Turone, “Gelli e la strage di Bologna vicini alla verità sui mandanti”

Turone, “Gelli e la strage di Bologna vicini alla verità sui mandanti”

Giuliano Turone, lei che ha scoperto gli elenchi della P2, che idea si è fatto del processo che cerca di fare luce sul ruolo di Licio Gelli come finanziatore e mandante della strage di Bologna?
«Penso che sia uno dei processi più importanti mai tenuti nel nostro Paese. Quello che più di tutti va a fondo sul ruolo avuto dai piani alti nella strategia della tensione. Gelli, il generale Pietro Musumeci e l’agente segreto Giuseppe Belmonte vennero condannati in passato per depistaggio, ma stavolta c’è un salto di qualità e il dibattimento potrà finalmente fare luce sui mandanti e i finanziatori. È un fatto nuovo».

Qual era l’interesse di Gelli nel finanziare la strage?
«Lei non deve pensare ad un interesse strettamente personale. Gelli era parte di un sistema di potere occulto che attraverso la P2 perseguiva un progetto più ampio, di cui la bomba alla stazione è stato uno dei cardini, ma non l’unico. Bisogna sempre tenere presente il “Piano di rinascita democratica”, scritto all’inizio del 1976, il quale ha funzionato da costituzione materiale di un colpo di Stato strisciante. I colpi di Stato tradizionali da noi non sono mai riusciti perché siamo un Paese troppo ricco di contraddizioni, dove convivono cose le più diverse, basti considerare la Dc, nella quale coabitavano Giulio Andreotti e Tina Anselmi. Il sistema di potere occulto è quello che ha portato avanti la strategia della tensione, una sorte di guerra civile condotta dagli ambienti che intendevano ostacolare qualsiasi alternanza di potere. Si trattava del cosiddetto fattore K».

La prova del finanziamento di Gelli ai Nar che compiono la strage starebbe in un appunto sequestrato al Venerabile nel settembre 1982. Perché entra in un processo soltanto adesso?
«Fu trovato addosso a Gelli dalle autorità svizzere, dopo il suo arresto a Ginevra. E soltanto nel 1986 arrivò nelle mani dei magistrati milanesi che indagavano sulla bancarotta del Banco ambrosiano. I quali chiesero alla Guardia di Finanza di redigere una relazione, che arrivò l’anno successivo. Già nelle prime pagine si metteva in evidenza la particolare importanza dell’appunto che recava la scritta Bologna con accanto il numero di un conto corrente 525779-X.S. Conteneva nomi e date di una fitta serie di transazioni. I finanzieri sottolinearono che allo stato non era ben chiaro il significato della parola Bologna, lasciando intendere che era un punto da approfondire».

Ma non si poteva già allora ipotizzare un collegamento con la strage?
«A rigore si sarebbe anche potuto, perché Gelli era già imputato al processo che si teneva a Bologna». Perché i due giudici istruttori del Banco ambrosiano che lo interrogarono nel 1988 non gli domandarono chiarimenti sul fatto che il documento fosse intitolato Bologna? «Non lo so. Certo è una mancanza singolare».

L’avvocato di Gelli si rivolse al governo affermando che il suo cliente avrebbe tirato fuori gli artigli se gli fossero state fatte delle domande sull’appunto di Bologna. Come lo spiega?
«Evidentemente l’avvocato di Gelli aveva delle entrature negli ambienti di governo che gli consentivano di permettersi un’iniziativa di questo genere».

I soldi per finanziare la strage provenivano dal Banco ambrosiano. Come arrivarono a Gelli?
«Attraverso una serie di complesse operazioni condotte da un coacervo di figure legate anche ai servizi segreti controllati dalla P2: vi ebbe un ruolo centrale l’imprenditore Marco Ceruti, considerato il cassiere di Gelli, che è riparato negli Stati Uniti, in Florida”.

Gelli versa 5 milioni di dollari a Ceruti, che era iscritto alla P2. Cosa rivela tutto ciò?
«È la riprova del ruolo che vi ebbe la P2, anche se fino a questo punto non era mai stato scoperto. Consideri il contesto storico nel quale opera la loggia, l’alternanza di potere al governo era invisa a un certo tipo di atlantismo esasperato. Aldo Moro venne minacciato da Kissinger se avesse portato a termine il progetto del compromesso storico, e allo stesso tempo, nel 1973, a Sofia, Enrico Berlinguer fu vittima di un attentato fatto passare per un incidente stradale»

La Repubblica, 2 agosto 2021

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>