Il/La Presidente che vorrei/Dovrebbe concepire la propria elezione come un onere  

Il/La Presidente che vorrei/Dovrebbe concepire la propria elezione come un onere   

In una poesia di Piero Jahier, dal titolo “Autoritratto”, si leggono questi versi: “Non manca il coraggio di andare avanti: / manca il coraggio di andare indietro /ritornare dove deviato: /per avanzare davvero”.

Prima ancora di disegnare un profilo ideale del/la Presidente auspicherei una diversa procedura per la sua elezione. Nessun Presidente è stato eletto senza tensioni e accordi tra i parlamentari, come è normale che sia dato il pluralismo di orientamenti che si rispecchia nella rappresentanza politica. Ma il gioco è scaduto a contrattazioni, manovre, astuzie non tanto per riuscire a eleggere il candidato prescelto, quanto per posizionarsi in vista di alleanze ed equilibri elettorali e di governo. Il tutto coronato dall’avanzamento, strumentale o reale che sia, di una candidatura talmente al di sotto della decenza da non aver bisogno di critiche articolate.

Vi sono peccati di origine remota e prossima, al riguardo. Come dimenticare lo sconcio dei “franchi tiratori” che impedirono l’elezione di Romano Prodi, poco prima sollecitato ad accettare la candidatura? Che poi sia stato eletto un uomo della levatura e integrità di Sergio Mattarella è stato un esito fortunato di una manovra indegna, per la quale nessuno ha pagato pegno.
Con una disinvoltura sgomentante si parla di seconda, terza e magari quarta repubblica (in base a quali mutamenti costituzionali?), di ipotesi di un “presidenzialismo di fatto”, in spregio al dettame della Costituzione, che sembra prima ancora che violata, semplicemente ignorata.

Molto è stato concesso nel linguaggio e nella prassi a tale oltrepassamento del dettame costituzionale: si pensi solo, come esempi, all’uso di definire Governatore i Presidenti delle Regioni; alla tolleranza per modalità palesi o surrettizie per indicare nelle schede elettorali il nome di un Presidente del Consiglio, al balletto di leggi elettorali approvate o disegnate solo per la provvisoria convenienza elettorale del gruppo che aveva o riteneva che avrebbe avuto la maggioranza; ai tentativi di imporre un controllo de facto governativo alla magistratura; alla disinvoltura di continui cambiamenti di gruppo politico da parte di deputati e senatori, con un uso distorto e distorcente della libertà di chi viene eletto “senza vincolo di mandato”; a chi ha osato chiedere per sé “pieni poteri” (quali?) ecc. Il linguaggio non solo rispecchia, ma certifica a livello simbolico e rilancia l’avallo di uno scostamento dalla linearità e trasparenza di una vita democratica basata sulla separazione dei poteri, sulla cittadinanza attiva, su un rapporto corretto tra elettori ed eletti.

Non mancano, anche se non abbondano, parlamentari che hanno chiara in mente la loro funzione di rappresentanti della sovranità del popolo, coscienti della dignità e funzione del Parlamento e per i quali la Costituzione non è un mero testo, per di più obsoleto, ma un vivo stimolo e criterio di giudizio dell’azione, consapevoli della necessità di una sua più piena e sempre rinnovata attuazione.

Il /La Presidente della Repubblica desiderabile dovrebbe esser per primo sensibile a tali degenerazioni del costume politico, parlamentare e civile, e non solo ripromettersi, nei limiti delle proprie funzioni, di contrastarle in futuro, ma poter esibire un passato immune da tali scadimenti e deviazioni. Può certo aver esercitato ogni tipo di attività, ma sarebbe preferibile che provenisse non da professioni private, ma da un servizio in istituzioni, e ancor più opportuno che avesse alle spalle una vita parlamentare, dovendo impegnarsi per rilanciare la centralità del parlamento e favorirne un funzionamento corretto.

L’elezione avviene in un Paese che patisce le conseguenze sanitarie, sociali, economiche, politiche e lato sensu anche morali della pandemia; nel quale alcuni fomentano divisioni sotto il pretesto della opposizione alla vaccinazione; in cui il rigurgito di spinte fasciste, fascistoidi così come antisemite non va sottovalutato; in un contesto internazionale turbolento e segnato da tensioni pericolosissime tra i blocchi, da guerre e da dittature feroci; mentre è in corso un drammatico movimento epocale di migrazione dei popoli poveri che sembra ancora incompreso nella sua portata; in presenza di spinte nazionaliste, sovraniste che attraversano l’Europa; in un mondo in cui la pandemia ha acuito o fatto emergere l’abisso tra la ricchezza concentrata in alcune parti privilegiate e la povertà e miseria in cui versa la maggioranza degli esseri umani; in una situazione in cui il pianeta è minacciato nella propria sopravvivenza; mentre è in crescita l’apertura della forbice tra ricchi e poveri, in misura inaccettabile; in cui vi è ancora una forte discriminazione in base al sesso e una impressionante violenza contro le donne; in un Paese in cui la criminalità organizzata è un cancro diffuso e soffocante; in cui lo squilibrio tra Nord e Sud si aggrava e, infine, in cui la vita politica ha conosciuto una doppia e connessa degenerazione: lo sgretolarsi della funzione dei partiti di raccogliere, far maturare e rappresentare i diversi orientamenti e legittimi interessi, da un lato, e, dall’altro, la personalizzazione estrema della vita politica, con l’acquiescenza della pubblica opinione, sempre più indirizzata a confidare nelle capacità di un singolo “uomo forte” (purtroppo qui non è il caso di usare il parallelo al femminile).

Vorremmo un/a Presidente che abbia dolorosa coscienza di tutto questo, che se ne faccia carico morale a nome del Paese; che dimostri con la propria vita un’etica personale e pubblica che lo renda degno/a di interloquire e spendersi sul piano nazionale e internazionale; convinto che la nostra Costituzione – la più bella del mondo – contenga le indicazioni di fondo per interagire positivamente con tutti i problemi summenzionati. Un/a Presidente che non concepisca la propria elezione come un ambito riconoscimento, bensì certo come un grande onore, ma un più grande onere. Una persona che non pensi in “io”, ma pensi in “noi”. Capace di sostenere moralmente le pacifiche lotte per il riconoscimento dei diritti ancora negati. Capace di mediazioni non al ribasso, ma in avanti, di stimolare il meglio negli attori politici, innanzitutto con l’esempio, oltre a stigmatizzare le deviazioni.

Che non metta in luce sé stesso/a, che sia capace di sobrietà, che al concetto di successo preferisca quello di servizio, e che invece dia voce a chi non ne ha, che non distolga lo sguardo da chi cade fuori dalle tutele e dai diritti. Un uomo o una donna capaci di visione prospettiva e innovativa, ma non schiavi della idolatria del nuovo in quanto tale; che, consapevoli dell’esito esiziale della sua perdita, coltivino la memoria storica delle basi morali della nostra Repubblica nata dalla Resistenza, e di un modo più alto e migliore di concepire e praticare la politica. Un/a Presidente autorevole, vale a dire capace di augere, di far crescere il bene comune e di elevare la coscienza collettiva.

Il compianto Davide Sassoli sarebbe stato un eccellente Presidente. Ma non sarebbe stato eletto e probabilmente neppure preso in considerazione seria. Non resta che augurarsi che altri candidati/e altrettanto degni non debbano essere riconosciuti solo post-mortem e l’Italia non venga privata del loro servizio.

*Maria Cristina Bartolomei insegna Filosofia morale presso L’Università degli studi di Milano

1 commento

  • È una disamina dotta e completa ma non sono d’accordo sulla santificazione di Prodi e Sassoli. Purtroppo chi avrebbe tutti i requisiti elencati, oggi, non venendo a compromessi non sarebbe eletto.

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