IL MEMOIR/L’INFANZIA DI CARTA E FUOCO DI SANDRA BONSANTI

IL MEMOIR/L’INFANZIA DI CARTA E FUOCO DI SANDRA BONSANTI

Sandra lo chiama «il librino». I nipoti ventenni venuti a trovarla per l’estate rispondono «è un librone, nonna », e fanno il gesto discreto di aiutarla a salire le scale ripide della vecchia casa. Lei, discrezione sovrana, allontana il loro braccio – «non c’è bisogno ragazzi, grazie», dice pianissimo – poi a voce più alta e subito fiorentina «macché, è solo un librino. L’altro, quello che devo scrivere ora a settembre, quello sì». Perché è sempre il prossimo, il lavoro migliore. Il meglio resta sempre da fare.

E però è un librone, invece: hanno ragione questi ragazzi ridenti che portano nei lineamenti e nel sangue la storia che qui si narra. Rivivono in loro la bisnonna Marcella Del Valle, ebrea che parlava tedesco e traduceva poeti, tradita da un grande poeta, salvata dai documenti falsi procurati da Giorgio Bassani, in fuga incinta dai rastrellamenti, fiera e dolcissima. Il bisnonno Alessandro Bonsanti, intellettuale amico fraterno di Gadda e di Montale, direttore del Gabinetto Vieusseux durante la Seconda Guerra, editore e guida di riviste come Solaria e Letteratura negli anni del regime, infine sindaco di Firenze, incessante promotore e custode della «terraferma della cultura» vissuta come il vero e grande antidoto al fascismo.

I loro genitori, le loro famiglie, a ritroso le storie e le vite in un intreccio vertiginoso di parentele relazioni eventi – l’intimità con i Rosselli, la fuga in nave verso l’America con Tullia Zevi, la zia Corinna deportata ad Auschwitz nello stesso convoglio di Primo Levi e al suo arrivo uccisa, la bisnonna Matilde, nipote del patriota Michele Corinaldi da Pisa che si era battuto per l’Unità del Regno e ne aveva avuto onori, c’era in casa lo spaventoso altissimo letto del re. Perché se fosse passato Vittorio Emanuele II doveva, in quella casa, avere la sua stanza. L’italianità degli ebrei, la grande illusione prima che il re successivo, Vittorio Emanuele III, decretasse con le leggi razziali la condanna degli ebrei italiani e di quelle stesse famiglie, dunque.

«Stanotte dormirai nel letto del re», diceva la mamma a Sandra con la frase che dà il titolo al libro (Archinto editore). In una fuga incessante, in uno spavento che per i bambini era mascherato da fiabe e promesse, ma grande misterioso spavento restava. «Ottant’ anni ci ho messo, a scrivere questo libro», dice Sandra Bonsanti, autrice delle più importanti cronache politiche del Novecento e testimone diretta del secolo breve. Lei stessa memoria viva del tempo.

Ma, scrive, «la mia storia non aggiunge niente. Aver vissuto allora non trasforma in testimoni della storia. E come dice Montale «la memoria non è peccato finché giova, dopo è letargo di talpe. Abiezione che funghisce su di sé». Finché giova. Quindi si tratta di capire fin quando giova. E dopo, questo dopo, quando arriva? Corre leggerissimo come una bimba di corsa giù per la discesa di Costa San Giorgio, questo racconto familiare che intreccia le piccole cose quotidiane alla Storia grande, e intanto ci interroga su quel che davvero abbiamo saputo decifrare, e imparare, dal tempo che abbiamo appena attraversato.

Ma soprattutto, questo piccolo intenso libro, è un racconto commovente ed esatto del secolo di carta. Il tempo dei fogli scritti a mano, delle lettere bruciate, dei biglietti nascosti nel pane. Carte bruciate nella caldaia, di corsa, perché non le trovino i soldati, carte ritrovate per miracolo, carte tumulate negli armadi per vergogna. Lettere di madri di soldati custodite tra i libri di Gadda, lettere di Nello Rosselli ricomparse, i taccuini fitti di Henry Moore, gli elenchi di traduzioni proibite ma consegnate, invece, e lettere d’amore da sigillare in ceralacca e leggere fra vent’ anni – le 154 lettere a Clizia, amante del Poeta. Il tempo della carta, sì, dell’inchiostro e del fuoco.

Il Novecento brucia e il vento porta via le ceneri, sbattono le finestre delle case abbandonate in fretta nella fuga, cigolano i cardini di un tempo fuori dai cardini. Firenze è la protagonista. Quel gruppo di uomini e donne che furono «antifascisti perché non erano fascisti». Il Partito d’Azione, le Giubbe Rosse, l’egemonia della cultura, la borghesia laica e repubblicana e antifascista che all’indomani della Liberazione sembrò una delle architravi della vita politica e che invece si disperse e si divise, dopo.

Né comunisti né democristiani, protagonisti del “tempo di mezzo” che Sandra Bonsanti vede finire coi funerali di Sandro Pertini, partigiano e socialista, e di Ugo La Malfa, repubblicano. Dopo, il tempo che ha generato la debolezza dell’oggi. Decine sono gli episodi domestici attraverso i quali si affaccia la Storia. Il soldato tedesco che, ubriaco, prende in braccio Sandra bambina (per fare cosa? Per sfida? Per disperazione? Per un macabro gioco?) e la porta via dalla madre, per strada, in mezzo ai fuochi e agli spari dell’ultima battaglia alla vigilia della Liberazione.

Un incubo – l’odore di quell’uomo – che dalle notti dell’autrice ancora non svanisce. L’ingegner Gadda che aiuta la bimba a fare il compito di matematica per la classe elementare e la maestra che con un rigo rosso lo boccia: è tutto sbagliato. Montale che si traveste per far star buono il fratellino Giorgio. Alessandro Bonsanti che per salvare le carte porta tutta la famiglia a vivere gli ultimi giorni di guerra nei sotterranei di Palazzo Strozzi occupato dai tedeschi.

Il rogo, quel rogo domestico di lettere di Gadda, e di chissà chi altro, di cui non ci si è mai dati pace, a casa Bonsanti. Ma fu necessario, perché qualcuno tradì. Un “grande poeta”, uno degli uomini di quel cenacolo di intellettuali, rivelò ai fascisti che la moglie di Bonsanti, Marcella, era ebrea. Da lì la paura, il rogo, le carte false, la fuga, la separazione. In punto di morte Alessandro Bonsanti rivela alla figlia il nome del traditore. All’orecchio, con l’ultima voce. Lei non lo pronuncia, quel nome, ma a sua volta lo rivela al fratello.

«Perché temo di dimenticarlo, desidero dimenticarlo ma allo stesso tempo non posso», dice circondata dai nipoti che la ascoltano in silenzio, nel vento caldissimo d’estate. «Fu Montale, nonna?». No, non fu Montale. «E perché lo fece, chi lo fece?». Credo per un interesse personale, piccolo e meschino, per prendere il posto del bisnonno. Credo, dice. In questo nome non detto, in questo segreto familiare che passa da labbra a orecchio per le generazioni senza che se ne faccia scempio pubblico c’è, mi pare, tutta la forza e la dignità del racconto.

Il dovere di «non disperdere nulla della bufera in cui il secolo ci trascinò». Nulla, nemmeno queste pagine di ricordi di bambina. “Finché giova”, se può giovare ancora. Nella ostinata speranza che il “dopo”, il “letargo di talpe”, non sia già qui.

La Repubblica, martedì 18 agosto 2020

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