La desertificazione dell’Ovest americano

La desertificazione dell’Ovest americano

Ondate di calore da record, mega-incendi e rapido declino del flusso dei fiumi rischiano di metter fine al sogno californiano per parecchio tempo

Milioni di turisti da tutto il mondo visitano ogni anno il Grand Canyon ma nessuno di loro sa che il fiume in fondo all’abisso, il Colorado, oggi è poco più di un modesto corso d’acqua fangoso e giallastro, che non arriva nemmeno al mare. Proprio così: l’ultima volta che il Colorado è sfociato nell’Oceano Pacifico, in Messico, è stato nel 1998, da allora il tratto che sta a valle della diga di Morelos è asciutto. Una delle ragioni è che da vent’anni la California e gli altri stati dell’Ovest attraversati dal fiume sono colpiti dalla siccità e quest’anno da quella che è stata definita una “megasiccità”, termine inventato recentemente perché “siccità estrema” non era più sufficiente a descrivere la situazione.

L’altra ragione, però, è il fatto che il Colorado è stato sbarrato da decine e decine di dighe per fornire acqua dolce a Wyoming, Nevada, Utah, California, Arizona e Messico. Di queste, la più importante è la Hoover Dam, una delle infrastrutture più importanti costruite dal New Deal di Franklin Roosevelt negli anni Trenta. Il bacino formato dalla diga, Lake Mead, è un gigantesco specchio d’acqua di 640 chilometri quadrati, da cui dipendono 20 milioni di persone (Las Vegas, con i suoi 650.000 abitanti e i suoi milioni di turisti è a meno di 40 chilometri). Il problema è che il bacino non è pieno dal 1983, quasi 40 anni fa. Già nel 2000 era iniziato un declino costante causato dalla siccità epocale e adesso il livello dell’acqua è ad appena il 35% della sua capacità.

Malgrado le stravaganze di Las Vegas con le sue fontane e i suoi hotel costruiti a somiglianza di Firenze e Venezia, con tanto di gondole e gondolieri, la crisi idrica non è colpa delle città: il 70% dell’acqua va all’agricoltura. Un recente documentario dello Wall Street Journal mostra i campi aridi, le piante secche e il panorama di desolazione di molte zone della California, che fornisce il 25% della frutta e verdura consumata dai 340 milioni di americani che abitano fra il Canada e il Messico, oltre che i vini della Napa Valley e le mandorle che si trovano nei nostri supermercati. Ma per far crescere pomodori, insalata e, soprattutto, piante che richiedono molta acqua, come il riso o l’alfaalfa, occorrono risorse idriche enormi.

Da anni gli esperti dell’Ovest americano avevano previsto che, senza riduzioni sostanziali nell’uso eccessivo dell’acqua, il fiume Colorado non sarebbe più stato in grado di sostenere tutti i 40 milioni di persone che dipendono da lui. Negli ultimi vent’anni, gli stati del Southwest hanno fatto piccoli passi per risparmiare acqua e firmato accordi per condividere ciò che era rimasto. Ma tutti credevano che il crack fosse ancora lontano.

Invece, il cambiamento climatico globale ha accelerato tutti i processi, facendo del 2021 l’anno delle ondate di calore da record e dei mega-incendi senza fine, oltre che del rapido declino del flusso dei fiumi. Quest’anno, anche se il manto nevoso sulle Montagne Rocciose era a livelli quasi normali, il terreno arido e le piante colpite dal caldo intenso hanno assorbito gran parte dell’acqua, e il flusso del Colorado è diminuito di quasi il 20%.

Per questo, all’inizio di luglio, il governo federale ha dichiarato per la prima volta lo stato di emergenza sul fiume Colorado, una dichiarazione che implica la riduzione delle forniture d’acqua a specifici stati, iniziando con il brusco taglio di quasi un quinto dei rifornimenti all’Arizona e tagli più modesti per il Nevada e il Messico, con ulteriori negoziati in futuro.

I negoziati si svolgono all’interno dell’accordo multistatale che regola l’uso del Colorado, un accordo che risale esattamente a un secolo fa: fu firmato nel 1922. Le previsioni erano ottimistiche e gli stati si accordarono per dividersi una quantità stimata d’acqua che nel tempo si è rivelata essere molto maggiore di quella che effettivamente scorre. Tuttavia, con la costruzione della Hoover Dam per raccogliere e immagazzinare l’acqua del fiume, e lo sviluppo del sistema idraulico di canali e condutture del Colorado per trasportarla, l’Ovest americano ha potuto adottare fino a oggi un modello di sviluppo ridicolmente insostenibile, in particolare a causa degli sprechi in agricoltura. La maggior parte dell’acqua usata dalle fattorie va colture non essenziali come l’erba medica e altre erbe che alimentano il bestiame per la produzione di carne. Molto di questo fieno viene addirittura esportato per nutrire gli animali in Medio Oriente e in Asia.

Quel che è certo è che gli americani non sembrano in grado di rinunciare al loro hamburger quotidiano e ai barbecue carnivori della domenica: negli ultimi anni il consumo di carne è costantemente aumentato, fino a raggiungere i 120 chili l’anno pro capite (compresi i vegetariani, i neonati e gli anziani che mangiano solo semolino). I dati sull’uso dell’acqua suggeriscono che se solo gli americani rinunciassero alla carne un giorno alla settimana potrebbero risparmiare una quantità d’acqua equivalente all’intero flusso del Colorado di un anno.

In sostanza, la California ha un clima semidesertico, o decisamente desertico, come negli immensi spazi di Sonora (quattro quinti dell’Italia) e Mojave. Senza l’acqua del Colorado lo stato non avrebbe potuto far crescere niente, tranne in piccole zone con una pluviosità adeguata. Se è riuscita in qualche modo a cavarsela fino a oggi è grazie all’acqua che viene dagli acquedotti e dalle tubazioni costruite in un secolo per irrigare le sue valli. Oggi la siccità, le ondate di calore estremo e gli incendi che solo quest’anno hanno distrutto migliaia di chilometri quadrati di bosco rischiano di metter fine al sogno californiano per parecchio tempo.

www.micromega.net, 1 settembre 2021

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