La democrazia d’emergenza

La democrazia d’emergenza

Nelle fasi tranquille e ripetitive della vita le domande di fondo stanno, per l’appunto, nel fondo. “Emergenza” sta a dire che vengono a galla. Denudano le deboli o false idee che ci fanno riposare nei momenti tranquilli. I momenti difficili sono “archeologici”, mostrano verità prime.

L‘archè è ciò che sta in principio e ha la sua verità che dura nel tempo, anche quando l’abitudine, il conformismo e la pigrizia impediscono di vederla. L’emergenza straccia un velo in cui spesso, per non vedere ciò che preferiamo ignorare, ci avvolgiamo.

Questa premessa è forse un po’ troppo ampollosa, volendo parlare di queste due questioni politiche: il bene e il male del regionalismo, la capacità e l’incapacità di prevenzione. Questioni diverse che confluiscono, però, in domande sulla democrazia.

Le Regioni. Nate come progetto di politica vicina ai cittadini, efficiente nell’interpretarne i bisogni e le tradizioni, nemica del centralismo autoritario, palestra di formazione di classi dirigenti nazionali, innovative e programmatrici, fecondatrici di una unità nazionale partecipata: tutta questa bellezza sta nei propositi che, via via, la realtà si è incaricata di smorzare.

In parallelo, però, con l’esplosione del regionalismo come retorica. C’è stato un momento, tra il ’60 e l’80 del secolo scorso, in cui, se non eri “regionalista”, anzi “iper-regionalista” entusiasta, se non anche federalista, quasi non avevi diritto di parola nelle innumerevoli assise che radunavano studiosi, politici, amministratori. Per fare un poco di autocoscienza sarebbe istruttivo mettere in fila i titoli di ciò che si è scritto, i convegni e le tavole rotonde, le cattedre universitarie, gli istituti per le Regioni, eccetera: non si finirebbe più.

La conclusione è stata un’escrescenza ideologica. I presidenti delle Regioni si sono innalzati a “governatori”, forse in romantiche reminiscenze giovanili delle imprese del Corsaro nero a Maracaibo. Stampa, televisione, commentatori, ecc., hanno incominciato a chiamarli così, e loro ci hanno creduto.

Poi, per premiare le regioni virtuose -le loro- hanno preteso il “regionalismo differenziato” o “asimmetrico”, credendo di dare così nuova linfa a un regionalismo che andava spegnendosi. Poiché vorrebbe essere un premio per il buon governo, c’è stato un fiorire di autocandidature: Lombardia, Veneto, Campania, Liguria, Lazio, Piemonte, Toscana, Calabria, Puglia

Chi mai vorrebbe essere tagliato fuori da questa gara tra virtuosi? Alcuni “governatori”, da ultimo, si sono pensati come il rex feudale che era imperator in regno suo, e, così, hanno creduto perfino di poter chiudere unilateralmente i confini della propria regione.

L’emergenza-virus ha svelato l’illusione e la realtà. Si incomincia a pronunciare quella che, fino a non molto tempo fa, sarebbe stata una bestemmia, che non mancherebbe di argomenti: altro che buon governo delle Regioni; aboliamole piuttosto! Tuttavia, invece che inseguire questa utopia, la lezione da trarre dalle emergenze è che, al di là della buona o cattiva volontà di questo o quel “governatore”, ma per ragioni strutturali di consenso, è che esse sono “divisive”, paralizzanti.

Nelle emergenze sanitarie, ecologiche o finanziarie, le misure necessarie sono necessariamente restrittive: limitano diritti e impongono doveri. Sono dolorose e impopolari. L’impopolarità, che si misura nelle elezioni e nei sondaggi, è l’incubo non solo per il populismo d’ogni genere, ma anche per le democrazie che, più d’ogni altro regime, hanno bisogno di consenso.

Quando i governanti sono deboli e non sanno suscitare le passioni civili positive che sono tanto necessarie nella cattiva sorte, ecco manifestarsi la fuga dalle responsabilità: spetta a te, non a me. Normalmente, nella dialettica tra potere centrale e poteri decentrati, avviene il contrario: spetta a me, non a te.

Ma solo se si tratta di distribuire benefici, non quando si tratta di imporre sacrifici. La prevenzione. Le catastrofi non sono affatto un privilegio del nostro tempo. Collasso s’intitola un gran libro di Jarret Diamond, che trova testimonianze numerose nello spazio e nelle epoche storiche; Chiara Frugoni ci apre gli occhi (letteralmente, attraverso un’iconografia meravigliosa e terrificante) sulle Paure medievali – Epidemie, prodigi, fine del tempo.

Questo per dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole? Non del tutto. Noi viviamo in un tempo in cui possiamo essere preveggenti (perfino di terremoti e disastri idro-geologici) e potremmo immaginare e preparare difese e rimedi.

“Potremmo”, ma quasi mai ci riusciamo. Qui stanno la nostra angoscia e la nostra frustrazione. Psicologicamente, sarebbe perfino meglio che si dovesse ammettere d’essere nelle mani del fato o dell’ira divina. Almeno, ci si rassegnerebbe oppure si celebrerebbero novene e processioni penitenziali per i nostri peccati.

Non ci si avvilupperebbe nel sentimento distruttivo di potenza impotente e di risentimento verso coloro (scienziati e politici) che immaginiamo dispongano degli strumenti adatti per difenderci, ma non lo fanno. Anche a questo proposito abbondano le parole: drammi e dolori che si trasformano in parole.

Non c’è programma di partito o di governo che non parli di piani, promesse, investimenti e li metta tra le “priorità”. Ma sono per lo più chiacchiere. Il linguaggio lo certifica: “Serve” questo e “serve” quest’ altro. Siamo un Paese meraviglioso, per questo dobbiamo proteggerlo e, a tale fine, “servono” tantissime cose.

Tra le parole che non si dovrebbero pronunciare, e invece sono sulla bocca di tutti, politici, intellettuali, commentatori, c’è questa. Siamo il “bel Paese là dove il ‘serve’ suona”; sì, ma a vuoto. Perché è così difficile passare dalle parole ai fatti? Ancora una volta, per ragioni strutturali.

La democrazia è il regime non solo, genericamente, del consenso, ma del consenso a tempi brevi, tra un’elezione l’altra; o a tempi brevissimi, tra un sondaggio e un altro. È democrazia, anzi iper-democrazia, ma impotente di fronte a problemi che, quando ci sono stati, non ci sono più e, quando non ci sono, potrebbero non esserci mai.

L’uomo politico che vive tra questi tempi effimeri che non ci sono più e non ci sono ancora (o magari non ci saranno mai) può pensare di chiedere sacrifici ai suoi elettori? Se lo facesse, con prelievi fiscali supplementari, con mancate sovvenzioni, con restrizioni di servizi, con obblighi di comportamenti insoliti o divieto di comportamenti abituali, potrebbe aspirare a passare alla storia come un eroe preveggente, ma sarebbe un aspirante suicida nei tempi brevi.

Questo è un tarlo che rode la democrazia, la sua contraddizione. Nell’oggi si occulta il domani e nel domani si recriminerà su ieri. Nel tempo delle difficoltà, si rischia di girare a vuoto. Tempo e democrazia: ecco un tema costituzionale che gli Antichi conoscevano bene e noi ignoriamo bellamente. Dovremmo preoccuparcene, come se anch’esso fosse -e in effetti è- una questione di emergenza.

La Repubblica, 18 novembre 2020

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