Sciopero generale e sindacati: occorre voltare pagina

Sciopero generale e sindacati: occorre voltare pagina

Allora, lo sciopero generale è riuscito? Sì, dicono alcuni pochi, no tutti gli altri. “Numericamente non è riuscito, ma è comunque stato un successo politico per la Cgil”, che così si sarebbe messa alla testa dell’opposizione al governo Draghi, sostengono i più scaltri politicamente.

Al suo annuncio, alcuni commentatori si dichiaravano entusiasti del ritorno del conflitto sociale, che se c’è è sbagliato imporre di lasciare sommerso. Pretendere la rinuncia allo sciopero in nome dell’unità del Paese di fronte alla pandemia sarebbe stato arbitrario ed esagerato: lo sciopero è un diritto garantito dalla nostra Costituzione, perciò – sono corsi a rassicurare i giuristi improvvisati – sempre legittimo.

Lo sciopero generale è uno strano atto, al quale – per concorde dottrina – le organizzazioni sindacali dovrebbe ricorrere in casi estremi. In questo caso, colpiscono la lunga durata delle cause dei motivi di scontento e la piccola entità delle richieste, che riguardavano la materia fiscale, e anche il fatto che esse non erano parte di una trattativa.

Naturalmente in un vero sciopero, la contro-parte sono le direzioni aziendali, o, se vogliamo usare un termine più spiccio, i padroni. Si ha l’impressione che molta gente non vecchissima neppure ricordi e concepisca il vecchio tipo di sciopero, il cui scopo era di forzare la mano dei padroni nel corso di una trattativa contrattuale. Questo si otteneva infliggendo perdite ai proprietari, o azionisti, o capitalisti.

Nell’attuale visione popolare, tutti si sono dimenticati della contro-parte padronale, e uno sciopero ha una contro-parte pubblica, qualche organo dello Stato. E’ una manifestazione di protesta e di pressione politica rivolta di solito al governo. Anche qui bisogna però distinguere il tipo di governi e di politica sociale e sindacale.

Vi fu un tempo il consociativismo corporativo, in cui era ammesso che i sindacati e il maggiore partito di opposizione, il Pci, avessero una loro voce riconosciuta nelle politiche sociali. Allora infatti si distingueva tra rappresentanza politica e sociale, sostenendo che i lavoratori avessero bisogno di entrambe. Una “rappresentanza sociale” non da svolgersi nei confronti del padronato – nel qual caso l’espressione sarebbe stata ovvia e innocua – ma nell’arena politica.

Tuttavia, quell’epoca, che si stava esaurendo anche prima di Renzi, venne decisamente troncata da Renzi. Delle rivendicazioni economiche e sociali delle masse popolari, ad esempio evitare un aumento nell’età pensionistica nonostante i due fenomeni indipendenti ma concomitanti dell’aumento dell’età media e dell’invecchiamento della popolazione, e svariati tipi di condoni fiscali, urbanistici, ambientali, si occuparono con successo i nuovi gruppi politici, il Movimento 5* e la Lega. E i sindacati?

Ora, i capi sindacali erano da Draghi per esporre i loro pareri e richieste, ma non nell’ambito di una trattativa. Draghi non promise mai a Landini che avrebbe fatto come Landini chiedeva. Landini è sembrato esasperato e ha reagito con tutta la vivacità che ha potuto. Ma per qualche ragione i nostri sindacati attuali sembrano…fuori posto. Pare non esserci più materia per trattare, né con le imprese, né con il governo. Ma se non tratta con qualcuno il Sindacato si estingue. Verrebbe da sospettare che lo sciopero generale sia stato indetto come parte di un crisi di identità del Sindacato. Come mai?

Si possono fare almeno due ipotesi. La prima è che, nonostante le apparenze, i sindacati servono per fare contratti di lavoro e naturalmente ottenere dalle contro-parti il massimo per i loro iscritti. Pronti a scoprire gli aumenti di produttività ovunque si presentino. Senza questo ruolo, alla lunga perdono il loro seguito. Ma purtroppo in Italia non ci sono più padroni, le vere contro-parti. Infatti non ci sono più grandi imprese, quelle con cui poteva essere profittevole e gratificante ingaggiare una battaglia. Con una struttura industriale polverizzata come quella attuale, l’attività sindacale propria diventa più difficile, anche se forse essenziale per i lavoratori, per il Sindacato e per il Paese. Scioperare alla cieca contro le piccole imprese può dare dei pessimi risultati. La seconda ipotesi, che è stata suggerita da Dario di Vico, è che la maggioranza dei problemi politici e sociali che il Paese deve affrontare non hanno al loro centro i rapporti di lavoro.

Ad esempio, Landini era indispettito per la perdita di alcune briciole, ma è un fatto che il Paese ha bisogno di una seria riforma fiscale, e Draghi data la composizione del suo governo non è politicamente in grado di farsene carico. La politica energetica, la politica ambientale, la politica dell’immigrazione sono questioni non prive di riflessi anche per i rapporti di lavoro, ma non sono centrate lì. Richiedono un paziente lavoro di informazione e formazione degli elettori, della cittadinanza. Dunque, è la Sinistra politica che ha o potrebbe avere un ruolo trainane. Al quale potrebbe unirsi un Sindacato che avesse saputo ritrovare una sua strada.

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