I curdi e la comunità internazionale/Quei popoli senza Stato

I curdi e la comunità internazionale/Quei popoli senza Stato
Ma davvero alla comunità internazionale interessano i curdi? L’effetto positivo che la guerra sta avendo sull’opinione pubblica turca; la probabile riossigenazione del califfato in Siria: questi sono i temi sulle pagine (non centrali) del New York Times. La distruzione dei curdi è una notizia di serie B rispetto alla vera notizia della tensione tra il Partito repubblicano e il suo presidente. Fuori degli States la situazione non è migliore. La condanna della comunità internazionale dell’ invasione turca della Siria è stata a dir poco flebile: nessuna risoluzione dell’ Onu mentre la Ue “disapprova” ma non prende decisioni sull’ embargo.
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Erdogan usa gli immigrati che tiene confinati come arma di ricatto e vince facilmente sulla Ue, “faro di libertà e giustizia”. I curdi, dopo le prime reazioni di stupore, sono null’altro che un effetto collaterale di una guerra che non sembra contro di loro; mentre è solo contro di loro, per eliminarli come nazione. Per loro non abbiamo visto citare la massima di Hannah Arendt, “il diritto di avere diritti”, abbondantemente usata in altre occasioni. Eppure, questa tragedia ci riporta proprio alle origini di quella massima.
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Poco dopo l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), Arendt pubblicò un saggio (poi incorporato nel volume Le origini del totalitarismo) dal titolo, I diritti dell’ uomo: che cosa sono? nel quale metteva a nudo la stridente contraddizione contenuta nella Dichiarazione. La quale celebrava l’universalità e l’inalienabilità dei diritti umani per tutte le persone, mentre nei fatti la condizione per il godimento di quei diritti era e restava l’appartenenza a uno stato; per giunta, uno stato fondato sulla nazione e quindi in stridente contrasto con i principi di universalità e inalienabilità.
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Questa è la questione sulla quale la “comunità internazionale” si arena oggi, di fronte all’ assalto turco contro la nazione curda. Non nascondiamoci dietro la foglia di fico delle solenni dichiarazioni: fino a quando un popolo non ha uno stato, tutti i suoi membri sono vulnerabili, e la loro vita è nella mani della buona volontà di chi può, in ogni momento, violarla (turchi) o non progettarla (Usa). Perché non hanno una sovranità parte della “comunità internazionale”. Il destino di popoli sterminati perché senza Stato è segnato: ce lo hanno dimostrato gli armeni, gli albanesi nella ex-Yougoslavia, i tutsi nel Burundi, gli ebrei in Germania e nei paesi che, come l’Italia fascista, hanno adottato la pulizia etnica come i nazisti.
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Quest’ultimo caso fu emblematico per la riflessione di Arendt, ebrea tedesca in fuga da quel che lei come gli altri ebrei tedeschi credevano essere il loro paese perché e in quanto cittadini tedeschi. Ma lo status giuridico della cittadinanza non era forte abbastanza se la sua qualificazione era lasciata alla nazione dominante, alla decisione di identificare il cittadino con l’ariano. La cittadinanza edificata con la Rivoluzione francese era labile dunque, perché presumeva diritti universalmente goduti dai cittadini dello stato.
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La concezione di “umano” che la Dichiarazione universale dei diritti umani presumeva era, secondo Arendt, sbagliata e impotente. Perché non ci sono “esseri naturali” senza o fuori da una comunità di discorso. E la Dichiarazione stessa lo confessava quando a ruota venne seguita da impegni solenni da parte di molti Stati a far sì che nessun essere umano fosse restato un apolide. L’idea dei diritti umani inalienabili presumeva, in chi li approvò, che ci fossero stati-nazione indipendenti e che nessuna persona fosse fuori o senza uno stato-nazione. Era quindi una dichiarazione impotente nei fondamenti. E lo possiamo constatare ancora una volta: può sempre succedere che la cittadinanza legale valga meno se associata a un’appartenza nazionale non maggioritaria (quella dei curdi rispetto a quella dei turchi, per esempio).
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Ecco che i conclamati diritti diventano alienabili. Dove sta il problema? Sta nel considerare “non politica” la condizione naturale di “essere umano”: questo è il senso della massima di Arendt. La particolarità umana non è naturale nel senso di non-politica. “Umano” è un aggettivo che coincide con “politico” in senso classico, poiché nessuno può vivere fuori di una comunità di parlanti; questa è la nostra “naturale” ovvero “umana” condizione; ed è politica. Senza tradurre i “diritti umani” in diritti di umani politici si finisce per identificare la condizione politica esclusivamente con la cittadinanza legal-giuridica (lo stato-nazione) e si resta impotenti davanti a uno sterminio. I curdi sono anche vittime di un’ idea persistente di diritto umano non politico. E la politica li azzera, come popolo e come persone.

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