I 35 anni di Micromega/Custodi dell’uguaglianza

I 35 anni di Micromega/Custodi dell’uguaglianza

Il mio rapporto con MicroMega ha radici lontane. Nella primavera del 1986, quando la rivista di cui siamo qui a parlare vede la luce, ero professore di Diritto costituzionale a Torino. Ero giunto a Giurisprudenza dopo un “parcheggio” a Scienze politiche, in quanto considerato non del tutto “affidabile” da parte di una Facoltà diffidente, tanto più dopo la scossa del Sessantotto.

E’ una vicenda accademica che credo ormai non interessi a nessuno. Ma la storia è la seguente. Uno dei maggiorenti della Facoltà mi convocò per dirmi che essendoci bisogno di un nuovo professore di Diritto costituzionale, sarebbe stata messa a bando una cattedra, ma a condizione ch’io non presentassi domanda: sembrava a loro ch’io non fossi adatto, che l’habitat a me più consono sarebbe stato Scienze politiche. Naturalmente, non avevo alcun diritto a essere chiamato da quella Facoltà, ma nessuno poteva privarmi del diritto di proporre la domanda, diritto che avrei esercitato.

Fu così che tutta l’operazione venne bloccata; la gloriosa cattedra torinese di Diritto costituzionale, istituita nel 1851 dal Piemonte liberale come risposta alla soppressione da parte di Napoleone III della cattedra parigina di Pellegrino Rossi, fu in qualche modo congelata con destinazioni varie, perfino al Diritto canonico. Una storia che, a raccontarla tutta, darebbe uno spaccato di quella che era l’Università di allora: tutto sommato con una sua grandezza nell’arbitrio sovrano che vi regnava e meno svilita da piccole manovre e corruzioni.

Alla fine, quella storia si chiuse per la forza delle cose: la pressione del numero di studenti. Fu in quegli anni che entrai in contatto con MicroMega. Non direttamente, ma per via familiare. Vivevo con quella che sarebbe diventata mia moglie. Mio suocero era un lettore sistematico della rivista e, essendosi assunto un compito educativo nei miei confronti, mi passava i numeri per indirizzarmi sulla retta via. Ed erano fitti di foglietti segna-pagina, atti a segnalarmi le cose che dovevo leggere prioritariamente, in maniera che non mi disperdessi, che andassi al sodo.

Era un avvocato ed evidentemente pensava che solo studiando il diritto non ci si formasse una sufficiente coscienza civica. Era un personaggio particolare. I cinici d’oggi l’avrebbero definito una “anima bella” e lo era effettivamente, ma non nel senso classico ch’essi attribuiscono a questa espressione. Abitava a Savigliano, un paese della provincia di Cuneo. La piazza principale di questo piccolo centro è caratterizzata da un porticato con relative colonne. Ne affittò una per affiggervi ogni giorno la prima pagina dell’Unità, cui era abbonato. L’idea era che la lettura servisse a bene orientare gli spiriti. E con lo stesso obiettivo passava a me i numeri di MicroMega.

Di quegli anni ricordo in particolare due battaglie della rivista di Flores d’Arcais: quella a fianco del pool di Mani pulite e quella contro Berlusconi o, per meglio dire, a favore di una democrazia sana. In entrambi i casi mi trovai perfettamente in linea con le posizioni espresse sulle sue pagine. Non so se col senno di poi sia il caso di dirlo, non so se c’è da vergognarsene, perché a distanza di tanti anni sembra un mondo finito, e oggi sembra obbligatorio dire che quelle posizioni erano tutte sbagliate.

Che ci siano stati errori ed eccessi è ben possibile. Ma erano contraccolpi di situazioni intollerabili: azioni e reazioni, insomma; non c’è da stupirsi. Oggi, in tempi di “normalizzazioni”, il pendolo è andato dall’altra parte e sembra politicamente scorretto dire d’essere stati da quella parte. Mani pulite aveva acceso grandi speranze. Ricordo di aver partecipato e presieduto a una manifestazione pubblica a Torino, presso il salone della Gam, cui partecipò Gherardo Colombo, un combattente con quell’aria mite da miope che oggi s’ è ancor di più accentuata.

C’era una folla traboccante. Col senno di poi, dovrei dire che quell’evento, come altri di quell’epoca, era cosa non poco bizzarra, anomala, perché di fatto era diventata una manifestazione popolare sui temi della giustizia. In tempi normali, non ci sarebbero state ragioni per spiegarla e giustificarla. Ma non erano tempi normali. Ci può essere normalità in tempi anormali?

Non era un “partito dei giudici”, ma certamente sui temi della giustizia s’era determinata una passione popolare. In tempi normali – ripeto – la giustizia dovrebbe procedere freddamente, mentre allora il clima era caldissimo. In ogni caso, uno sbocco politico vero e proprio non sarebbe stato possibile. Ci fu il tentativo di strumentalizzare quel movimento d’opinione: profferte politiche a esponenti del pool di Mani pulite; fondazione d’un partito detto “dei valori”.

Ma, nell’insieme, la giustizia si tenne lontana da tentazioni “populiste” alla Perón. I populisti furono altri, sulla sponda opposta alla legalità. La separazione dei poteri, principio costituzionale fondamentale, fu salvaguardata almeno formalmente. Oggi non è più questione – mi pare – di temere lo strapotere dei giudici, semmai il contrario: l’abuso di influenze della politica sui giudici: ancora una questione di autonomia della magistratura.

Quanto alla seconda battaglia, quella per una democrazia sana, credo di aver ripetuto più e più volte ciò che andava dicendo anche MicroMega in quegli anni e cioè che con Berlusconi si stava creando un regime. Una sensazione che poi ho riprovato all’epoca del “renzismo”, suo naturale reinterprete: se sull’onda del successo alle elezioni europee del 2014 la riforma costituzionale fosse andata in porto, a mio avviso si sarebbe creato un serio problema democratico.

Dico regime non nel senso di Pinochet, naturalmente, ma un “regimetto” – come si disse – in cui tutto si sarebbe strutturato sulle cricche di potere, di quelli che più volte ho chiamato i “giri”, i quali sono vere e proprie strutture della “costituzione materiale” difficilmente contrastabili. Devo averlo scritto anche su MicroMega.

Quando vedi qualcuno che assurge a qualche carica pubblica e non ti sai spiegare in base a quali meriti ciò sia avvenuto, la domanda da farsi è: a che giro appartiene? Una delle cose che fa impantanare la democrazia è proprio l’esistenza di queste cricche, che sono interconnesse tra loro, in cui ci sono interessi non limpidi, spesso ai limiti della legalità e anche oltre, nei quali si entra a condizione di patti di fedeltà con quelli che stanno più in alto. Il male oscuro della democrazia è qui.

Per non dire poi, come sosteneva, proprio su MicroMega (n. 1/2002) in dialogo con Piercamillo Davigo, uno che se ne intendeva come Giuliano Ferrara, che in questo sistema malato se davvero vuoi fare carriera politica devi essere ricattabile, cioè non libero, affiliato. (…)

In conclusione, se mi fermo a chiedermi quale può essere la funzione, il ruolo di MicroMega nel mondo che ci troviamo di fronte, mi pare di poter dire come segue. Libertà e uguaglianza, libertà e giustizia sono grandissimi ideali ma, per rendersi concreti e suscitare passione e adesione, devono calarsi nelle pieghe della vita degli uomini e delle donne concrete. Non basta parlare di “esseri umani”, di “umanità”.

Orbene, queste pieghe sono tante e lì si consumano le scandalose ingiustizie di una società che, come la nostra, non fa che proclamare grandi princìpi ma lascia crescere e occulta i drammi di tanti, anzi della maggioranza di coloro che sono progressivamente spinti ai margini della vita sociale. Qui c’è bisogno di attenzione: è la politica nella sua dimensione sociale.

Il Fatto Quotidiano, 14 Maggio 2021

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