Il Presidente che vorrei/Un fattore di equilibrio

Il Presidente che vorrei/Un fattore di equilibrio

Nel dibattito su formule, equilibri e possibili nomi in vista dell’ormai imminente elezione del/la Presidente della Repubblica, rischia di rimanere sullo sfondo la riflessione sul profilo dell’alta carica, così come restituito dalla Costituzione.

È proprio la Costituzione, infatti, a indicare – con saggezza e ampia visione di futuro – quali debbano essere le caratteristiche del/la Presidente. Da qui bisogna partire, intrecciando quel che la Costituzione prefigura con questo tempo e le sfide del tutto peculiari che esso pone sul piano della costruzione di percorsi di coesione sociale, a partire dal rispetto delle differenti visioni del mondo e della vita che animano le società complesse.

L’unità nazionale di cui parla l’articolo 87 (e che il/la Presidente è chiamato a “rappresentare”) non è infatti soltanto, come evidente, l’unità territoriale della Repubblica. Ma nemmeno è l’unità di un corpo massiccio, inerte, necessariamente omogeneo. Piuttosto, tale espressione rinvia alla coesione della comunità repubblicana, a partire dalla convivenza tra diverse visioni del mondo e della vita, tra diverse identità, tra diverse fedi politiche, tra maggioranze e minoranze: un corpo che dunque è vivo, mobile, attraversato da conflitti, capace di dialogo e relazioni, la cui unità è compito, e non dato di partenza.

Come il Presidente Mattarella ha ricordato nel suo ultimo discorso di fine anno, si tratta di unità istituzionale e morale al tempo stesso, la quale si basa sul rispetto dei diritti inviolabili (articolo 2 Cost.) e sulla costruzione e sulla promozione dell’uguaglianza materiale; ed è alimentata dalla “coscienza del legame, essenziale in democrazia, che esiste tra istituzioni e società”.

Essa si fonda e si organizza, in una parola, attorno alla Costituzione stessa che, come ricordava Aldo Moro in Assemblea costituente, è la “formula di convivenza” della comunità repubblicana. E si costruisce anche nella prospettiva di una apertura – ormai irrinunciabile – alla corresponsabilità nella costruzione di una Europa “unita nelle diversità”.

Rappresentanza dell’unità nazionale e garanzia della Costituzione appaiono così inscindibilmente legate, e da ciò discendono una serie di conseguenze sul piano della disciplina costituzionale della Presidenza della Repubblica. Dalle modalità di elezione, al modo in cui il Presidente si rapporta con i poteri dello Stato e il sistema delle autonomie territoriali, fino al modo con cui – nella prassi – la Presidenza della Repubblica ha visto mutare l’intensità delle proprie funzioni in relazione alla maggiore o minore stabilità del sistema politico, non viene mai meno la consapevolezza che, su tutto, la Presidenza resta il luogo istituzionale in cui la comunità repubblicana – tutta intera, maggioranze e minoranze – può rispecchiarsi, sentendosene garantita.

Di nuovo, è il Presidente Mattarella, nell’ultimo discorso di fine anno, ad averlo chiarito in modo molto efficace quando ha affermato: “Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno”.

Di tutto questo, la Repubblica ha particolare bisogno. A maggior ragione in questo tempo, in cui la costruzione di coesione è messa a rischio dall’emersione di disuguaglianze sempre più marcate, ulteriormente esasperata dall’emergenza sanitaria. Ma anche dalla crisi delle forme e degli strumenti di riconoscimento, che si traduce nella sovrarappresentazione e, soprattutto, nell’uso difensivo delle identità – tipico, ad esempio, del populismo sovranista e nativista – brandito come fattore di esclusione, che rifiuta spazi di dialogo, mutuo arricchimento e, appunto, convivenza tra diverse soggettività. Ed è per questo che ho deciso di concentrare la mia riflessione su quella che potrebbe essere definita la funzione “integrativa” della Presidenza. La Presidenza, cioè, come fattore di equilibrio, nella garanzia della convivenza tra diversi.

L’auspicio allora è che il prossimo – o la prossima – Presidente della Repubblica si mantenga saldamente nel solco tracciato dalla Costituzione, favorendo percorsi di mutuo riconoscimento che rafforzino l’unità a partire dalle differenze. Queste non devono essere ignorate né cancellate ma valorizzate, rendendole fattori di relazione. Perché è proprio la garanzia della convivenza tra diverse visioni del mondo e della vita a sostenere ed arricchire l’unità di una Repubblica che sappia guardare con fiducia all’Europa e al suo futuro.

*L’autore insegna Diritto pubblico comparato all’Università “La Sapienza” di Roma

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