Lo scandalo di un rettore, essere antifascista: il caso Montanari

28 Ago 2021

Francesco Pallante

Sono tristi i tempi in cui l’evidenza è incessantemente contraffatta.

Tomaso Montanari viene duramente attaccato per aver semplicemente ribadito l’evidenza: non solo che il fascismo non è un’opinione, è un reato, ma anche che non ci sono altri eventi fondativi della nostra Repubblica al di fuori dell’antifascismo.

La tristezza ormai non basta più. Il tempo in cui quella stessa libertà di parola – che si invoca a garanzia di coloro che ammiccano al fascismo – viene contestata a coloro che ricordano il valore universale dell’antifascismo non è più soltanto triste, diventa soprattutto minaccioso.

A Tomaso Montanari va tutta la solidarietà di Libertà e Giustizia, con l’impegno di non lasciarlo solo in questa urgente opera pubblica: ripristinare le evidenze perdute per salvare la nostra Repubblica antifascista.

Un attacco forsennato e scomposto si sta abbattendo in queste ore su Tomaso Montanari per mano delle tante destre, più o meno ripulite, che popolano il nostro Paese.

La sua colpa? Aver denunciato, in un articolo sul Fatto Quotidiano del 23 agosto scorso, il montante clima di revisionismo di matrice neofascista che, in spregio alla Costituzione repubblicana, sta facendo venir meno, una a una, le fondamenta resistenziali dell’Italia nata dalla lotta contro il nazifascismo.

Il continuum è impressionante. Il caso Duringon – il sottosegretario leghista che vorrebbe rinverdire le radici fasciste di Latina celebrandone il legame con la famiglia del duce – era, fino a ieri, l’ultimo. Oggi è già sopravvenuto lo scandalo del deputato di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, invitato alla festa nazionale del Partito democratico nonostante i suoi trascorsi fotografici in divisa da nazista. E sul domani incombe la minaccia di una postfascista a Palazzo Chigi.

Se, poi, volgiamo lo sguardo all’indietro, ecco dipanarsi un elenco lunghissimo: un vero e proprio stillicidio volto alla progressiva normalizzazione del fascismo, che giustamente Montanari fa risalire alla perniciosa retorica sui «ragazzi di Salò» e alla menzogna assolutoria per la quale «i morti sono tutti uguali».

La cosa che più di tutte ha scatenato l’isterismo contro Montanari è stata la sua motivata critica all’uso politico delle foibe, sfociato nell’istituzione della Giornata del ricordo: non, dunque, la negazione delle foibe, ma la critica all’utilizzo di parte che ne viene fatto. Come se la storia fosse suscettibile di essere (ri)scritta per legge a sostegno delle proprie tesi (e dimenticando che la sovranità popolare, espressa nelle leggi, incontra i limiti di forma e di sostanza sanciti dalla Costituzione), a nulla rileva che Montanari abbia appoggiato i propri rilievi alla più seria storiografia sull’occupazione italiana dell’Istria e dei territori limitrofi, che abbia citato le esatte parole rivolte, su questo giornale, dallo storico Angelo d’Orsi al Presidente della Repubblica, che abbia richiamato i lavori del compianto Angelo Del Boca, uno studioso che ha dedicato la vita a smascherare le balle dei colonialisti, dei fascisti e dei loro epigoni.

Come ha mirabilmente argomentato Eric Gobetti, da sempre «e allora le foibe?» è stato il mantra antiresistenziale sventolato dai fascisti a propria difesa, come se vicende diversissime per responsabilità e gravità potessero tra loro elidersi, e soprattutto come se fosse possibile costruire, sui tragici e circoscritti episodi verificatisi in fasi storiche convulse e violente, un ricamo di interpretazioni strumentali, esagerate e a tratti fantasiose.

La tragedia denunciata da Montanari è che questa narrazione faziosa è diventata la narrazione ufficiale della Repubblica italiana, per responsabilità della ben nota tendenza del centrosinistra ad assecondare le peggiori pulsioni delle destre, illudendosi di poterle così placare, mentre invece finisce sempre per legittimarle e ulteriormente alimentarle.

Proprio facendosi scudo delle foibe, quelle stesse destre reclamano oggi le dimissioni di Tomaso Montanari dalla carica di Rettore dell’Università per stranieri di Siena o la sua destituzione da parte del ministro dell’Università. Così facendo svelano ancora una volta il loro essere avulsi dai valori che innervano, nel profondo, la Costituzione democratica e antifascista, a partire dalla libertà di manifestazione del pensiero (art. 21), dalla libertà di ricerca (art. 33, co. 1) e dall’autonomia universitaria (art. 33, co. 6).

Sorprende dover ricordare che l’autorizzazione e la censura della stampa, così come il giuramento di fedeltà al regime e l’epurazione degli studiosi sgraditi, sono stati cancellati una volta per tutte dalla sconfitta del fascismo. Allo stesso modo, non va mai dimenticato che il fascismo non è un’opzione politica alternativa alle altre, di cui si può discutere come si discute di comunismo, socialismo, cristianesimo-sociale, repubblicanesimo o liberalismo: no, il fascismo è un’opzione politica vietata una volta per tutte dalla Costituzione repubblicana. Di più: è un reato, e come tale andrebbe sempre trattato. A cominciare da tutti gli atteggiamenti che, in modo più o meno velato, ne fanno l’apologia.

L’elezione di un aperto antifascista, come Tomaso Montanari, alla carica di Rettore di un ateneo italiano è, alla luce di tutto ciò, un’ottima notizia, che onora l’Università per stranieri di Siena e, indirettamente, l’intera università italiana.

il manifesto del 27 agosto 2021

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