L’ultimo calcio di rigore

L’ultimo calcio di rigore

C’è un verso di Franco Fortini che in queste settimane non smetto di ruminare: «gli oppressi/sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli/parlano nei telefoni. L’odio è cortese. Io stesso/credo di non sapere più di chi è la colpa». Oppresso e tranquillo, mi metto comodo e leggo le notizie del giorno. Le più ricche squadre calcistiche d’Europa vogliono andare per conto loro. È la prima notizia. Non poteva essere altrimenti. L’avidità degli oppressori che mette a repentaglio la tranquillità degli oppressi. Più che un manuale di educazione civica, in questo momento basterebbe la settimana enigmistica: esercitarsi nell’arte di unire i puntini. Perché mai come adesso che non sappiamo più di chi sia la colpa, le colpe accadono sotto i nostri occhi.

Un bel libro di Gianfranco Viesti a proposito del regionalismo differenziato (a cui Libertà e Giustizia sta dedicando una serie di incontri nel tentativo di non abbassare la guardia della nostra attenzione) aveva come titolo La secessione dei ricchi. Non è solo il regionalismo differenziato. Non è solo il programma prossimo futuro che gli Agnelli hanno predisposto per la Juventus e il poco tempo libero rimasto in dote ai loro sudditi volontari e impoveriti. La secessione dei ricchi rischia di diventare il titolo programmatico dell’agenda politica post-pandemica. Approfittare della pandemia per portare a termine quanto iniziato da lungo tempo, anzi per accelerarlo.

Come è possibile che in questo Paese – mentre ancora piangiamo quotidianamente centinaia di morti la cui causa non è solo un naturalissimo virus, ma un modo di organizzare la società che ci ha privato totalmente di ogni difesa collettiva, a partire dalla demolizione del sistema sanitario nazionale – tutto si riorganizza per rafforzare quello stesso modello di società che ha mostrato il proprio fallimento? Fortini, aiutami tu. Credo di non sapere più di chi sia la colpa.

Non vedo in programma nessuna elaborazione pubblica della perdita, in Italia. Abbiamo contato i morti, abbiamo osservato i corpi. Ma sono corpi senza conflitto. Il loro dolore resta volutamente privato, non ha dignità di alcuna presa collettiva. Abbiamo spettacolarizzato il covid e così lo abbiamo anestetizzato dal conflitto sociale che recava con sé. Dai fallimenti pubblici. Prossimo programma di governo: non sottrarre ulteriore tranquillità agli oppressori, per carità. Bisogna pur lavorare del resto. Eccola la secessione dei ricchi.

Un tempo l’Italia cantava che “chi non lavora non fa l’amore”. Oggi l’amore si fa lo stesso, o forse no. Ma il problema è che “chi non lavora non mangia”. E di chi è la colpa? Qualcuno prima o poi si assumerà la responsabilità di aver trasformato il lavoro da principio costituzionale di uguaglianza e dignità in semplice strumento di ricatto del capitale. Abbiamo tolto ogni tutela, ogni garanzia, ogni diritto. Li abbiamo chiamati privilegi, li abbiamo congedati con una risatina sarcastica. Abbiamo ricondotto il lavoro alla sua pura essenza violenta: un altro modo – semplicemente più presentabile – di essere schiavi, come scriveva Marx. E lo accettiamo ormai come un dato di fatto. Presto, apriamo; presto, fateci tornare schiavi. Ché se non lavoriamo, ci rimane solo da far l’amore e non abbiamo più di che mangiare. Fortini, aiutaci tu.

Anche questa è secessione dei ricchi. E quasi ogni giorno se ne possono fare altri di esempi. Il curriculum scolastico introdotto nella valutazione scolastica, per cui il censo finirà per essere un criterio sostanziale di giudizio (un ennesimo frutto avvelenato del governo più a destra che questo Paese ha avuto. Quello con Renzi primo ministro e segretario del PD). Che è poi lo stesso principio che è presente nella tanto decantata (e nessuno che si chieda dove si nasconda il veleno) riforma Brunetta dei concorsi pubblici.

Oppure la campagna di stampa per dare alle Università ricche più fondi, lasciando affondare le Università che fanno un lavoro eroico in terre ostaggio degli oppressori. Ma anche il modo in cui, nel silenzio più assoluto della pubblica opinione (del resto è giusto così: che consigli potremmo dare noi oppressi e tranquilli che già non siano stati dati da McKinsey?), viene progettato il Recovery Plan. L’elenco dei punti da unire è così lungo che ognuno può scegliere i punti che vuole e far spuntare la forma che più gli aggrada, tanto sarà sempre inquietante. Ma restiamo tranquilli, in fondo siamo già oppressi.

Torniamo al calcio. Dirò una cosa controcorrente. La colpa non è di Agnelli, il cui comportamento è del tutto giustificato. È il padrone di una squadra calcistica quotata in borsa. Il suo lavoro è quello di ogni capitalista: non creare posti di lavoro, non farci passare gradevoli serate davanti alla televisione, ma estrarre plusvalore. Produrre profitto. Il più possibile. Che altro dovrebbe fare? C’è un nesso di causalità per cui se Agnelli può fare questo è perché qualcuno, qualche decennio fa, ha pensato che fosse meglio “liberalizzare la società”. Un programma di governo del centro sinistra riformista.

Vi ricordate le famose lenzuolate di Bersani? Un progetto sistematico di riconduzione della società dentro la sfera economica. Mi fa sorridere che pochi anni prima una grande intelligenza di quella stessa sinistra, Claudio Napoleoni, avesse suggerito con chiarezza quale dovesse essere l’obiettivo: “Non si tratta di uscire dal capitalismo per entrare in qualcos’altro, ma di allargare nella massima misura possibile la differenza tra società e capitalismo”. Sarebbe bastato ricordarselo, mentre il programma che si sta portando a termine è esattamente il contrario: restringere nella massima misura possibile quella differenza. Ed è per questo che preferiamo non elaborare pubblicamente le perdite di questi mesi. Perché quelle perdite sono un residuo, doloroso e inaspettato, di società irriducibile al capitalismo. Quella perdita è un contro-programma politico, se la prendessimo in carico collettivamente.

La colpa non è di Agnelli, ma di chi ha permesso che il calcio si trasformasse da fenomeno sociale a puro fenomeno economico. Era il 1996, e per puro titolo di cronaca ricordiamo che quella legge porta orgogliosamente il nome di Walter Veltroni. No, non concedo ad Agnelli il privilegio della mia rabbia. Unisco i punti e le cose sono molto più chiare e profonde. E provo a fare solo due considerazioni finali.

La prima è che dobbiamo smetterla con questa storiella autoassolutoria secondo cui il neoliberismo avrebbe piano piano detronizzato il primato della politica, spostando il potere dal suo luogo consolidato, cioè lo Stato. Questa delegittimazione della politica è frutto di scelte politiche. La crisi della politica non è una sua cattività, ma un suo suicidio. Come Agnelli può fare quel che vuole perché qualcuno ha pensato venticinque anni fa che sarebbe stato progressivo fargli fare quello che vuole, così le multinazionali farmaceutiche possono tenere sotto scacco gli Stati e non rispettare i contratti sui vaccini perché quegli stessi Stati hanno costruito leggi per tutelare la loro libertà d’impresa e non il diritto pubblico della salute per tutti.

La seconda è che il programma politico che viene è ben evidente. La secessione dei ricchi vuol dire che la diseguaglianza non è più un elemento di disturbo, ma è una condizione di possibilità della società che verrà. L’utopia della società degli uguali è ormai un lontano ricordo. Dalla richiesta di vaccinare per primi i lavoratori utili piuttosto che i cittadini fragili fino alla ben meno importante faccenda del supercampionato dei ricchi, passando per il tentativo di rendere incolmabile il divario tra nord e sud attraverso il regionalismo differenziato. Unire i puntini.

L’uguaglianza è diventata un disvalore, la diseguaglianza va invece garantita. A questo servirà la politica, prossimamente. E il dispositivo ideologico atto a garantire le diseguaglianze e annichilire ogni residuo d’uguaglianza è ciò che chiamiamo merito. La meritocrazia altro non è che il collante della società diseguale.

È un giorno come tanti, in Italia. I morti continuano a morire. I lavoratori non sanno più di che mangiare e per non morire di fame si consegnano al cinismo delle richieste dei loro padroni. I politici dicono che non possono farci nulla, non è certo colpa loro. Gli oppressori tranquilli ribattono che la colpa è sempre degli oppressi. Possiamo consolarci, però. La riforma del calcio non passerà. Aveva ragione Fortini. Gli oppressi, per essere tali, devono restare tranquilli. Questo gli oppressori lo sanno.

 

2 commenti

  • Ottimo articolo. L’unico grottesco (e inveterato) errore è l’identificazione del “merito” o della “meritocrazia” con il Male. Uomini e donne non nascono uguali, e meritano o demeritano da sempre un’ampia porzione dei loro individualissimi destini: ogni assetto sociale fondato sulla negazione o sul camuffamento di questo semplice dato di fatto è intrinsecamente violento e destinato al fallimento.

    L’equilibrio della società dovrebbe poggiare sulla capacità di forti e deboli di provare un’autentica empatia reciproca, non su un burocratico e posticcio appiattimento degli uni sugli altri. In medio stat nihil utile.

  • Egr. sig. Piotr per favore entri nel merito. Forse mi aiuterà a capire dove sia ” L’unico grottesco (e inveterato) errore” Per me e mi dica se sbaglio, l’errore sta di aver svalutato il Merito ed il Lavoro. Si è ritenuto infatti che il Meritevole non venga compensato dalla riconoscenza degli altri per aver messo a loro disposizione il risultato di una propria intuizione ma dal baratto fra riconoscenza col denaro che ne ricava vendendosi e acquistando invidia piuttosto che riconoscenza. Molto simile è quanto avviene per il Lavoro che per chi lo esegue non è più l’esecuzione di un compito per produrre un bene seguendo un progetto ma lo strumento per ottenere il denaro necessario per vivere o anche per acquistare lecitamente o illecitamente possa desiderare. Ci pensi, mi piacerebbe conoscere il suo parere. Vale la pena meritare o lavorare se ci sono altri modi per guadagnare denaro senza fatica? Oramai abbiamo insegnato a noi tutti cupidigia e invidia!

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