Piazza Fontana/Mattarella, “Stato colpevole per i depistaggi, no a revisionismi”

Piazza Fontana/Mattarella, “Stato colpevole per i depistaggi, no a revisionismi”

MILANO – «Il passare del tempo non colloca, tra gli eventi vecchi e da rimuovere, l’attacco alla democrazia. Non commetteremo l’errore di pensare che sono questioni relegate a un passato più o meno remoto. Sono la nostra identità, il nostro patto civile a essere usciti segnati da quegli avvenimenti. Occorre esserne consapevoli per non correre il rischio di poterli rivivere». L’atto di accusa di Sergio Mattarella, a cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana, risuona nell’aula consiliare di Palazzo Marino, cuore della democrazia di Milano. Per la prima volta un capo dello Stato partecipa personalmente all’anniversario. Il suo richiamo chiude la lunga stagione degli scontri politici sugli anni di piombo, segnati dalla strategia del terrore. Invita però a vegliare ancora «su una democrazia che ha battuto il terrorismo con gli strumenti propri di uno Stato di diritto».

Davanti ai parenti delle 17 vittime, a cui accosta le famiglie dell’ anarchico Giuseppe Pinelli e del commissario Luigi Calabresi, sedute vicine nella sala, il presidente della Repubblica non evita le questioni cruciali rimaste aperte. «Fu uno strappo lacerante e una pagina indelebile – dice – di cui si conoscono origini e responsabilità, mirate a destabilizzare la giovane democrazia italiana a vent’ anni dall’ entrata in vigore della Costituzione». Ricorda le «responsabilità neofasciste», ma pure «le trame e i tentativi di golpe, i depistaggi di una parte dello Stato: doppiamente colpevole perché nutrito da collegamenti internazionali e da reti eversive». La preoccupazione, ripercorsa la storia che ha preceduto e seguito i movimenti operai e giovanili del Sessantotto, investe però il presente. «Disinvolte manipolazioni strumentali del passato – dice Mattarella – persistenti riscritture di avvenimenti e tentazioni revisioniste, alimentano ancora interpretazioni oscure».

Per Milano e per l’ Italia è la giornata di una commozione nuova: non meno intensa, più collettiva e unitaria, se non pacificata. Migliaia le persone che sfilano in corteo tra la Scala e piazza Fontana. Folla davanti al maxischermo in Galleria. Le luminarie natalizie vengono spente. Alle 16.37, davanti all’ ex Banca Nazionale dell’ Agricoltura, un minuto di silenzio per ricordare l’ attimo in cui «il boato indimenticabile » fece tremare la città. La folla legge i nomi delle vittime, incisi sulle formelle appena poste sul selciato. «La democrazia può essere divisa al momento del voto – dice il sindaco Beppe Sala – ma deve essere unita nei valori di fondo sanciti dalla Costituzione».

È lui il regista di un anniversario che collega la strage all’attuale rigurgito di odio, concentrato negli attacchi contro la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz. «I veleni da contrastare – dice Sala davanti a Mattarella – sono oggi antisemitismo, razzismo e fascismo. Non ci può essere spazio per chi pensa di schiacciare e offendere l’uomo». Di qui, il rinnovo delle scuse e la richiesta di perdono ai familiari delle vittime. «Anche verso gli anarchici perseguitati Giuseppe Pinelli – dice Sala – e Pietro Valpreda. Un sentimento di grata memoria va a Luigi Calabresi, servitore dello Stato ucciso dopo una campagna di odio offensiva verso la democrazia».

Questa pubblica assunzione di responsabilità delle istituzioni, punta oggi a ricostruire una fiducia collettiva nell’ autorità dello Stato. «Che però non è stato al nostro fianco – dice Carlo Arnoldi, rappresentante dei famigliari delle vittime – Siamo rimasti soli e senza giustizia». Poi, rivolto a Mattarella, aggiunge: «Caro Presidente, dopo scuse dovute e tardive la sua presenza qui è un segnale importante per l’Italia intera».

L’ultima vedova di piazza Fontana è morta l’anno scorso. La commozione così è comune quando vengono ricordate «le mamme che hanno lottato per la verità e per i loro figli: ci stanno guardando e diciamo loro grazie». Domenica in Duomo, la messa dell’arcivescovo Delpini, a cinquant’anni dai funerali che radunarono oltre 300 mila persone. Oggi a Milano resta «l’impegno comune » che il capo dello Stato affida al Paese. «Impedire – dice – che si possano rinnovare le fratture terribili in cui le stragi si inserirono».

La Repubblica, 13 dicembre 2019

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