Più giustizia sociale soltanto così la democrazia non sarà a rischio

Più giustizia sociale soltanto così la democrazia non sarà a rischio

Il punto di  arrivo è sconfiggere la miseria, perché «la miseria esaspera i nazionalismi, incoraggia le avventure e soprattutto suggerisce la sfiducia nella inutile libertà».

«Solo dove la democrazia ha saputo vincere la miseria, il popolo ha fiducia nelle istituzioni democratiche, ed è pronto a difenderle a costo della vita».

Siamo alla fine degli anni Novanta e Norberto Bobbio prende di petto quei concetti, quei pensieri di Piero Calamandrei. Intende studiarli, approfondirli ancora e trasmetterli a nuove generazioni.

Sembra tutto molto facile, e invece potremmo passare ore di questo nostro tempo misterioso a riflettere sul principio di “inutile libertà”, su quel severo collegamento fra democrazia e miseria. Semplice ma anche tremendamente difficile, al limite dell’impossibilità: sconfiggere la miseria per avere in cambio una democrazia compiuta e amata.

Si può anche dire: la democrazia e la libertà sono a rischio se non siamo riusciti a ottenere anche la giustizia sociale. Ma quando noi sentiamo ripetere dalla mattina alla sera il ritornello della “riapertura”, del ritorno alla “normalità”, ci rendiamo davvero conto di quanta ingiustizia ci fosse nella nostra “democrazia”?

A che genere di società “normale” aneliamo tornare? A quella di “prima”? E gli insegnamenti di Calamandrei e di Bobbio ci servono ancora in questo Primo Maggio di lavoratori senza futuro, di miseria preannunciata, di democrazia a rischio?

Ascolto ogni giorno verso le cinque del pomeriggio la conferenza stampa durante la quale Andrew Cuomo, governatore democratico dello Stato di New York informa sulla situazione della pandemia. Lui ha un brevissimo slogan fatto di tre parole: “build back better” (ricostruisci meglio), e lo spiega «Non dobbiamo pensare di ritornare a ieri, non c’è nella vita un ritorno a ieri, c’è solo un andare avanti». Dobbiamo, dice il democratico Cuomo, riflettere per innovare, approfittare di questo momento e tornare migliori, fare le riforme della sanità, dell’edilizia popolare, del lavoro. Ci sono dei momenti nella storia dopo i quali niente è più come prima e se lo fosse vorrebbe dire che abbiamo perso una grande opportunità, che non abbiamo capito nulla.

«Riaprire? Non solo. Quando riapriremo dovremo avere più uguaglianza sociale, più coesione». Parla un linguaggio semplice, il democratico Cuomo.

Lo capiscono tutti. E spesso torna a raccontare storie della sua famiglia di emigranti, fieri italo americani. Nel giorno di Pasqua ha ricordato come passavano la domenica in casa Cuomo quando lui era un ragazzo. A capotavola c’era il nonno, che arrivato in America aveva aperto un piccolo negozio di alimentari. «Il pranzo durava a lungo, e il cibo (gli spaghetti con le polpette) era soprattutto il pretesto per restare a tavola più del solito. A un certo punto però il nonno si alzava, ci salutava e diceva: “E questa è stata la mia vacanza”. Chiesi a mio padre che volesse dire e lui mi spiegò: il nonno non ha mai fatto una vacanza nella sua vita, non sa cosa sia, ha sempre solo lavorato.

Così io ripenso a quegli emigranti, a quei lavoratori e agli operai di oggi, che non possono stare a casa perché devono guidare i nostri treni, pulire gli edifici nei quali noi stiamo comodamente rintanati per non ammalarci.

Sono i nostri infermieri, i poliziotti, i vigili del fuoco.

Ecco, mi par di vederla, la famiglia Cuomo attorno al tavolo da pranzo della domenica, in quel tempo lontano. E capisco il governatore e quei principi tanto semplici che appartengono alla storia dei democratici americani.

«Cerchiamo almeno di imparare qualcosa da questa tragedia» dice Andrew Cuomo «Ma alla riapertura, più giustizia sociale». Anche Bobbio, credo, avrebbe approvato.

La Repubblica Firenze, 1 maggio 2020

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