Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nella loro ricostruzione storica 1861: «Il male originario fu quello di aver trattato il sud come una terra di conquista, di aver riempito con le baionette il vuoto e l’inadeguatezza della classe politica post-unitaria e della sua dinastia regnante». Le frange più evolute cominciarono ad elaborare strategie di resistenza che sfociarono poi nella mafia che oggi si è impossessata paradossalmente di segmenti dello stato che allora la combatteva nella sua forma più arcaica. Sono film come Noi credavamo di Mario Martone o libri come Il sangue del sud di Giordano Bruno Guerri a farcelo ricordare.
Su tutta questa “cattiva” storia si erge la figura solitaria del grande cospiratore e dell’eterno esule Giuseppe Mazzini. A lui furono attribuiti tutti gli attentati alla Monarchia Sabauda, dai motti in Savoia del 1833, ai martiri di Belfiore del 1853 a Mantova, all’attentato a Umberto I di Savoia a Napoli ad opera di Cesare Battacchi del 12 novembre 1878, fino al fiancheggiamento degli “accoltellatori” di Ravenna. Dietro ogni azione violenta s’intravedeva l’ombra di Mazzini, che nel suo atteggiamento critico aveva però forse ragione. Perché a partire da quell’impostazione autoritaria del governo economico dell’unità d’Italia si può spiegare la decadenza dell’ultimo secolo, dove una mentalità “militare” alleata con quella clericale, ha cercato di dare forma ad uno stato utilizzando, non la prevenzione sociale o il diritto al lavoro e alla terra, ma la forza, l’imposizione, la coercizione e la retorica. La stessa durezza con cui fu condotta la campagna militare nella Grande Guerra dal Generale Cadorna e la successiva nefasta epoca del ventennio fascista sono, sotto questa prospettiva, i frutti di quell’impostazione indirizzata solo all’obbedienza e ala disciplina senza progresso. Una cultura punitiva che si è manifestata anche nella neonata Repubblica Italiana favorendo gli anni del terrore, prima politico e poi mafioso, fino all’ultima fuorviante e economicamente retorica fase televisiva, a cui s’è affidata la classe politica della cosiddetta “seconda repubblica”.
Di fronte a questo sfacelo forse oggi si può spiegare anche la solitudine incompresa di Giuseppe Mazzini, che intravedeva nell’Unità d’Italia sotto la guida della monarchia un pericolo al punto di correre nell’ottobre del 1860 a Napoli e a Caserta, per accusare ad alta voce Garibaldi di essersi venduto ai Savoia. Egli desiderava un governo illuminato e repubblicano del Sud e forse, sotto, sotto, anche lo stesso Cavour, che conosceva bene i limiti della casa regnante piemontese, era dalla parte di Mazzini, quando non voleva unire il Regno Sabaudo alle terre conquistate dai mille garibaldini. Quelle che sono state quindi giudicate come debolezze eversive di Mazzini, oggi alla luce della storia che rivisitiamo per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sembrano solo delle premonizioni, delle visioni profetiche sull’amaro destino di una Italia che si fosse affidata nella sua fondazione non al laicismo del modello repubblicano ma alle istituzioni del Regno e della Chiesa. Una sorta di preveggenza amara, molto simile a quella visionaria di Dante Alighieri o a quella più recente sulla ruralità perduta di Pasolini. Le amarezze infinite del lungo e tormentoso esilio di Giuseppe Mazzini, il suo intenso, ardente amor di patria, gli indugi a cui si dovette sottoporre, poterono qualche volta farlo sembrare una grande vecchio cospiratore che aveva smarrito il senso pratico del compromesso politico, ma quella sua fede nella resurrezione della patria, non venne mai meno.
Forse oggi nel pieno di quella crisi secolare che sta conducendo l’Italia alla peggior crisi economica della sua storia repubblicana, aggravata proprio da quell’azzeramento della cultura agricola e artigianale attuate dall’industrialismo feroce e dalle speculazioni immobiliari è maturato il tempo per rendere attuale il suo progetto repubblicano. Ma i fatti sembrano invece voler dividere nuovamente nord e sud, separarli ancora una volta per gli interessi machiavellici di partiti politici che sono fuori in modo grossolano fuori dalla storia. Il silenzio sdegnoso di Giuseppe Mazzini, nel suo esilio a vita, appare oggi finalmente più comprensibile.
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