Il capitalismo ‘Just in Time’ rischia di prendere la polmonite

Il capitalismo ‘Just in Time’ rischia di prendere la polmonite

Con il Coronavirus la prima epidemia del capitalismo Just In Time è arrivata e, malgrado il numero di morti finora contenuto in confronto alle grandi epidemie della storia (20 milioni la peste nera del 1347, 100 milioni l’influenza spagnola nel 1918-20) lascerà un segno profondissimo. La medicina probabilmente limiterà il numero dei morti (il virus sembra molto contagioso ma poco letale), il problema è che l’economia mondiale prenderà la bronchite, forse la polmonite. Domenica, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva in un comunicato ha definito il virus Covid-19 «un’emergenza sanitaria globale che ha danneggiato l’attività economica in Cina e potrebbe mettere a rischio la ripresa economica mondiale».

Le epidemie viaggiano con le merci e le merci viaggiano con le persone. Negli ultimi trent’anni si è affermato uno sciocco storytelling sulla globalizzazione, come se l’economia mondiale non fosse già «globale» duemila anni fa, quando l’impero romano faceva arrivare oro, incenso e mirra dall’Africa e dall’Asia. Era già globale nel Medioevo quando il vino di Cipro compariva sulle tavole dei re di Francia e d’Inghilterra. Era già globale nel 1347 quando la prima nave genovese proveniente da Caffa, in Crimea, portò i topi e le pulci che trasmettevano il bacillo Yersinia Pestis prima a Istanbul e poi ad Alessandria d’Egitto e a Messina. Una volta lì, la peste nera, attraverso la vasta rete commerciale dei genovesi, raggiunse tutto il Mediterraneo e poi tutta l’Europa, fino alla Scandinavia.

Oggi, però, la situazione è molto diversa: la Cina è la fabbrica del mondo e la difficoltà nell’assicurare il buon funzionamento delle complesse catene di fornitura significa che ben presto i telefonini Apple fabbricati dalla Foxconn rallenteranno i loro arrivi in America e in Europa: dio solo sa se a Natale non si dovrà andare al mercato nero per procurarsi un iPhone.

Esagerazioni? Apple ha già annunciato un rallentamento degli arrivi anche se, fino a ieri, il mercato azionario sembrava credere che non stia succedendo nulla di grave: le azioni della società fondata da Steve Jobs sono scese a quota 301 dollari, in ribasso di quasi il 10% rispetto al record di dieci giorni fa ($327) ma comunque a un livello molto elevato. È evidente che la corsa al rialzo si è fermata: un anno fa le azioni Apple quotavano 169 dollari, poco più della metà del massimo raggiunto il 12 febbraio. È perfettamente possibile che nei prossimi sei mesi tornino al punto di partenza, anche se Wall Street farà di tutto per mantenere la bolla speculativa intatta fino all’auspicata rielezione di Trump, il 3 novembre.

In realtà, tutto il commercio mondiale subirà una brusca battuta di arresto, dopo essere cresciuto del 26% tra il 2008 e il 2018, raggiungendo la cifra di 5.630 miliardi di dollari nel 2018. Sono cifre quasi incomprensibili per il profano, ma basti dire che tutto, proprio tutto, ciò che tocchiamo ogni giorno nella nostra vita quotidiana in misura maggiore o minore viene dall’estero. Non solo i telefonini ma anche le automobili con cui ci spostiamo, i computer con cui lavoriamo, il letto in cui dormiamo, la farina del pane che mangiamo. Anche frutta e verdura a «kilometro zero» dipendono dall’elettricità, che in parte importiamo dalla Francia, e dal petrolio per i trattori, che ovviamente non viene estratto, né raffinato, in Italia.

Ogni prodotto complesso, per esempio un’automobile, è composto di decine o centinaia di parti con origini diverse, di materiali diversi (dalla plastica all’acciaio, dal vetro ai metalli rari delle componenti elettroniche). Il tutto strettamente intrecciato, in catene di produzione definite Just In Time, perché in magazzino c’è poco o niente: per risparmiare sui costi di magazzinaggio il processo produttivo viene alimentato da puntuali consegne di pezzi arrivati la sera prima dalla Germania piuttosto che dal Giappone, dalla Cina o dalla Corea del Sud, anch’essa colpita dal Coronavirus. Questa interdipendenza rende vulnerabili le economie, tutte le economie nazionali, anche quelle che non hanno ancora visto l’arrivo di un singolo caso di paziente colpito dal virus.

Qualche anno fa, il sociologo tedesco Wolfgang Streeck scrisse un libro sulla crisi del capitalismo intitolato Buying Time, «Guadagnare tempo». La sua tesi era che i successi dell’economia di questi anni si basavano su una strettissima integrazione produttiva e finanziaria ma che proprio questo rendeva il sistema globale fortemente vulnerabile a uno choc esterno che, a causa di questa integrazione, si sarebbe immediatamente diffuso da Pechino a Washington e da Oslo a Sidney. Lo choc adesso è arrivato: si chiama Covid-19 e non abbiamo ancora visto un centesimo dei suoi effetti.

 

il manifesto, 25 febbraio 2020

 

(*) Socio di LeG, insegna Scienza politica presso l’Università di  Padova. Ha insegnato anche all’università di Pittsburgh,  all’università di Bologna e nella Scuola Internazionale Superiore  (SISSA) di Trieste.

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