Con “Il gioco grande del potere” Sandra Bonsanti racconta l’Italia dei misteri

Con “Il gioco grande del potere” Sandra Bonsanti racconta l’Italia dei misteri

Come mai il nostro sia il Paese dei misteri lo ha spiegato una volta magistralmente Norberto Bobbio: “Vi sono state troppe prove -scriveva in un articolo della Stampa- perché ogniqualvolta si scopre un segreto, come è accaduto nella rivelazione dell’operazione Gladio, non si sospetti che esso sia servito a rendere possibile la perpetuazione di un mistero. Ci sarebbero stati e ci sarebbero ancora tanti misteri se non ci fossero tanti segreti?”. L’Italia assomiglia a una matrioska, dove una bambola di legno colorata ne cela un’altra al suo interno, più piccola e più nascosta; e poi un’altra e un’altra, e così via.

E’ da poco in libreria il saggio di Sandra Bonsanti “Il gioco grande del potere”, edito nella collana Tascabili di Chiarelettere, a sette anni dalla prima pubblicazione. Abbiamo chiesto all’autrice cosa è cambiato da allora. “Questo libro, che per me testimoniava soprattutto la fatica di tanti anni di giornalismo -spiega- oggi mi pare che sia qualcosa di più. Nel senso che oggi rappresenta anche la conferma di quanto sia stato lungo e insidioso il cammino verso le più recenti scoperte sulla P2, quelle della Procura generale di Bologna. Importantissime. Seguendo la traccia dei finanziamenti di Licio Gelli, di Umberto Ortolani, è stato disegnato il vero vertice della P2 e tanto altro. Ora si sa con certezza che nello Stato c’era anche un Antistato. Non servizi deviati, come li chiamavamo in quegli anni, ma servizi e basta. C’è da scrivere un bel pezzo di storia di questo Paese”.

L’Italia della corruzione e della massoneria occulta, delle stragi mafiose, degli eccidi politici, della magistratura minacciata e dell’informazione asservita resta comunque uno stato di diritto, fondato sulla Costituzione, che va preservato. C’è bisogno di ricordarlo? “A quanto pare sì, oggi più che mai”, secondo Bonsanti, dal 2003 presidente di Libertà e Giustizia, di cui ora è presidente emerita. Una giornalista impegnata in prima linea, per oltre un trentennio, nelle redazioni delle maggiori testate italiane a far luce sugli intrighi più oscuri del nostro Paese, che riguardano direttamente il rapporto tra potere e denaro celato “sotto il manto della democrazia”, come ricorda il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, che del volume ha scritto la postfazione.

A mettere in ordine, per quanto possibile, fatti e misfatti che hanno segnato la nostra storia recente Bonsanti raccoglie le esperienze di una vita e ce le racconta per come le ha vissute: in prima persona, tracciando un affresco dai colori vividi. “Un perverso intreccio di potere e interessi ha insidiato la democrazia dagli anni Settanta a oggi -afferma­- facendo perdere la visione d’insieme della società come idea di ‘bene comune’. Eppure c’è chi, anche in buona fede, è convinto che sia meglio non sapere come sono andate le cose… Costoro chiedono semplicemente di partecipare al ‘gioco’, il ‘gioco grande del potere’, per dirla con le parole di un magistrato indimenticabile, Giovanni Falcone”.

Nata a Pisa e laureata in Etruscologia a Firenze, Bonsanti ha vissuto per molti anni a New York, dove sono nate le sue tre figlie. Per quarant’anni compagna di Giovanni Ferrara, storico e scrittore, ha cominciato la sua attività professionale nel 1969 a “Il Mondo”, allora diretto da Arrigo Benedetti. E’ passata poi ai settimanali “Epoca” e “Panorama”, per tornare ai quotidiani a partire da “Il Giorno” di Gaetano Afeltra alla “La Stampa” e, quindi, a “la Repubblica”, dove venne assunta da Eugenio Scalfari nel 1981. Eletta alla Camera nel 1994, ha rinunciato al seggio per tornare al giornalismo. Dal 1996 ha assunto la direzione del “Il Tirreno”, che ha guidato per sette anni, per passare ancora una volta alla politica con la presidenza di LeG.

E’ dunque una testimone d’eccezione di una travagliata serie di eventi, a partire dall’attentato di Piazza Fontana, che rammenta come esordio drammatico di una professione amatissima. “’Sono stati i fascisti’ ci disse allora Arrigo Benedetti. Da lì è cominciata la storia che mi riguarda e che riguarda molti dei giornalisti che hanno raccontato l’Italia violenta del terrorismo, della mafia, della corruzione, del potere occulto, della grave defezione della classe dirigente che nel migliore dei casi non voleva saperne o fingeva di non voler sapere. L’Italia dello Stato, il nostro Stato e dell’Antistato che lo ha sempre insidiato”.

Tutta colpa nostra? Sì e no, dal momento che ad esempio la loggia segreta più celebre d’Italia, la Propaganda Due, secondo quanto ebbe a dire nell’agosto del 1993 l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, in un’intervista a “la Repubblica” “è un prodotto d’importazione americana (…) Una risposta in termini occulti e forse criminali al timore dei circoli atlantici che il riavvicinamento tra Dc e Pci provocasse un raffreddamento tra Italia e Nato”. “Noi italiani -commenta Bonsanti- cedemmo la nostra sovranità totalmente agli interessi americani che ci avrebbero protetto dalle mire del maggior partito comunista d’Occidente. In questa lacuna c’è la storia della strategia della tensione, delle organizzazioni neofasciste che hanno insanguinato il nostro Paese”.

Eccidi, uccisioni e attentati di Stato e contro lo Stato hanno sconvolto -dal suo nascere- una nazione che è stata sempre in bilico tra aspirazioni democratiche e tentazioni golpiste: da Gelli al caso Moro, da Gladio alle stragi di mafia, sono molti gli accadimenti bui e i personaggi ancora più oscuri che vi fanno da contorno. Un teatro dove la rappresentazione tragica è all’ordine del giorno, mescolando eroismi e tradimenti, trame eversive e omicidi eccellenti. “Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 -precisò un altro presidente del Senato della Repubblica, Giovanni Spadolini in un’intervista dell’agosto 1992 (era stato da poco ucciso Paolo Borsellino) ricordata da Bonsanti- sono permanenti nella vita politica italiana. C’è un filone piduista che sopravvive, non sappiano con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini”. Altro che accuse di complottismo.

Del resto, una delle figure di collegamento per comprendere l’andamento dell’ultimo trentennio di intrighi italiani, sotto una spinta continua alla destabilizzazione, è quel Luigi Bisignani -l’uomo che sussurra ai potenti, com’è intitolato il suo ‘diario’, fitto di rivelazioni vere o presunte tali – che nell’elenco degli iscritti alla loggia segreta risulta il più giovane, sebbene ne abbia sempre smentito l’appartenenza, com’è d’obbligo. Negli anni di massimo splendore di Propaganda Due è un redattore dell’Ansa, che ha lavorato per Giulio Andreotti e che quasi quotidianamente va a riferire su quanto accade a Licio Gelli, nella suite con due uscite dell’Hotel Excelsior.

“Trent’anni dopo -osserva Bonsanti- nei giri del sottogoverno di Silvio Berlusconi e Gianni Letta viene inquisito per un’associazione segreta chiamata P4. L’accusa è di aver instaurato ‘un sistema informativo parallelo che riguarda l’illecita acquisizione di notizie e informazioni anche coperte da segreto”. Il lupo, insomma, perde il pelo ma non il vizio. Per questa accusa ha patteggiato una condanna a un anno e sette mesi, spiegando di aver rinunciato a difendersi “per motivi privati”.

Corrompere e addomesticare l’informazione, rendere complice e asservita la magistratura. Fin dalla metà degli anni Settanta “Gelli e il sistema politico e affaristico che gli ruotava intorno aveva individuato in questi due obiettivi gli strumenti essenziali al loro progetto politico e ai loro interessi economici”, continua Bonsanti. “Il progetto non ha subito forti evoluzioni col passare del tempo -nota Bonsanti- la repubblica parlamentare era sempre destinata a trasformarsi in una presidenziale su modello gollista, lo stesso che affascinò tanto Cossiga, Craxi e Amato”.

Tuttavia “c’è un’Italia che non è mai stata sul mercato, la cui semplice esistenza ha impedito che tutto lo Stato si facesse Antistato; che la democrazia venisse sacrificata sull’altare del potere occulto”, riassume Bonsanti. “Sono stati i fascisti, ma nessuno ha pagato. Stato e Antistato hanno continuato e continuano a sfidarsi anche oggi. L’Antistato nasce insieme e dentro lo Stato. Non ci fu mai un potere palese senza il potere occulto: chi scrisse patti e trattati internazionali non stabilì meccanismi che ne impedissero la degenerazione. Essa non era prevista, ma non era nemmeno esplicitamente esclusa. Il Noto Servizio, Gladio e l’Anello, furono di volta in volta ‘cabine di regia’. La P2 un think tank, un pensatoio, la struttura supersegreta all’interno della quale si sono coordinate le azioni eversive, mirate al controllo della vita politica”.

E ora? “Non poteva che finire così, con un braccio di ferro che colpisce al cuore le Istituzioni -risponde la presidente emerita di LeG- con dei compagni di strada che vengono da una storia di continua sfida alla legalità costituzionale. A mantenere viva la fiducia nello Stato ci sono state, fin da principio, “poche minoranze intransigenti e memori. Poche persone, ma speciali. Poche comunità, ma fedeli. Pochi maestri, ma grandi maestri”, commenta la giornalista. Di questo pantheon fanno parte nomi illustri: Piero Calamandrei, Luigi Salvatorelli, Arturo Carlo Jemolo, Carlo Levi, Giovanni Spadolini, Tina Anselmi, Ugo La Malfa, Carlo Alberto dalla Chiesa, Sandro Pertini, Vittorio Occorsio e tanti altri. “Un elenco, per ora, di sconfitti”, rammenta Gustavo Zagrebelsky “che ci domandano: chi crede davvero nello Stato? Se la politica non si rianima e se i suoi protagonisti -partiti, forze culturali e sociali- restano inerti, la partita è persa. Ma, si dirà, dove trovare le ragioni della riscossa democratica? La risposta è chiara: nella Costituzione”. Idee, ideali, progetti per nutrire la politica. Principi e valori, insomma, contro il potere-denaro. Chi vincerà? La partita è ancora aperta.

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